L’Italia del "Vicolo dell’Acciaio"

Marianna Abbate
ROMA Che l’Italia abbia mille volti lo sapevamo già. Certo è che per l’italiano medio l’operaio ha sempre il volto di un dipendente Mirafiori, che campeggia sulle prime pagine dei giornali. Quello che Cosimo Argentina ci mostra nel suo libro, edito da Fandango, è il “Vicolo dell’Acciaio” un distretto industriale di Taranto, che al massimo potremmo aver visto nella quinta pagina di cronaca, quando si è trovato al centro di un Referendum.
Forse perché gli operai siderurgici non sono altrettanto fotogenici quanto i dipendenti Fiat, o forse perché il loro lavoro mostra effettivamente delle problematiche economico-sanitarie ben diverse da quelle delle fabbriche di automobili. Certo è che nel libro di Argentina, si respira un’aria pesante, tossica. Una nube grigia di fumi e odori acri che chi ha sentito una volta non potrà più dimenticare. 
Poi ci sono i personaggi, i protagonisti di questo ritratto dell’ Italia industriale: combattono le loro battaglie quotidiane e cercano di sopravvivere in mezzo a quel male di vivere e a tutto quel fumo. Sono coraggiosi, forti come il Generale, o indefiniti, indecisi, ma pur sempre arrabbiati, come il figlio Mino. Non cambiano. Rimangono così, statici e un po’ tristi, fino all’ultima pagina del romanzo; almeno i sopravvissuti. 
Cosimo Argentina è agitato e commosso. Si vede dalle sue frasi, brevi e concise, ma non per questo semplici. Spesso il linguaggio è ermetico, autoreferenziale e complicato. Per chi non conosce il dialetto la lettura risulta poco scorrevole, nonostante si tratti comunque di una scrittura rapida e discorsiva. 
La tematica ricorda un po’ Zola e un po’ Verga, ma lo stile è completamente diverso.
L’autore è troppo coinvolto per risultare oggettivo, il suo è un romanzo sentito e sofferto. Un alone di depressione si posa anche sulle considerazioni finali, come se la speranza avesse evitato di proposito questo libro. O perlomeno il quartiere industriale di Taranto.



"Statale 18": una strada su cui oggi si gioca la partita finale tra conservazione e ricostruzione

Alessia Sità
ROMA‘In mezzo alla statale 18, insomma, corre un mondo e una vita che fermenta come il mosto di una cattiva vendemmia. Qui c’è tutto quello che sta a sud di Gomorra.’
Così scrive il professore di Antropologia Culturale ed Etnologia, Mauro Francesco Minervino, nel suo libro “Statale 18” pubblicato nel 2010 da Fandango Libri.
La Salerno – Reggio Calabria non è semplicemente una strada statale, ma è una chiara testimonianza di un degrado che ormai consuma, logora e affligge sempre di più l’Italia. Questa striscia di asfalto, lunga 600 chilometri, è la traccia di una ‘gestione scriteriata delle coste cementificate’, dell’abusivismo, delle contraddizioni di una terra che deturpa la bellezza mozzafiato dei suoi panorami senza alcuna pietà.

‘Una strada su cui oggi si gioca la partita finale tra conservazione e ricostruzione, paese legale e paese nascosto, cosche e istituzioni, nella continua dialettica di un sud che va ricapitolato con impegno civile e narrato con autentica passione’.
L’intento dell’autore non è tanto quello di fare un semplice elenco delle macerie e del degrado, piuttosto si intuisce il desiderio – molto forte per chi ha amato e continua ad amare i propri luoghi – di capire da dove è possibile partire per ricostruire e conservare una terra che ha ancora tanto da offrire, ma che con desolazione molti abbandonano per l’incapacità di combattere contro la ‘mostrificazione’. Solo la natura riesce a ribellarsi a questo orrore e solo ‘se si incazzano i santi’ qualcuno inizia a pensare che bisogna agire per fermare lo scempio, che ha quasi del tutto soffocato una terra dove ‘i desideri fanno in fretta a passare e diventano ricordi’.
Minervino riesce a raccontare, in modo poetico, e nostalgico al punto giusto, una profonda ferita del meridione, ma allo stesso tempo sembra voler dare una nuova speranza per chi sogna un futuro diverso per la Calabria.
“Statale 18” di Mauro Francesco Minervino, Roma, Fandango, 15 euro

