Marianna Abbate
ROMA – Che l’Italia abbia mille volti lo sapevamo già. Certo è che per l’italiano medio l’operaio ha sempre il volto di un dipendente Mirafiori, che campeggia sulle prime pagine dei giornali. Quello che Cosimo Argentina ci mostra nel suo libro, edito da Fandango, è il “Vicolo dell’Acciaio” un distretto industriale di Taranto, che al massimo potremmo aver visto nella quinta pagina di cronaca, quando si è trovato al centro di un Referendum.
Forse perché gli operai siderurgici non sono altrettanto fotogenici quanto i dipendenti Fiat, o forse perché il loro lavoro mostra effettivamente delle problematiche economico-sanitarie ben diverse da quelle delle fabbriche di automobili. Certo è che nel libro di Argentina, si respira un’aria pesante, tossica. Una nube grigia di fumi e odori acri che chi ha sentito una volta non potrà più dimenticare.
Poi ci sono i personaggi, i protagonisti di questo ritratto dell’ Italia industriale: combattono le loro battaglie quotidiane e cercano di sopravvivere in mezzo a quel male di vivere e a tutto quel fumo. Sono coraggiosi, forti come il Generale, o indefiniti, indecisi, ma pur sempre arrabbiati, come il figlio Mino. Non cambiano. Rimangono così, statici e un po’ tristi, fino all’ultima pagina del romanzo; almeno i sopravvissuti.
Cosimo Argentina è agitato e commosso. Si vede dalle sue frasi, brevi e concise, ma non per questo semplici. Spesso il linguaggio è ermetico, autoreferenziale e complicato. Per chi non conosce il dialetto la lettura risulta poco scorrevole, nonostante si tratti comunque di una scrittura rapida e discorsiva.
La tematica ricorda un po’ Zola e un po’ Verga, ma lo stile è completamente diverso.
L’autore è troppo coinvolto per risultare oggettivo, il suo è un romanzo sentito e sofferto. Un alone di depressione si posa anche sulle considerazioni finali, come se la speranza avesse evitato di proposito questo libro. O perlomeno il quartiere industriale di Taranto.
Categoria: recensione
"Statale 18": una strada su cui oggi si gioca la partita finale tra conservazione e ricostruzione
"Cibi Killer", la nuova inchiesta di William Reymond
Marilena Giulianetti
ROMA – Infermiere avvolte in candidi camici e fitto via vai di sedie a rotelle per il viale che conduce al parcheggio. Non siamo nella sala d’attesa di un ospedale. Troppo facile e scontato. Soprattutto: troppo sano. No, è il toxic food che avanza, su invitanti piatti serviti con il provocatorio nome di “bypass” in locali specializzati come l’Heart Attack Grill – dove i clienti diventano “pazienti”, il direttore di sala il “dottore”, si ingurgitano più di 8mila calorie a pasto e il cibo è “buono da morire”, come recita lo slogan. Non soltanto qui però, ed è la vera beffa. In “Cibi Killer” la nuova inchiesta pubblicata da Nuovi Mondi (la prima è contenuta in “Toxic” pubblicato nel 2008 sempre dalla stessa casa editrice) il giornalista francese William Reymond riprende la sua scottante indagine sull’industria agroalimentare partendo da lontano; i primi anni ’70, gli anni del cambiamento nell’industria alimentare degli Stati Uniti, ma anche della vecchia Europa.
“Cibi killer” non è il solito libro sui rischi di una dieta ricca di grassi. E’ un’inchiesta che toglie il velo ai veleni che da anni non sappiamo di mangiare e che finiscono regolarmente nei nostri piatti – sotto forma di coloranti, conservanti, pesticidi usati in fase di coltivazione, benzoapirene o acidi grassi parzialmente idrogenati poco importa. Il mercato tenta di togliere il libero arbitrio, costringendo tutti ad una alimentazione non solo povera di nutrimento (quattro mele di oggi non raggiungono i nutrienti contenuti in una mela negli anni ’50) ma potenzialmente dannosa per il nostro organismo.
