ROMA – Poliedrico, ironico, provocatorio, Carmelo Bene è sempre stato una voce fuori dal coro. Probabilmente, non tutti lo avranno amato. Ma, certamente, di fronte alle sue “sconvolgenti esperienze intellettuali” non si può restare indifferenti.
A dieci anni dalla sua scomparsa, Antonio Zoretti ne ha curato, per Lupo Editore, un articolato saggio dal titolo “Carmelo Bene. Il fenomeno e la voce”. Un lavoro meticoloso e suggestivo, ricco di citazioni e di commenti, per lasciarsi trasportare dalle parole e dalle riflessioni, mai scontate, dell’artista. Il nucleo principale è rappresentato da un insieme di testi, “Quattro conversazioni sul nulla”, giustamente considerati una summa theologica del pensiero di Bene. Linguaggio, conoscenza e coscienza, eros, arte: quattro momenti per approfondire quell’orizzonte così particolare in cui si è sviluppata la sua opera.
Il rapporto tra il senso e il suono, la ricerca sempre più approfondita delle possibilità vocali, l’inestimabile valore della musica. È la voce, secondo Carmelo Bene, il solo strumento in grado di “vincere la rappresentazione” così come la musica è l’unico linguaggio “capace di suggerire ciò che la parola non è in grado di esprimere”. Vocaboli e pensieri sono, infatti, solo delle illustrazioni, delle immagini da cui occorre liberarsi. Perché la verità non esiste, se non all’interno della convenzionalità di un linguaggio in cui si nominano le cose pur senza conoscerle.
L’obiettivo di Carmelo Bene, apertamente dichiarato, è quello di mandare tutto in frantumi, compreso il soggetto, quell’io “così ingannevole”, che può e deve essere cancellato.
E forse non è un caso che l’artista non abbia mai nascosto la sua noia, la sua profonda insofferenza verso quel teatro ancora così fortemente legato ad una verosimile rappresentazione della realtà. La rottura, violenta, con la tradizione si traduce in un recupero della creatività e del valore assoluto del teatro, nella convinzione che sia necessario “uscire da tutto quello che è la convenzione dell’arte (…) perché l’unico, auspicabile riconoscimento di un prodotto estetico è la sensazione, capace di incorporare tutti i sensi”.
Categoria: saggio
Saggio: “Dall’impolitico all’impersonale: conversazioni filosofiche”
ROMA – “Dall’impolitico all’impersonale: conversazioni filosofiche” è il nuovo libro pubblicato da Mimesis Edizioni e scritto da Roberto Esposito. L’autore è uno dei pensatori che negli ultimi anni ha portato la filosofia italiana al centro dell’interesse internazionale. Questo libro, introdotto da un saggio ricostruttivo di Matías Saidel, riunisce quattordici conversazioni con l’autore tenute in otto Paesi diversi. In esse il filosofo percorre le differenti fasi della propria opera, in un dialogo serrato con l’attualità. A partire dalla prospettiva dell’impolitico, rivolta a decostruire le categorie politiche moderne, Esposito è pervenuto alla elaborazione di un pensiero sempre più originale. Inizialmente articolato nella dialettica tra comunità ed immunità, esso ha dato luogo ad una interpretazione della biopolitica particolarmente innovativa.
Nella sua fase più recente l’autore ha avviato una ricerca, ancora in corso, sul concetto di ‘impersonale’. Contro la tendenza immunitaria del Moderno, egli lavora alla costruzione di un lessico filosofico e politico capace di sfuggire alla piega teologico-politica in cui da tempo siamo presi per rendere pensabile una politica della vita.
“La neve nell’armadio”: spiegare “la vergogna del mondo”
Marianna Abbate
ROMA – “La storia/ quella vera/ che nessuno studia/ che oggi ai più da soltanto fastidio”: Sono questi i primi tristi versi della poesia di Nelo Risi che Mottinelli ha scelto per intitolare il suo saggio “La neve nell’armadio” Auschwitz e la “vergogna del mondo” edito da Giuntina.
