Luca Vaudagnotto
AOSTA – “Occorre vedere, non inventare”. Con questa citazione precedente il frontespizio si apre La stella del vespro, uno degli ultimi lavori di Colette, tradotto per la prima volta in italiano da Angelo Molica Franco e pubblicato per i tipi di Del Vecchio Editore in un’elegante e raffinata veste grafica, rosa con una punta di nero, reminescenze della migliore Chanel e della sua città-simbolo, Parigi.
Ed è proprio lo sguardo, la capacità di osservare i dettagli, la grande lezione di Colette: la sfumatura particolare di azzurro che tingeva le pareti dell’appartamento di Hélène Picard, la piega della fronte del giornalista che la intervista, l’usura e la consunzione del bracciolo della sedia su cui la scrittrice lavorava e le trame che ne fuoriescono o ancora il guazzabuglio di capelli ribelli in testa a una sua amica. Continua
Tag: 2015
“Benvenuto Fagiolino”, la gravidanza di un padre
Giulio Gasperini
AOSTA – La gravidanza è prerogativa femminile, uno stato che l’uomo può solamente intuire, immaginare. Proprio quello che ha cercato di realizzare Gianpaolo Trevisi in questo diario lunare, Benvenuto Fagiolino, edito da Betelgeuse Editore e accompagnato da un CD con la registrazione di “Ninna Mamma”, ninna-nanna di cui Trevisi è autore di testo e musica e voce solita, con la partecipazione del soprano Cecilia Gasdia.
“Benvenuto Fagiolino” è un diario amorevole e appassionato, un canto di felicità che un padre rivolge alla sua prima figlia, a partire dal momento in cui viene a sapere della sua esistenza fino a quando la bambina non verrà al mondo. Nove mesi di discorsi, di canzoni, di suoni, di rumori. Nove mesi di tante belle notti augurate, piene di ogni regalo che possa esistere. Continua
Una fetta di quartiere in piena estate.
Luca Vaudagnotto
AOSTA – Varchiamo il cancello del parco e subito veniamo accolti dalla sua ombra rasserenante, l’unica che sa dare pace nelle infernali giornate estive di Torino. Non è un parco famoso, è uno di quei giardini serrati tra i condomini, resistiti per caso alla cementificazione. Facciamo pochi passi e sentiamo delle voci; allunghiamo lo sguardo e vediamo giubbini grigio-blu adagiati su panchine disposte in cerchio, cappelli che si muovono, alcuni bastoni appoggiati qua e là, maniche di camicie arrotolate che seguono il gesticolare. Ci avviciniamo e ascoltiamo una delle tante, curiose e uniche storie di quartiere. Leggere Come un pandoro a Ferragosto, scritto da Roberto Marzano per Rogas Edizioni, significa fare un’esperienza di questo tipo; ed è l’autore stesso a suggerirci questa interpretazione, con la sua presenza forte e appassionata, a volte fin troppo coinvolta, di narratore più che onnisciente, compartecipe. Continua
Una storia africana che invita all’amore
Giulio Gasperini
AOSTA – Quella che Ranzie Mensah racconta in “Le lacrime della regina Leonessa” (Rediviva Edizioni) è una favola per bambini (ma anche per gli adulti) che parla di amore, di unione, di amicizia e di determinazione. La regina Leonessa, quando perde sua figlia, la cucciola Ngorongoro, intraprende un lunghissimo viaggio, in compagnia di tanti amici, per andare a cercare un aiuto dalla strega Cincilla. Sarà lei, constatato l’enorme amore della madre, a far ritrovare la cucciola, che è comunque protetta e tenuta al sicuro grazie alla partecipazione e all’interesse di altri animali, i quali non abbandonano mai nessuno. Continua
“Ti riporto a casa”: una storia di guerra e di famiglia
Giulio Gasperini
AOSTA – La Storia (quella universale) è un intreccio di storie. Elsa Morante ce ne ha offerto l’esempio magistrale. Ma le storie possono essere infinite, toccanti ed emozionanti nella sua perfezione di vita concreta, veramente vissuta; come quella raccontata da Nicola Maestri in Ti riporto a casa di Epika Edizioni.
