Hans Blumenberg e la sua "Teoria dell’inconcettualità"

Silvia Notarangelo
ROMA – La collana Terrain vague della :duepunti Edizioni si è recentemente arricchita dell’opera postuma di Hans Blumenberg, “Teoria dell’inconcettualità”, destinata a rappresentare il testamento spirituale del noto filosofo tedesco. Il testo, nato da inedite carte d’archivio raccolte da Anselm Haverkamp, sebbene ancora allo stadio di progetto, delinea, tuttavia, i fondamenti della prassi metaforologica, già espressi non solo all’interno di una serie di lavori preparatori, ma anche nel corso di una lezione accademica tenuta dal filosofo nel 1975.
Il saggio parte dalla definizione di concetto in quanto insieme di contrassegni mediante i quali è possibile selezionare quali rappresentazioni appartengano o meno ad un oggetto.

Esso possiede, quindi, un proprio campo di applicazione e si configura come il risultato di quella necessità, tipicamente umana, di operare con una certa “distanza spaziale e temporale”, nasce, in altre parole, dall’esigenza di dover rappresentare non tanto il presente, quanto “l’assente, il distante, il passato o il futuro”. Pur essendo un prodotto della ragione, il concetto non coincide con essa, dal momento che non riesce a realizzare tutto ciò che la ragione richiede. Tale lacuna viene colmata, secondo Blumenberg, dalle metafore, le quali, pur essendo già insite nel concetto, sono chiamate a supplire alla sua inadeguatezza, alla sue carenze, ai suoi limiti. La loro capacità di produrre qualcosa in più rispetto alla mera descrizione di uno stato di fatto, fa sì che riescano a coniugare “l’abito linguistico primario del riferimento alla realtà con quello secondario del riferimento alla possibilità”.

La metaforologia non può, dunque, limitarsi a considerare la metafora come un semplice ausilio alla costruzione di concetti ma deve inserirla all’interno di una più complessa teoria dell’inconcettualità, che il filosofo si augura riesca a ricostruire quegli orizzonti dai quali sono scaturiti gli “atteggiamenti e le costruzioni concettuali”.

"Sincopato tricolore": come i ritmi afroamericani riuscirono a conquistare il paese del melodramma.

Alessia Sità

ROMA – Anche questa settimana ChronicaLibri dedica una lettura per ricordare i ‘150 anni dell’Unità d’Italia’ e lo fa con Sincopato tricolore. C’era una volta il jazz italiano 1900-1960’ di Guido Michelone, edito da Effequ, nella collana Saggi pop.
In poco più di cento pagine è condensata la storia della musica e del costume italiano; in modo particolare, ci si sofferma sull’arrivo del Jazz, che da New Orleans giunge anche in Italia, e sulle novità da esso portate gradualmente in tutta Europa.
L’autore sonda gli anni pionieristici del cosiddetto ‘ritmo sincopato’, quando inizialmente venne accolto con molto stupore dal pubblico borghese, poi esaltato dalle avanguardie futuriste, in seguito censurato e additato come ‘selvaggio e negroide’ dal regime fascista e, infine, portato alle stelle con la Liberazione. Il tutto arricchito dalle interviste inedite a tre musicisti, che hanno lasciato un segno indelebile sulla scena jazzistica: Lino Patruno, Franco Cerri e Giorgio Gaslini.

‘Insomma, ciò che potrebbe definirsi sincopato tricolore simboleggia via via la pruriginosa curiosità della belle époque verso i suoni esotici (…)’.
Guido Michelone ci regala un piacevole documento che racconta gli anni del miracolo economico, attraverso la storia della musica, dei gruppi, delle orchestre, dei solisti e dei locali più chic dell’epoca.
Sincopato tricolore’ è un manuale essenziale che ci racconta, attraverso una bibliografia e una discografia dettagliata, come i ritmi afroamericani riuscirono a conquistare anche il paese dei melodrammi.