Vi riporto questi versi perché io stessa ho sperimentato il fastidio delle persone al mio ennesimo ritorno sulla questione dei campi di concentramento: è un’ossessione, mi dicono, sei depressa e ti crogioli nella tragedia. Ci ho riflettuto a lungo su queste parole. Perché sì, è vero che parlo di Auschwitz spesso. Lo riporto alla memoria di chi porta la croce celtica al collo, di chi osa dire che Mussolini era un grand’uomo, di chi difende il fascismo o accusa gli ebrei. Lo ricordo a chi tranquillamente non cambia canale quando in televisione torturano qualcuno, a chi non mostra pietà per le vittime delle tragedie quotidiane.
Questa tragedia abita il mio cuore, è vero. Ma non è un’ossessione: è un obbligo morale.
Mottinelli ci avvicina ad Auschwitz in una direzione nuova: l’analisi della vergogna. Una vergogna innominata che aleggia su tutti gli eventi che riguardano la Shoah. E una vergogna che inspiegabilmente non appartiene ai carnefici ma alle vittime, che ferisce ulteriormente chi già ha subito le peggiori torture del mondo.
L’autore ci spiega come questa vergogna cambi volto nelle diverse rappresentazioni del campo di concentramento. La vergogna quasi completamente assente come parola nel documentario, lungo oltre 9 ore, di Lanzmann Shoah, pronunciata una volta sola: eppure pienamente presente in ogni immagine, nei silenzi e negli occhi di chi racconta la sua testimonianza, incalzato dal meticoloso regista.
La stessa vergogna si può ritrovare nei racconti di testimoni, nei loro scritti. “Provavo vergogna per loro, per come ci avevano ridotte” dice Goti Bauer. Con un semplice transfer la colpa passa dal carnefice alla vittima, secondo lo stesso meccanismo che segna di peccato l’oggetto di una violenza carnale. E’ il torturato stesso a cercare in sé improbabili colpe, per giustificare la terribile pena che ha subito.
La vergogna ha mille volti: quello del Sonderkommando che non ha saputo ribellarsi al terribile compito, quello di chi non ha saputo guardare in faccia l’assassino, di chi non ha alzato la voce quando davanti ai suoi occhi uccidevano un bambino. La vergogna ha il volto di chi è tornato e non lo meritava, insultato in faccia da chi aspettava che tornasse l’altro. Ha il volto di quello che non riesce a guardarsi allo specchio, ripensando agli atroci martiri che ha subito, alle umiliazioni che ha sopportato.
Ha il volto di Primo Levi, che si guardava disgustato della propria bassezza quando supplicava per un tozzo di pane. Quella stessa vergogna che lo portava a chiudere con attenzione i polsini delle camicie per non mostrare quell’orribile tatuaggio. Quel numero che era impresso nelle sue viscere, e che ormai era il suo vero nome.
La vergogna ha un peso. Forse il più insopportabile.
Come spiegare altrimenti i lunghi silenzi dei salvati? La fatica a trovare le parole che potessero spiegare quello che si è vissuto? Come far capire Auschwitz?
Quel campo per molti è diventata l’unica casa possibile, l’unico posto da abitare. Il luogo dove si sentivano compresi.
Fuori da queste mura non c’è un posto da vivere per chi ha “vergogna del mondo”.
Carnismo: perché mangiamo gli animali
Silvia Notarangelo
ROMA – A tutto c’è una spiegazione. E quella che fornisce la psicologa Melanie Joy è di quelle che non possono lasciare indifferenti. La questione è relativamente semplice ed emerge, con forza, già da un titolo capace di riassumerne l’essenza: “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche”(Edizioni Sonda).
Carnismo. È così che Melanie Joy definisce quell’insieme di credenze che ci portano a mangiare alcuni animali, rifiutandone altri. È un’ideologia violenta, un sistema “crivellato di assurdità, incongruenze e paradossi (…) rafforzato da una complessa rete di difese che ci permettono di credere senza dubitare, di conoscere senza pensare e di agire senza sentire”.