La storia della sua famiglia, in particolare del nonno, Eleuterio, e della nonna, Livia, prende le mosse da un desiderio personale di far conoscere la figura di questo uomo, migrante per necessità e per amore. I luoghi che hanno fatto da sfondo alla loro storia sono ancora presenti, a Parma; li si possono ancora scovare, passeggiando per le strade, alzando lo sguardo e facendo attenzione alle targhe, alle testimonianze che ancora oggi popolano gli angoli delle nostre città, cercando di convincere il passeggiatore distratto che sta passando per strade importanti, che conservano una memoria. Per questo, il libro è accompagnato da foto, che ritraggono gli angoli di Parma che compaiono nella vicenda: una vicenda come ce ne furono tante altre, in tempo di guerra, ma che coinvolge il narratore in prima persona e lo rende “esecutore memoriale” di una storia di intima quotidianità.
È il racconto di un amore forte, di una consapevolezza prepotente su chi si è e su quali valori si vogliono insegnare a quei figli così amati. È una storia, anche, che accelera inevitabilmente alla tragedia, una storia dove gli uomini si scoprono in grado di gesti di estremo eroismo e di amore sconfinato, che danno un valore nuovo e inedito anche a esistenze che si potrebbero erroneamente definire grigie e anonime. Sono sempre i gesti di amore che ci caratterizzano e ci definiscono, particolarmente in momenti dolorosi della storia, personale e universale.
Il romanzo breve di Nicola Maestri è una testimonianza che risente un po’ del legame di parentela: non fa nessun tentativo di estraniarsi dalla vicenda narrata, calandosi sempre nella storia come più parente che narratore. Lo sguardo è intimo, dolce, estremamente partecipativo, anche nella descrizione degli interni, dei rapporti, delle emozioni. È una storia evidentemente autobiografica, raccontata con il tatto tipico di chi magari non è scrittore di professione e pecca un po’ di ingenuità ma sa trovare le parole giuste per una dimensione personale e autentica.
Oroonoko, il nobile schiavo della letteratura inglese
Giulio Gasperini
AOSTA – Aphra Behn è una scrittrice che in ben pochi, se non amanti e cultori della letteratura inglese, conosceranno. Assente dalle librerie dei più, anche perché i suoi libri difficilmente reperibili. Fino ad oggi, quando la coraggiosa casa editrice Rogas Edizioni, nata “come ‘sorella minore’ (ma solo per età…) della libreria Marcovaldo (come recita il sito stesso), ha deciso di ripubblicare, in un’edizione con testo a fronte (tradotto da Adalgisa Marrocco), il suo romanzo più significativo: Oroonoko, nobile schiavo, edito nella prima edizione nel 1688. La collana inaugurata è “Darcy”, dedicata a capolavori della letteratura inglese “(non) dimenticati, fino a ieri introvabili”.
Aphra Behn, definita da Virginia Woolf la prima scrittrice inglese professionista (perché visse con la sua attività di poeta, scrittrice e drammaturga), ha avuto una vita che potrebbe parere un vero e proprio romanzo, anche per via delle poche notizie certe che se ne hanno. Probabilmente nel 1663, quando lei aveva circa 23 anni, la famiglia si trasferì nella Guyana olandese, dove rimase per circa un anno. Questa esperienza fornì la base e il materiale per il romanzo che l’ha resa celebre ed è considerato il suo capolavoro, “Oroonoko”. Il romanzo, il cui sottotitolo originario recitava “A true history”, racconta la storia di un principe, nipote di un sovrano africano, e Imoinda, stupenda donna figlia di un valoroso condottiero. L’amore dei due giovani viene ostacolato dal nonno dell’impavido principe, che sposa con l’inganno la giovane. A questo punto, i due si ribellano, finendo schiavi e trovando, dopo una serie di sfortunate peripezie, una morte gloriosa.