"San Valentino dei fessi", storie per ogni tipo di amore

Giulia Siena
ROMA “Milla detesta i cliché, le feste (tele)comandate e i sentimenti in fiera. Se mai esistesse un patrono dell’ipocrisia, non potrebbere essere che lui, il Valentino dei fessi.” Oggi, 14 febbraio, fessi o non fessi, in molti festeggiano il giorno dell’amore secondo la tradizione e il calendario. Per loro e per tutti 80144 Edizioni porta in libreria “San Valentino dei fessi. Perché ti amavo ieri e ti amerò domani”. Diciassette scrittori per altrettante storie che mettono l’amore al centro di gioie, disguidi, sofferenze, tradimenti, ricordi e qualche frainteso. Ma la casa editrice romana non ha pensato solo agli innamorati… infatti “San Valentino dei fessi” raccoglie racconti talmente divertenti e dissacranti che, anche coloro che sopravvivono a questo giorno di febbraio senza sdolcinatezze e festeggiamenti possono trovare con questo libro qualcosa di buono nella festività più chiacchierata dell’anno.
E chi è solo, sta bene da solo e non pensa neanche lontanamente a brindare per San Valentino o per il collega single San Faustino? La giusta dose di ironia, trasporto e veridicità contenuta nei racconti dei talentuosi narratori, saprà catturare anche loro!

150 anni di Libri d’Italia: Chi non ha amato "Cuore"?

Marianna Abbate
ROMALa recensione di oggi di “Cuore”, un classico della letteratura, non rientra solamente nella rubrica Vintage delle nostre letture, ma apre la sezione dei Libri per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Infatti, ogni settimana, ChronicaLibri vi parlerà di testi e personaggi che attraverso la letteratura hanno “costruito” il Risorgimento italiano. 

Chi non è stato in classe con un Nobis figlio di papà arrogante, un Derossi bello, bravo e studioso, un Garrone tanto grande quanto buono e generoso? Chi, infine, non si è sentito un po’ come Enrico Bottini – la voce narrante di “Cuore. Libro per ragazzi” (Treves 1886 – Mondadori 2001) – preso dai mille dilemmi quotidiani che ogni bambino deve affrontare, sconfiggendo le proprie debolezze? 

Ho letto questo libro da bambina e l’ho amato. Ho amato la Maestrina dalla Penna Rossa e quella Piccola Vedetta Lombarda che ha dato la vita per la Patria. Li ho ammirati, nella mia ingenuità, per la loro purezza e per il loro coraggio. Ho sognato di diventare come loro. Di lasciare una traccia nel cuore di chi resta. 
Recentemente ho scoperto, invece che Edmundo de Amicis, autore nel 1886 del libro “Cuore”, era un manipolatore. Che il suo romanzo doveva educare i nuovi bambini italiani, inculcando loro subdolamente le virtù civili. Ho letto commenti severi, come le parole di Benedetto Croce, che bollavano l’autore Non artista puro, ma scrittore moralista.
E poi ho riletto il libro.
Ho pianto di nuovo per il Nelli e per il Crossi, per il tamburino sardo e durante tutto l’interminabile viaggio dagli Appennini alle Ande. E ho pensato che le intenzioni dell’autore potevano pur essere sbagliate, ma non per questo il suo è un brutto libro. Che, in fin dei conti, non c’è nulla di male nelle virtù civili: l’amore per la patria, il rispetto per le autorità e per i genitori, lo spirito di sacrificio, l’eroismo, la carità, la pietà, l’obbedienza e la sopportazione delle difficoltà che si presentano nella vita di ogni giorno. Valori fin troppo attuali, che ormai sono sconosciuti a bambini e adulti, che andrebbero riesumati per riuscire a ricordare cosa significa la parola “Italia”.
E quindi armatevi di fazzoletti e andate a cercare nella Vostra biblioteca: c’è un libro che Vi aspetta con il Cuore.