Dai suoi studenti, interrogati sugli atteggiamenti che nutrono verso gli animali, l’autrice si sente ripetere sempre la stessa risposta:“Le cose stanno così”. In effetti, l’unica risposta (in)sensata che si riesce a dare è proprio questa. Non c’è un vero perché. O meglio, possibili argomentazioni non mancano, ma è il loro fondamento a lasciare molte perplessità. Perché allora si continua a perpetuare, in silenzio e quasi inconsapevolmente, un simile sterminio? Il carnismo ha messo in atto una serie di difese per tutelarsi e garantire la propria sopravvivenza, prima tra tutte l’invisibilità. Eppure “non vedere” non significa necessariamente “non sapere”. Ed è proprio qui che entra in gioco, secondo la psicologa, un altro meccanismo ancora più insidioso: si può essere a conoscenza di una verità spiacevole e continuare a far finta di niente, conservando inalterate false convinzioni. Si mangiano alcuni animali perché non si considerano tali e se ne prendono le distanze. Si pensa a loro come ad oggetti inanimati, privi di individualità, riducendosi a classificarli secondo un’asettica dicotomia: commestibile o non commestibile.
La chiave di svolta, ciò che potrebbe determinare un cambiamento nella comune percezione della realtà, ha un nome: empatia. L’autrice ne è convinta. Per porre fine al carnismo occorre recuperare la giusta sintonia con l’universo animale, lasciandosi trasportare da quell’innata capacità del genere umano di provare emozioni e, magari, renderle pubbliche con la forza della propria testimonianza.
Qualunque sia il personale punto di vista, questo saggio ha il merito, non scontato, di far riflettere, di approfondire con un’analisi meticolosa una tematica delicata, senza nasconderne gli aspetti “più provocatori, controversi e talvolta profondamente disturbanti”.
Le professioni amiche dell’ambiente in “Guida ai green jobs”
ROMA – Il monito lanciato poco tempo fa, “50 mesi per salvare il pianeta”, fa davvero paura. Perché non si tratta di uno dei tanti allarmi, purtroppo, sistematicamente ignorati (o quasi). È un vero e proprio ultimatum, un grido disperato per scongiurare un pericolo che si fa sempre più concreto e drammaticamente vicino. La terra è arrivata al limite. Mai come ora, occorre intervenire e farlo al più presto, perché il sistema si sta rapidamente avviando al collasso. La questione ci coinvolge tutti da vicino, ognuno con il proprio bagaglio di piccole o grandi responsabilità. L’attenzione e l’interesse per il tema devono essere alti. Per fortuna, opportunità concrete e progetti importanti non mancano, come emerge anche dall’interessante ed accurato saggio “Guida ai green jobs”, scritto da Tessa Gelisio e Marco Gisotti per Edizioni Ambiente.
Un testo prezioso, un’analisi ampia e articolata che si avvale dei numerosi contributi raccolti dai due autori e che abbraccia moltissimi comparti produttivi: dalle energie rinnovabili alla mobilità sostenibile, dall’ecofinanza alla green fashion. Attraverso le risposte di imprenditori ed esperti del settore, si delinea un profilo dettagliato della green economy italiana: che cosa significa oggi puntare sul verde, quali sono i profili professionali più ricercati, quali le sfide da affrontare e gli aspetti da migliorare. La parola d’ordine è efficientamento, ovvero “riduzione dei consumi energetici e più in generale di materie prime, ottimizzazione dei processi produttivi, creazione di modelli di consumo e risparmio”.
Una riflessione, però, è d’obbligo: se alcuni settori, come quello edilizio e chimico, fanno registrare incoraggianti segnali positivi, in tanti altri siamo appena all’inizio di un percorso lungo e certamente non facile, che necessita di scelte coraggiose e di nuove professionalità. E allora, di che cosa devono occuparsi e quale formazione è più indicata per quanti intendono intraprendere un lavoro green? Tra professioni ormai diffuse e consolidate, si inseriscono alcune interessanti novità. Per gli amanti del mare, si può contribuire attivamente alla salvaguardia del Pianeta in veste di bagnini sostenibili. Ma ci sono buone prospettive anche per amministratori di condominio con il pallino della sostenibilità, per ecovigili, disaster manager, wedding planner sensibili all’ambiente e al portafoglio.
Dunque, come dimostrano i due autori, le possibilità sono numerose. L’importante, ora, è prestare attenzione affinché “l’onda verde che sta spazzando il paese non si infranga contro interessi antichi e una politica cieca”.