Il romanzo, che si fonda sull’affermarsi un esotismo che in quegli anni cominciava a prendere forma e sostanza letteraria, pur se breve, è denso di elementi significati, anche legati alla società del tempo, non ultimo lo schiavismo e il significato che aveva per gli europei; atteggiamento legato anche alla religione e alla sua diffusione tra gli “indigeni”, che Aphra Behn descrive con occhio benevolo ma persino un po’ compatente. Sicuramente, splendida è la descrizione di questa terra lontana, il Suriname, di cui la Behn ne aveva saputo cogliere il potenziale, a differenza della Corona inglese, che la cedette all’Olanda. La scrittura della Behn è deliziosa, ben calibrata, essenziale nel dire, senza superfluo. I personaggi, in particolare Oroonoko, dai tratti eroici e fortemente tragici, sono quasi sculture antiche, perfette nella loro statuaria comportamentale e caratteriale, che parlano con un’eloquenza tipica dei grandi condottieri antichi, tutti calati in questo “nuovo mondo” che, in quella lontana fine di ‘600, faceva sognare e fantasticare senza limiti.
“La scrittura del Dio”: Borges e l’eternità.
Giulio Gasperini
AOSTA – La scrittura del Dio. Discorso su Borges e sull’eternità, edito nel 2015 da Edizioni Spazio Interiore, è un saggio di Igor Sibaldi che affronta una questione importante della poetica di Borges: ovvero, la scrittura del Dio. Il testo di partenza è il racconto La escritura del dios, che lo scrittore argentino compose negli anni Quaranta: il tema è l’invenzione di un enigma, una frase (la sentencia mágica) che contiene quattordici misteri, come quattordici sono le parole apparentemente casuali che la compongono. Igor Sibaldi le passa in rassegna tutte, cercando di dare loro una spiegazione che permette al lettore di arrivare a disvelare, se non tutto, almeno parte del mistero che sta dietro questa visione.
Così che Sibaldi conduce il lettore, guidandolo tra i difficili meandri delle interpretazioni, attraverso le quattordici parole, dal personaggio di Alvarado all’Orbis Tertius, da El tercer tigre (ovvero il giaguaro nelle cui macchie è cifrata tutta la sentencia mágica) a il Dio della scrittura (“Un uomo a un certo punto lo narrò”), sostenendo che se un uomo (nello specifico Mosè) non avesse scritto su Dio, Dio non sarebbe mai esistito.
Questa antica sentencia mágica si ricollega anche al mito biblico della Torre di Babele, quando una comunità umana aveva a sua disposizione un’unica lingua che dava un “potere illimitato”; la stessa Babele che lo stesso Borges descrive in un altro suo racconto, La biblioteca de Babel, il luogo dove tutto è contenuto perché è contenuto tutto il linguaggio: “I suoi scaffali archiviano tutte le possibili combinazioni dei simboli ortografici, cioè tutto ciò che è dato di esprimere, in tutte le lingue”.
È un testo, questo di Sibaldi, che, se anche breve e con uno stile chiaro e accessibile, non è semplice né agevole, perché introduce il lettore a una serie di questione complesse e composite, non immediatamente penetrabili. E lui stesso ne è consapevole: “Io trovo soltanto pseudoproblemi, cioè questioni che non possono venire risolte”. Una sicurezza c’è, ovvero che l’approccio di Borges sia poetico e senza dubbio nell’atteggiamento di Borges stesso di non fornire risposte ai suoi quesiti profondi c’è anche una “inclinazione, propria a tutti gli scrittori onesti, ad assumersi solo il compito di descrivere uno stato di cose: cioè di ampliare il più possibile l’elaborazione delle domande”.