L’inganno è sotto gli occhi di molti, eppure tutto tace. Pesa la connivenza tra industria agroalimentare e farmaceutica, secondo Reymond provata anche da numerosi studi – sistematicamente ignorati – condotti nel tempo da ricercatori autorevoli. Così si continua a parlare di “prevenzione” sotto forma di monitoraggio clinico (vedi costose visite mediche, vedi costose operazioni e terapie medicinali), ma non sotto forma di cambiamento delle abitudini alimentari che, se mutate, abbasserebbero la media di malattie cardiovascolari, ictus, ma anche di certi tipi di tumori. A toccare gli interessi delle industrie si muore, in tutti i sensi. Con “Cibi Killer” Reymond lancia il sasso contro Golia espandendo la ricerca iniziale e offrendo uno spaccato ampiamente documentato e a tratti desolante. I nemici sono insidiosi, abitualmente presenti tra gli ingredienti dei cibi industriali, dati in pasto al bestiame negli allevamenti o utilizzati nelle coltivazioni. “Sommergendoci di cibi che ci fanno ammalare, i colossi del toxic food dimenticano uno dei comandamenti fondamentali del commercio: non uccidere il tuo cliente”.
"Il Francese senza sforzo" con Assimil non è un problema
Marianna Abbate
ROMA – Ho conosciuto il metodo Assimil durante un corso universitario di Russo. La professoressa ci fece acquistare questo libro, così diverso dagli eserciziari che solitamente si usano per imparare l’inglese, e dopo un paio di lezioni mi trovai a chiacchierare sul teatro Balshoj di Mosca.
"Le stanze di lavanda", il romanzo di un’infanzia armena
Roma – Un’anziana donna affida alla nipote le sue memorie, le memorie di una vita segnata dalla deportazione. Nasce da questa sofferta confessione il romanzo di Ondine Khayat “Le stanze di lavanda”, pubblicato da Piemme.
"D’amore e ombra", un classico di Isabel Allende
Ammaniti ritorna a emozionare con il suo nuovo romanzo, "Io e te"
"Senza tacchi", ma neanche in punta di piedi
Marianna Abbate
ROMA – Fare la modella è il sogno di migliaia di ragazzine. Sfilare con quegli abiti meravigliosi e fluttuanti, occupare tutti i manifesti della città, sorridere ai fotografi e firmare autografi. Inutile ripetere che questa è solo una faccia della medaglia e che dall’altra parte ci sono umiliazioni, sofferenze diete interminabili e malsana competizione. Ce lo racconta da vicino Francesca Lancini, supermodella, nel suo esordio letterario “Senza tacchi” edito da Bompiani.
Sono stata attirata alla lettura di questo libro dal nostro direttore, che conosce bene la mia debolezza per i romanzi rosa, consumati in quantità industriale a qualunque ora del giorno e della notte. Ebbene , cara direttrice, questo non è un romanzo rosa, come potrebbero indurci erroneamente queste lunghe gambe nude in copertina. Questo romanzo è più simile a un horror psicologico, a una storia di guerra oppure, se proprio vogliamo a una commedia nera all’inglese. Perchè il mondo che vediamo, e che impariamo a conoscere dalle pagine del libro, fa paura. Inquieta e terrorizza, delude e rattrista. Un libro consigliabile a tutte le mamme che spingono le loro figlie a cominciare queste improbabili carriere, sostenendole con impegno in diete massacranti, pagando interventi estetici inutili se non dannosi. Perchè sono proprio così i genitori del libro: assenti e assenteisti, confidano nel denaro più che nell’Amore e nel successo più che nella Felicità.
La consolazione sta nel fatto che la protagonista, una ragazza abbastanza sveglia, riesce a liberarsi da questo vortice di autodistruzione, grazie ad una visione lucida di quanto la circonda. Non saprei definire quanto di autobiografico l’autrice abbia voluto condividere con i lettori; ma se pensiamo che da una carriera di successo, che l’ha portata come valletta a Sanremo nel 2006, si è dedicata alla scrittura possiamo immaginare che la realtà si distingua ben poco dalla fantasia. Le faccio i miei migliori auguri per questo cambiamento.