“Come leggere un libro”: i preziosi consigli di lettura di Virginia Woolf
Alessia Sità
ROMA – “Il lettore comune, come suggerisce il dottor Johnson, differisce dal critico e dallo studioso. E’ meno istruito, e la natura, quanto a talento, non è stata così generosa. Legge per il proprio piacere e non per impartire conoscenza o correggere l’opinione altrui.”
Così scriveva Virginia Woolf (1882-1941) – una delle più grandi icone letterarie del Ventesimo secolo – nel prologo a “The Common Reader. First Series, 1925”.
Per carpire ogni piccolo segreto su come il lettore dovrebbe approcciarsi alla lettura di un testo, Passigli editore ha pubblicato “Come leggere un libro”, una piccola preziosa guida. La raccolta è costituita dal prologo al saggio ”Come si dovrebbe leggere un libro?” – testo originariamente pensato come conferenza per una scuola femminile e poi pubblicato sulla “Yale Review” nell’ottobre 1926 e inserito in “The Common Reader. Second Series, 1932 – e da “Che effetto fa un contemporaneo”. Quest’ultimo apparve sul “Times Literary Supplement” il 3 aprile 1923 e solo dopo qualche revisione venne pubblicato in “The Common Reader. First Series, 1926.
Con grandissima attualità e accuratezza, Virginia Woolf descrive e spiega l’ambiente letterario. La lettura di un romanzo non è mai un atto semplice, ma richiede sensibilità, fervida immaginazione e capacità di confronto con le passate esperienze. Avere un termine di paragone è fondamentale per poter gettare le basi del nostro giudizio in previsione delle opere future. Non sempre, però, il “lettore comune” dispone di strumenti adeguati per comprendere testi particolarmente complessi, un esempio citato dalla scrittrice è “Ulysses” di James Joyce, pubblicato proprio in quegli anni. Infine, riferendosi ai contemporanei Viriginia Woolf scrive: “La nostra è un’epoca di frammenti. Alcune strofe, alcune pagine, un capitolo qua è là, l’inizio di questo romanzo, la fine di quello corrispondono al meglio di qualsiasi epoca o autore. Ma davvero possiamo passare alla posterità con un fastello di pagine sciolte, o chiedere ai lettori del futuro, con tutta la letteratura di fronte a loro, di separare con il setaccio le minuscole perle dai nostri cumuli di spazzatura?”. Arriverà il momento in cui il lettore, un tempo amico dello scrittore, si trasformerà in giudice e condannerà tutti quei libri poveri intellettualmente. Con estrema delicatezza e acuta lucidità, Virginia Woolf propone idee e suggerimenti su come ogni lettore possa scegliere in totale libertà cosa leggere, seguendo semplicemente il proprio istinto e tralasciando qualsiasi altro giudizio che non sia quello personale.
Storia e astrologia in “Gli ebrei di Saturno”
ROMA – Moshe Idel è uno dei maggiori esperti di mistica e pensiero ebraico. Il suo nuovo saggio, “Gli ebrei di Saturno”, edito da Giuntina, è il risultato di un lavoro lungo e meticoloso che ha l’obiettivo di sviscerare, attraverso un’attenta analisi filologica e semiotica, il suggestivo legame tra il popolo ebraico e il Pianeta di Saturno.
Un rapporto che, nel corso del tempo, è stato oggetto di riflessione da parte di molteplici discipline e che continua, ancora oggi, a suscitare interesse e curiosità. Lo studioso, mediante numerosissime testimonianze sia edite sia inedite, recupera elementi del paganesimo antico e, in particolare, dell’astrologia, riuscendo ad evidenziare magistralmente le loro ripercussioni sulla dottrina ebraica e sulla sua percezione esterna.
Inizialmente le fonti citate pongono l’accento sugli attributi e le caratteristiche negative del dio-pianeta, su quegli aspetti più sinistri in virtù dei quali era attribuita agli ebrei la pratica di forme e rituali magici. Poi si registra un’evoluzione: a partire dal XII secolo viene riconosciuta a Saturno una “struttura concettuale positiva” legata a doti particolari, quali la genialità, la sapienza, la profezia. Tutte qualità che risulteranno decisive nella vicenda personale di Shabbetay Tzvi, il più celebre dei Messia ebrei “nel bene e nel male”. Al centro degli studi più recenti vi è, invece, la peculiare relazione tra il Pianeta e la malinconia, uno stato d’animo che può condurre anche a gesti estremi e che, talvolta, è stato considerato “quasi congenito al giudaismo”.