Dieci anni di Donne in opera
AOSTA – Decima edizione per il concorso letterario, fotografico e per illustrazioni Donne in opera, organizzato dall’Associazione culturale Solal in collaborazione con altre realtà del territorio valdostano, in particolare l’Associazione di promozione sociale Dora – donne in Valle, ma anche estere, visto anche il carattere plurilingue del concorso e la diffusione in ambiente francofono. Il tema di quest’anno è “Il futuro che è in me. Pensieri, testimonianze e narrazioni sulle speranze di cambiamento delle e per le donne”. L’intenzione è quella di far riflettere le partecipanti sulle difficoltà presenti in riferimento all’ambito del lavoro, alla maternità, alla cura, di raccontare come si può uscire da situazioni di violenza domestica, come si può essere libere da condizionamenti derivati dagli stereotipi di genere e inventarsi nuovi modelli estetici e di comportamento.
Il concorso, nato nel 2005 da una proposta dell’Associazione Solal prontamente accolta dall’allora Consulta regionale femminile della Valle d’Aosta e dall’Ufficio della Consigliera di Parità, ha ottenuto un continuo successo, fino ad arrivare a più di 300 opere presentate nel 2013. Il concorso, dalla prima edizione, ha inteso valorizzare lo sguardo femminile sul mondo e stimolare la riflessione in merito a temi e problematiche che riguardano da vicino la realtà e la cultura femminile.
All’edizione 2015, caratteristica peculiare di tutte le edizioni, possono partecipare donne di qualunque età e nazionalità. Il bando prevede l’invio di opere relative a cinque differenti tipologie artistiche: racconto breve, poesia, fotografia, illustrazione e mail art in tre sezioni: racconti e poesie, fotografie e illustrazioni, mail art. Per inviare gli elaborati bisogna utilizzare una speciale cartolina allegata al bando ; c’è tempo fino al 15 giugno 2015.
Per richiedere e consultare il bando completo si può scrivere a solal@corpo12.it o visitare il sito www.donneinopera.wordpress.com o il gruppo facebook Donne in opera.
30 grandi miti (sfatati e no) su Shakespeare
Giulio Gasperini
AOSTA – Shakespeare è, da sempre, uno scrittore che ha alimentato leggende e fantasie, particolarmente nel cinema, con una serie di film che hanno contribuito ad alimentare la leggenda su alcuni aspetti della sua vita umana e professionale. Nel saggio 30 grandi miti su Shakespeare, appena pubblicato da ObarraO Edizioni nella collana agli-estremi dell’Occidente, la docente Laurie Maguire e la ricercatrice Emma Smith analizzano 30 grandi “leggende metropolitane” che riguardano il Bardo, affrontandole con una preparazione attenta e puntuale e riferimenti bio-bibliografici altrettanto mirati e significativi.
Le studiose partono dal tratteggiare il concetto di mito, che spesso viene usato a sproposito e senza cognizione di causa. La parola mito, dal greco mythos, significa semplicemente “qualcosa che viene raccontato”, una narrazione. Sono gli uomini che hanno bisogno di qualcosa da raccontare, senza preoccuparsi troppo dove termini la verità e dove inizi l’abbellimento, la credenza, la leggenda. Perché spesso di leggende l’uomo ha bisogno, come fossero modelli rassicuranti; diventa una forza misteriosa che scorre sottopelle.
Shakespeare continua a essere uno dei grandi miti letterari (e umani). In questo testo, le scrittrici si soffermano su miti piuttosto diffusi e noti, a cominciare dalla vera o presunta esistenza di William Shakespeare o, addirittura, del sospetto che le sue opere siano state scritte effettivamente da lui o da qualchedun altro, come il recente film Anonymous (2011, diretto da Roland Emmerich e scritto da John Orloff). La lettura del testo è scorrevole e appassionante, nonostante si affrontino argomenti complessi per chi magari non ha una conoscenza così approfondita di Shakespeare e della sua poetica. Praticamente tutte le opere vengono affrontate, per vari aspetti, e tutte sono prese in esame, offrendo al lettore tante curiosità e dettagli che sorprendono e appassionano, spingendosi in qualche caso addirittura fino all’indagine investigativa delle fonti, delle tracce materiali, dei documenti che riservano ancora sorprese, a distanza di anni (come il suo testamento e lo svogliato e sbrigativo riferimento alla moglie Anne Hathaway).