"Le ricette di casa Clerici"- gustare con moderazione
Marianna Abbate
ROMA – L’indiscutibile simpatia di Antonella l’ha portata nel tempo a diventare una delle presentatrici più amate d’Italia. La sua semplicità e il suo calore “casalingo” sono gli ingredienti fondamentali del suo successo. Ingredienti che non mancano nel suo libro “Le ricette di casa Clerici” edito da Rizzoli, per lungo tempo dominatore delle classifiche di vendita.
Perché la Clerici è una donna di successo. Dietro la sua dolcezza si nasconde una donna piena di temperamento, che ha saputo speziare la sua vita con un’immensa varietà di sapori.
Tutto questo dovrebbe bastare per acquistare il suo ricettario. Ma attenzione! Chi ha seguito almeno qualche volta “La prova del cuoco” sa che i gusti della Clerici non sono proprio sanissimi, e che la sua dieta non si può di certo consigliare a chi ha problemi di colesterolo. Basti pensare che il burro è l’ingrediente fondamentale di molte delle sue ricette, come per le famose “cotolette alla milanese” che non si possono di certo friggere sull’olio. Oppure per i suoi adorati risotti che misurano quasi più burro che riso. Bè, non si può certo darle torto, la sua cucina è saporita e nutriente. Dopo un pasto “alla Clerici” potrete tranquillamente arare dieci ettari di terreno.
Ma sfogliando attentamente il ricettario scopriremo anche sfiziose insalate che, se non si esagera nel condimento, potrebbero quasi compensare i grassi del piatto principale.
Sicuramente tra le duecentocinquanta ricette del libro sarà facile trovare qualcosa di adatto a tutta la famiglia. Ricette semplici di assicurato successo che Antonella ha raccolto tra consigli di parenti e amici, come dai grandi cuochi che partecipano alla sua trasmissione.
E se vi sentite un po’ pigri, tirate fuori quello che avete nel surgelatore e guardatevi le belle foto di casa Clerici.
Oggi scopri la ricetta del giorno di Chronache Culinarie su Chronica
"Pensieri di un terzino sinistro", quando il calcio diventa una "cosa seria".
Remo Carulli ha il grande merito (soprattutto agli occhi di coloro ai quali il calcio, più che uno sport, è soltanto una fastidiosa manifestazione di delirio collettivo) di sublimare lo sport nel senso più stretto del termine e di renderlo significativa metafora della vita, dei movimenti e dei fraintendimenti, delle casualità e degli autolesionismi che, intrecciati tutti insieme, creano la Vita, quella con la V maiuscola. Sicché capiamo tutte le altre sentenze che son pronunciate dai giocatori, che siano portieri o attaccanti; capiamo il processo di indagine e di scoperta personale che il terzino compie nei confronti di sé stesso, relazionandosi non soltanto coi compagni ma anche coi rivali, anch’essi personaggi mitici che, di volta in volta, assumono contorni e tinte sempre diverse. Capiamo anche l’ironia (anche quando declinata nella sua forma estrema, ovvero il sarcasmo) con la quale Carulli, in una divertita architettura, sostiene il racconto: la capiamo perché è la stessa che, per sopravvivere, dovremmo applicare al racconto della Vita, quella vera.
Remo Carulli ha il merito di aver tentato di motivare il calcio, di presentarcelo come se fosse una “cosa seria”. Da parte nostra, noi, abituati alla contemporaneità (e alla realtà delle prime pagine dei quotidiani), potremmo anche riuscire a farci cullare dall’illusione.
Non sveliamo il risultato della partita; ché in realtà, di importanza, non ne ha molta. Parafrasando Kavafis, non è tanto importante la mèta, quanto piuttosto la strada che siamo costretti a percorrere per raggiungerla.