Pur esprimendo, in alcuni casi, dei giudizi abbastanza definitivi – la presunta correlazione ebraismo-malinconia, ad esempio, è ritenuta da Idel una forzatura connessa a “strutture culturali o all’influenza di determinati testi” – lo studioso si dice comunque convinto della necessità di continuare ad approfondire le tematiche da lui esaminate, in primis attraverso “un’analisi corretta dei materiali ebraici”. Si augura, soprattutto, che sia possibile sviluppare una concezione della storia in grado di ammettere “una varietà di correnti concomitanti diverse, che si sovrappongono e si oppongono simultaneamente”, nell’ottica di “un approccio interdisciplinare che rifletta la dinamica dell’evoluzione storica”.
L’essenza della vita secondo Françoise Héritier
ROMA – Lontani dal lavoro e dai frenetici ritmi quotidiani, l’estate può essere il momento giusto per riconquistare un po’ di serenità e riscoprire ciò che davvero ci rende felici.
“Il sale della vita” dell’antropologa Françoise Héritier (Rizzoli) è un’autentica miniera di spunti per riflettere su quante piccole cose possano allietare la nostra esistenza. Non occorrono eventi o situazioni particolari, a volte è sufficiente saper gustare ed apprezzare quei momenti, quei gesti, quelle occasioni che ogni giorno la vita sa regalare.
Con umorismo, leggerezza e, talvolta, una punta di malinconia, l’autrice si lascia andare ad una libera associazione di idee che prende forma nell’arco di due mesi. Una lunga riflessione in cui riconoscersi e in cui riconoscere un universo di sensazioni, capaci di strappare un sorriso ma anche di suscitare qualche lacrima.
Tutto può dare un senso, un sapore diverso all’apparente monotonia quotidiana.
Ci sono i piaceri della cucina, come “il profumo delle brioche calde per strada”, le bellezze offerte dalla natura, “il volo di una rondine”, la facoltà di compiere gesti tanto banali quanto liberatori, “fischiettare con le mani in tasca”o “appoggiare i piedi su un tavolino”.
E ancora, le piccole indispensabili rivincite personali, “dare una bella lezione ad un misogeno rispondendogli a tono”; l’adrenalina che nasce da nuove esperienze o posti sconosciuti, “veleggiare in feluca sul Nilo”; le inquietudini e i turbamenti che rendono imprevedibile il vissuto di ognuno.
L’importante, come sostiene la Héritier, è riuscire a salvaguardare “quella capacità di sentire e provare sentimenti, di lasciarsi coinvolgere…e di comunicare tutto questo agli altri”. Nulla di trascendentale, dunque, semplicemente una spassionata presa di coscienza di quella “grazia tutta speciale” che consiste “nel puro e semplice fatto di esistere”.
Gli eroi delle Olimpiadi
Silvia Notarangelo
ROMA – La XXX Olimpiade della storia moderna, in pieno svolgimento a Londra, sembra, per il momento, non tradire le aspettative. Abbandonati i fasti di Pechino, i Giochi tornano in Europa ad una dimensione, spettacolare sì, ma più vera, più affine allo spirito sportivo.
Un percorso, quello delle Olimpiadi, non privo di tensioni e drammatici colpi di scena, costretto, nel tempo, a scendere a compromessi e a fare i conti di, volta in volta, con scenari politici in continua evoluzione.
Alfredo Pigna, alla vigilia dell’apertura dei Giochi, ne ripercorre la storia con “Il romanzo delle Olimpiadi”, un saggio emozionante e mai banale, appena pubblicato da Mursia.
La “cronaca di eventi eccezionali che, nel tramandarsi, diventano leggenda”. È con questa convinzione che l’autore racconta i suoi Giochi. Prima da appassionato, poi da attento e sensibile giornalista sportivo ci trasmette l’attesa e le emozioni delle gare, il tifo, l’incredulità di fronte ad un risultato inatteso. Ma i veri protagonisti sono loro, gli atleti, con il proprio vissuto, le proprie fragilità, con quella strana antipatia e riluttanza che, talvolta, li accomuna. I retroscena raccontati sono tanti, spesso curiosi, più volte emblema di quanto si nasconde, o si desidera nascondere, dietro la “divisa di ordinanza”.