Il volume è arricchito anche dalle notizie di alcune messe in scena delle opere shakespeariane, a sostegno o meno di particolari tesi: la messa in scena diventa la chiave interpretativa per cogliere le intenzioni del regista (significativa, ad esempio, in questo senso, la partecipazione di Judi Dench nel ruolo di Titania nell’allestimento di Peter Hall nel 2010 di Sogno di una notte di mezza estate, in cui la Dench assume caratteristiche più simili alla regina Elisabetta interpretata di Shakespeare in Love che non di una “semplice” regina delle fate).
“30 grandi miti su Shakespeare” è uno strumento preziosissimo per chi, incuriosito dall’opera immortale del Bardo (che sia il teatro o che siano gli altrettanto preziosissimi sonetti), vuole cominciare a indagare il complesso mondo di verità e finzione sulla sua opera e la sua altrettanto incuriosente personalità.
Virginia con gli occhi di Leonard
Luca Vaudagnotto
AOSTA – La morte di Virginia (Woolf) è un omaggio che le Edizioni Lindau hanno voluto fare all’immensa e rivoluzionaria scrittrice inglese, uscito nelle librerie proprio nel mese in cui si ricorda il settantaquattresimo anniversario della sua morte; è tuttavia un omaggio ricercato, non scontato. Si tratta, nello specifico, di un capitolo dell’autobiografia di Leonard Woolf, The Journey Not the Arrival Matters, in cui l’autore, marito della scrittrice, saggista e scrittore anch’egli e poi, assieme alla consorte, editore, narra gli eventi, sia di portata mondiale sia relativi alla sfera familiare, tra la fine del 1939 e il 28 marzo 1941, data del suicidio della moglie.
Nella sua prosa piana e distesa, serena, Woolf racconta le sue due guerre: in primis il secondo conflitto mondiale e la vita nella campagna inglese da rifugiato, a causa dei bombardamenti su Londra, che l’autore descrive con occhio particolare. Oltre ad aver vissuto anche la Prima guerra mondiale, infatti, Woolf si ritrova ebreo e militante socialdemocratico in un paese con la minaccia del nemico alle porte (sono gli anni della resa della Francia e delle incursioni tedesche in suolo britannico). Questo gli permette di condurre un’analisi schietta e razionale, comparando entrambe le sue esperienze di guerra.
E la stessa schiettezza la troviamo nel reportage della sua seconda guerra, ovvero della lotta contro la depressione che affliggeva la moglie in questi anni accanto a lei. In questo caso, però, Leonard Woolf si rivela un narratore che ama lo sfondo, allo stesso modo in cui spesso viene giudicata, a torto, la sua vita nei confronti della moglie; pertanto non può fare a meno di lasciar parlare Virginia, riportando passi e pagine del suo “Diario di una scrittrice”, commentandoli a margine, cercando indizi della catastrofe, domandandosi se non ci fossero stati segni chiari e inequivocabili che magari non avesse colto. L’autobiografia diventa cronistoria nelle ultime pagine, dove Woolf si lancia correndo nella descrizione di ogni singolo momento e accadimento appena precedenti il ritrovamento del bastone della moglie accanto al fiume dove si era suicidata. E ci lascia, come a riprender fiato, con il brano celeberrimo della lettera di Virginia scritta per lui e l’immagine di quegli olmi gemelli, battezzati Leonard e Virginia, uno dei quali fu abbattuto nel ’43 da una forte burrasca, appena due anni dopo la morte della consorte.