"Bread&Kids. Fare il pane in casa con i più piccoli", storia e ricette da forno

ROMA “Il pane è così semplice che si fa con soli tre ingredienti: il lievito, che lo fa gonfiare come una spugna e gli dà sapore, la farina di grano che gli dà sostanza nutritiva, l’acqua che gli dà forma e morbidezza. E poi ci vuole il calore del fuoco, il quarto ingrediente che non si mangia, ma che mette d’accordo gli altri tre.” Di una semplicità così sorprendente e allo stesso tempo misteriosa, la ricetta del pane porta con sé il fascino della tradizione. Ed è questa storia che si cerca di trasmettere anche ai giovanissimi apprendisti cuochi nel volume di Roberta Ferraris, “Bread&Kids. Fare il pane in casa con i più piccoli”. Pubblicato da Terre di Mezzo Editore, il libro racconta agilmente come il grano possa diventare un piatto, un pasto e una materia in continua evoluzione.
Infatti, è lo stesso grano che, diventando farina, si unisce all’acqua per fermentare e regalare all’impasto volume e sapore. Così il lievito garantisce morbidezza a quel semplice impasto che arriva in tavola sotto varie forme e con diversi sapori: pane all’olio, focaccia, pane alle castagne, treccia e bambola di pane, oltre che tante altre idee per impastare insieme ai più piccoli.
“Bread&Kids” (contiene un completo ricettario) racconta il pane, fa scoprire “la saggezza di questo alimento” ai più piccoli, ti spinge a miscelare farina, acqua e lievito e, naturalmente, vuole che anche i bambini si cimentino con le mani in pasta!

Oggi scopri la ricetta del giorno di Chronache Culinarie su Chronica

"I testimoni muti": le memorie che pesano, e imputano.

Giulio Gasperini
ROMA –
La memoria pesa; perché è colma di responsabilità disertate, di omertà vergognose, di sgradevoli rapporti tra cause ed effetti. Oggi è una giornata della memoria: dopo quella del 27 gennaio, il Giorno della memoria per antonomasia oramai, il 10 febbraio si è legiferato (anche se di legge non ce ne sarebbe dovuto esser bisogno) che sia il Giorno del ricordo. La dicitura è lievemente diversa, ma la sostanza non muta. È un ricordo soprattutto italiano, d’un paese che è uscito più ferito dagli anni seguiti all’armistizio, che non da quelli belligeranti: un’Italia che ha patito più nel farsi che nel mantenersi. Da quel 2004 numerose pubblicazioni son fiorite, per tentare di far luce su una piega della nostra storia che, per diverse ragioni, era stata dimenticata; o avevano indotto a dimenticarla (dipende dai punti di vista). L’ultima ricostruzione storica è “I testimoni muti”, di Diego Zandel (Mursia, 2011). Zandel dà al ricordo la veste di rievocazione fanciullesca (e romanzata): un po’ quel che I sentieri dei nidi di ragno di Calvino fu per la lotta di Resistenza. Perché le prospettive narrative son importanti, sono fondamentali: permettono di supplire a tutto quel che la storia ufficiale tace; e a tutto quello a cui la storia, prona, acconsente.

Diego Zandel – bambino che diventa narratore – è fiumano; o meglio, i suoi genitori erano fiumani, ché lui nacque nel 1948 a Servigliano, un campo profughi nelle Marche, come tanti ne nacquero in quei tristi anni post-bellici, quando non si sapeva che farsene di tutti quegli italiani che, dopo la firma del trattato di Parigi (10 febbraio 1947, ricordiamo le date, ché sono importanti, soprattutto in questo 2011!), da Fiume, dall’Istria, dalla Dalmazia, in fuga da Tito e dalla violenza dei suoi partigiani, si riversarono in un’Italia che, per anni, avevano impossibilmente chiamato ‘patria’ ma per la quale, alla prova dei fatti, erano più un peso che una risorsa, più un motivo di imbarazzo che un vanto di nuova nazione da poco saldatasi.
Diego Zandel è fiumano: coscientemente nutre il personale vanto e l’orgoglio d’appartenere all’identità istriana e fiumana che, per lustri e lustri, han saputo, al di là di tutto, farsi ricettacolo e vaso d’elezione di diverse etnie, miscelandole e amalgamandole, sapendosi edificare sempre un po’ migliore. Sicché non è un caso che I testimoni muti sia edificato tramite l’allacciarsi e il l’armonizzarsi di racconti vari, all’apparenza inconciliabili, insanabili: parlano un po’ tutti, tutti espongono la propria verità, in una sorta di competizione per il raggiungimento di quella che, sola, tra tutte le altre, può chiamarsi tale: verità.
Quel che conta, però, è che tutti siano testimoni; muti, perché per troppo tempo le loro storie son rimaste soffocate in codesti cadaveri così crudelmente martirizzati, in codeste gole secche, sature della terra delle foibe.