Si scopre, così, la rassegnazione di Pierre de Coubertin per quell’Olimpiade di Parigi che assume i connotati di un autentico fallimento, si partecipa al dramma sportivo di Dorando Pietri che, stremato, cade ripetutamente nello stadio prima di tagliare il traguardo, vincere ed essere squalificato. Si rivive la leggenda di Nedo Nadi, primo atleta nella storia a conquistare ad Anversa cinque medaglie d’oro. Non può, poi, non strappare un sorriso la vicenda di Ugo Frigerio, vincitore della “tre chilometri”, costretto, suo malgrado, a correre con un insopportabile mal di denti, complice la distrazione di un dentista colpevole di aver estratto non il dente malato ma quello sano.
E se il 1960 è la volta di Roma e del record di Livio Berruti, ciò che va in scena a Mosca, dodici anni più tardi, è ancora vivo nel ricordo di tutti: forze armate prendono in ostaggio un gruppo di atleti israeliani, facendo irruzione nel villaggio olimpico. È una strage, ma i Giochi non si fermano.
La narrazione procede fino alle edizioni più recenti, dai successi di Novella Calligaris ai volteggi di Nadia Comaneci, all’eterno dualismo tra Berruti e Mennea.
Le Olimpiadi, del resto, sono anche questo: adrenalina, competizioni, record ma, soprattutto, storie di uomini che si mettono alla prova perché “l’essenziale nella vita è lottare, non trionfare”. Parola di Pierre de Coubertin.
Eating Planet 2012: una sfida per l’uomo e per il pianeta
Silvia Notarangelo
ROMA – Informare, coinvolgere, comunicare. Sono questi gli obiettivi che persegue il Barilla Center Food & Nutrition (BCFN), vero e proprio “centro di analisi e proposte dall’approccio multidisciplinare” impegnato ad approfondire i grandi temi legati all’alimentazione e alla nutrizione. A tre anni dalla sua fondazione e in collaborazione con il WorldWatch Institute, il BCFN pubblica “Eating Planet 2012” (Edizioni Ambiente), una sintesi curata e approfondita delle idee, delle proposte, delle azioni avanzate dal Centro per contribuire alla creazione di “un mondo migliore”.
Il cibo è, innanzitutto, un bene irrinunciabile, un valore di cui è necessario proteggere le varietà locali, diffondendo conoscenze legate alle sue tradizioni e al rispetto del territorio di appartenenza. Pensare che oggi, a fronte di un miliardo di obesi sono altrettante le persone che vivono in uno stato di denutrizione, è davvero sconcertante. Un’autentica ingiustizia sociale che occorre al più presto sanare mediante una sinergia di interventi: favorire lo sviluppo economico dei Paesi più poveri, costruire un sistema di scambi capace di garantire un migliore accesso al cibo, indirizzare la politica economica verso scelte che siano proiettate al benessere futuro.
Adottare un corretto stile alimentare rappresenta un’altra tappa imprescindibile. Una sana alimentazione fin da piccoli e un adeguato regime alimentare lungo tutto il corso della vita, sono presupposti capaci di ridurre in modo significativo l’insorgenza, sempre più frequente, di patologie e malattie croniche. Ed è interessante sottolineare, a questo proposito, il modello a “doppia piramide” elaborato dal BCFN. Analizzando i dati relativi all’impatto ambientale dei cibi, gli studi condotti sono giunti ad una conclusione: rispettare le classiche indicazioni della “piramide alimentare” significa non solo tutelare la propria salute ma anche proteggere l’ambiente in cui viviamo. La “piramide ambientale” conferma, infatti, che i cibi più salutari sono anche quelli che implicano un minore consumo di risorse naturali e un ridotto numero di emissioni. Ciò che si auspica è, dunque, una crescita sostenibile, nella consapevolezza che nuove forme di agricoltura sono possibili, basta saper considerare le diverse variabili e non perdere di vista gli obiettivi finali: tutela del Pianeta e cibo per tutti.