"Gli anni della speranza", il racconto della difficile emigrazione da una terra ostile

Giulia Siena
ROMA “Si strinsero uno con l’altro, come un blocco, come una vera famiglia. Erano sul suolo francese e sapevano che per loro cominciavano gli anni della speranza.” Finisce con un augurio di speranza il romanzo di Anna Tolu Pouget che ripercorre gli anni difficili del Fascismo. “Gli anni della speranza”, pubblicato da Arkadia Editore, è il racconto intenso di personaggi diversi tra loro, ma simili per condizione sociale: due ragazzi e una bambina che in diversi momenti, nello stesso paese di un’isola arida, si sono scontrati con la durezza del tempo. Strade tortuose e parallele che negli anni si sono incrociate per proseguire insieme verso “gli anni della speranza”; dopo che l’austerità delle madri aveva scosso le loro piccole sensibilità, dopo che l’asprezza della guerra aveva messo alla prova la loro forza, dopo che il dolore si era preso gioco dei loro sorrisi.
Così, Francesco e Margherita sono cresciuti a pochi metri di distanza in una Sardegna “devota” al Fascismo e impaurita dalla Guerra; entrambi proclamavano entusiasti “Viva il Re! Viva il Duce!” con la sommessa speranza che il futuro sarebbe stato più ricco di cibo e amore. Entrambi volevano fuggire da quell’entroterra polveroso, avaro di soddisfazioni e affetto per approdare lontano, dove la cattiveria dei loro avi non poteva raggiungerli.

Anna Tolu Pouget in poco più di centocinquanta pagine costruisce un romanzo familiare dalla solida struttura narrativa: i riferimenti geografici sono calibrati con successo alle vicende storiche e il tutto sapientemente arricchito da sfumate venature sentimentali.

"Il vecchio che avanza", scampoli di politica e letteratura degli Anni Zero

Alessia Sità

ROMA –Non lascia dubbi il titolo, anche se è ambiguo: c’è un vecchio che avanza e questo non è solo l’autore. Non è la prima volta che si assiste a una restaurazione ma quella d’oggi rima troppo con reazione. Non ci mancano certo le rime a noi che facciamo politica come poesia. Avanza la disoccupazione, cui fa da avanguardia una straripante cassa integrazione. E per chi è a caccia di rime eccone un’altra: la demagogia sta sconfiggendo la democrazia”.
Così scrive Walter Pedullà nell’introduzione al suo libro “Il vecchio che avanza. Scampoli di politica e letteratura degli Anni Zero”, pubblicato dalle Edizioni Ponte Sisto. Con occhio ironico, l’emerito professore de “La Sapienza”, spazia fra politica e letteratura – due mondi apparentemente separati, ma in realtà molto simili – presentando una serie di saggi pubblicati negli ultimi dieci anni, che per le tematiche affrontate risultano sempre molto attuali.

Con entusiasmo e comicità, l’autore ripropone i classici antichi e moderni, passando in rassegna le autorevoli voci e lo stile di grandi scrittori e critici della nostra civiltà intellettuale: da Savino a Sciascia; da Tommaso Landolfi, il ‘narratore che mentiva a se stesso’ a Fenoglio; da Moravia a Bonaviri, ‘il narratore che mangiava pane e assoluto’; da Francesco De Sanctis a Giacomo Debenedetti. “Il Vecchio che avanza” ci regala capolavori letterari sconosciuti, come il racconto tratto dal “Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi. Il personaggio chiave della vicenda è Carlomignolo, ‘colui che dà la felicità col minimo’, l’unico a riuscire a possedere donna Giacomina, alla quale ‘la ciambella era venuta senza buco o quasi’. Attraverso questo ilare racconto, Pedullà paragona l’Italia alla nobildonna che ‘continua a desiderare azioni più profonde’. La conclusione cui si giunge è triste, ma anche terribilmente vera:‘è inutile pensare in grande, se gli uomini sono sempre più piccoli, sia nella politica che nella cultura’.
“Il Vecchio che avanza” non è solo un volume di critica militante, che ci obbliga ad una profonda riflessione sull’indegna condizione in cui versa, ormai da troppo tempo, il nostro Paese, ma è anche un’opera di attualità politica, culturale e letteraria, che attraverso i paradossi della nostra odierna società, mantiene sempre vivo e presente anche il passato .

Non si può vivere senza "Acqua"

Marianna Abbate
ROMA Nell’introduzione al suo libro Vincenzo Marchionne Mattei ci spiega che nell’estate del 2010 le Nazioni Unite hanno definito l’acqua un “bene pubblico fondamentale per la vita e la salute” e la considera un elemento fondamentale per la realizzazione di tutti gli altri diritti dell’uomo.
E’ proprio da qui che parte il romanzo “Acqua” pubblicato da AltroMondo Editore. Se l’acqua è un bene pubblico, allora non se ne dovrebbe trarre guadagno.
Un problema annoso, che sa di marcio. Perché è innegabile che l‘acqua sia una ricchezza immensa, specialmente in luoghi aridi o desertici. E che chi la possiede vorrebbe sfruttare al meglio la propria risorsa. Un tema caro alla cinematografia, se pensiamo a Chinatown o all’ultimo Bond. 
E’ questo il filone che segue l’autore, quello di un giallo internazionale, complesso e ben costruito. Una trama che si dipana “tra la grigia Bruxelles, l’Africa equatoriale e la placida Roma” in un articolato susseguirsi di eventi e giochi psicologici.
All’inizio del libro troviamo l’elenco dei personaggi, come in tutti i gialli che si rispettino, per poterci orientare meglio negli sviluppi dell’intrigo, perché di un intrigo si tratta. 
La lettura risulta piacevole e a tratti avvincente. L’autore ci dimostra sensibilità e conoscenze, anche quando descrive la triste storia dell’infibulazione di una dei protagonisti. 
Vincenzo Marchionne Mattei ha lavorato per l’Unione Europea e collaborato come esperto d’Industria presso il Ministero degli Esteri. Da ingegnere, ricercatore e storico è riuscito a dedicarsi con successo alla passione della scrittura e questo è il suo secondo romanzo.

"Tapinambour", vite che si incrociano

Alessia Sità
ROMA – Eventi, persone e pensieri. Sono questi gli elementi fondamentali attorno a cui ruota “Tapinambour”, il romanzo di Ezio Dadone edito da Altromondo nella Collana Iride.
Sullo sfondo di una Torino dalle mille sfaccettature si fondono tre realtà che solo in apparenza non hanno nulla in comune.
L’esistenza di Marcella Montefiorini, giovane ingegnere edile impiegata presso l’ufficio del Comune, si intreccia casualmente con quella di Giacomo Nicolosi, un metalmeccanico dal profondo orgoglio personale. Ben presto nella loro vita si insinua una realtà misteriosa e allo stesso tempo affascinante, un mondo al quale ognuno gurada con occhi diversi, quello Rom.

Nonostante la diversità e la distanza che separa il mondo di Marcella da quello di Giacomo, il lettore riesce comunque ad affezionarsi a entrambi esattamente allo stesso modo.
In “Tapinambour”, non è semplice cogliere il fil rouge che unisce i personaggi e le loro diverse vicende, che da individuali lentamente diventano fatti globali, anzi storici.
Con uno stile elaborato, denso di metafore e attento a ogni sfumatura, Ezio Dadone affronta una tematica delicata e molto attuale, quella del popolo Rom.
“Tapinambour” è un romanzo che smuove le coscienze e che ci offre molti spunti di riflessione su una questione molto dibattuta e talvolta poco approfondita.