"Cibi Killer", la nuova inchiesta di William Reymond

Marilena Giulianetti
ROMA – Infermiere avvolte in candidi camici e fitto via vai di sedie a rotelle per il viale che conduce al parcheggio. Non siamo nella sala d’attesa di un ospedale. Troppo facile e scontato. Soprattutto: troppo sano. No, è il toxic food che avanza, su invitanti piatti serviti con il provocatorio nome di “bypass” in locali specializzati come l’Heart Attack Grill – dove i clienti diventano “pazienti”, il direttore di sala il “dottore”, si ingurgitano più di 8mila calorie a pasto e il cibo è “buono da morire”, come recita lo slogan. Non soltanto qui però, ed è la vera beffa. In “Cibi Killer” la nuova inchiesta pubblicata da Nuovi Mondi (la prima è contenuta in “Toxic” pubblicato nel 2008 sempre dalla stessa casa editrice) il giornalista francese William Reymond riprende la sua scottante indagine sull’industria agroalimentare partendo da lontano; i primi anni ’70, gli anni del cambiamento nell’industria alimentare degli Stati Uniti, ma anche della vecchia Europa.
“Cibi killer” non è il solito libro sui rischi di una dieta ricca di grassi. E’ un’inchiesta che toglie il velo ai veleni che da anni non sappiamo di mangiare e che finiscono regolarmente nei nostri piatti – sotto forma di coloranti, conservanti, pesticidi usati in fase di coltivazione, benzoapirene o acidi grassi parzialmente idrogenati poco importa. Il mercato tenta di togliere il libero arbitrio, costringendo tutti ad una alimentazione non solo povera di nutrimento (quattro mele di oggi non raggiungono i nutrienti contenuti in una mela negli anni ’50) ma potenzialmente dannosa per il nostro organismo.


L’inganno è sotto gli occhi di molti, eppure tutto tace. Pesa la connivenza tra industria agroalimentare e farmaceutica, secondo Reymond provata anche da numerosi studi – sistematicamente ignorati – condotti nel tempo da ricercatori autorevoli. Così si continua a parlare di “prevenzione” sotto forma di monitoraggio clinico (vedi costose visite mediche, vedi costose operazioni e terapie medicinali), ma non sotto forma di cambiamento delle abitudini alimentari che, se mutate, abbasserebbero la media di malattie cardiovascolari, ictus, ma anche di certi tipi di tumori. A toccare gli interessi delle industrie si muore, in tutti i sensi. Con “Cibi Killer” Reymond lancia il sasso contro Golia espandendo la ricerca iniziale e offrendo uno spaccato ampiamente documentato e a tratti desolante. I nemici sono insidiosi, abitualmente presenti tra gli ingredienti dei cibi industriali, dati in pasto al bestiame negli allevamenti o utilizzati nelle coltivazioni. “Sommergendoci di cibi che ci fanno ammalare, i colossi del toxic food dimenticano uno dei comandamenti fondamentali del commercio: non uccidere il tuo cliente”.

"Il Francese senza sforzo" con Assimil non è un problema

Marianna Abbate
ROMAHo conosciuto il metodo Assimil durante un corso universitario di Russo. La professoressa ci fece acquistare questo libro, così diverso dagli eserciziari che solitamente si usano per imparare l’inglese, e dopo un paio di lezioni  mi trovai a chiacchierare sul teatro Balshoj di Mosca.

Quando il mio ragazzo mi chiese di insegnargli il polacco non ebbi alcun dubbio nel consigliarli di acquistare la guida Assimil “Il Polacco senza sforzo”.
La casa editrice nasce in Francia nel 1929 con un corso d’inglese per francofoni, in Italia è presente dagli anni cinquanta e dal 1995 i corsi in italiano sono pubblicati direttamente in Italia, e la disponibilità di lingue è in continuo aumento.
Ma qual è il segreto di questo metodo? Le guide Assimil si basano sull’apprendimento intuitivo, lo stesso tipo di apprendimento che hanno i bambini nel momento in cui imparano a parlare, ovviamente  adattato all’intelligenza di un adulto. Lo studio si suddivide in una fase passiva, di ascolto lettura e familiarizzazione di suoni, e una fase attiva, che inizia dopo circa cinquanta lezioni e che ripercorre tutte le lezioni già studiate nella prima fase.
Per chi deve studiare da solo è pertanto assolutamente necessario acquistare anche il cd audio del corso, mentre chi sceglie di studiare con un insegnante madrelingua può risparmiarsi la spesa e costringere la povera fidanzata (il mio caso) a leggere ad alta voce e registrare le lezioni. 
Vi stupirete con quanta facilità le conoscenze vi rimangano impresse e desidererete avere una guida Assimil per tutte le materie. 

"Le stanze di lavanda", il romanzo di un’infanzia armena

Silvia Notarangelo

Roma – Un’anziana donna affida alla nipote le sue memorie, le memorie di una vita segnata dalla deportazione. Nasce da questa sofferta confessione il romanzo di Ondine Khayat “Le stanze di lavanda”, pubblicato da Piemme.

Attraverso gli occhi di una quattordicenne, rivive, nelle pagine del libro, il genocidio degli armeni, una tragedia colpevolmente sottovalutata.
E’ il 1915 quando Louise, una giovanissima poetessa dall’infanzia felice, perde, improvvisamente, tutto: la famiglia, la propria casa, la propria dignità. Non solo. Assiste, in prima persona, alla dissoluzione di tutto, al macabro spettacolo della testa del nonno esposta lungo le strade, alle fiamme che spezzano la vita dei suoi cari.

E’ possibile ricominciare? Si può ancora credere in un “dio che ha permesso tutto questo” o l’unica, possibile reazione è quella di lasciarsi andare fino a desiderare la morte, in un mondo che sembra restare così terribilmente indifferente?
A giudicare dalla storia di Louise, sì. Rimasta orfana, con una sorella più piccola di cui prendersi cura, è proprio nell’estrema difficoltà che inizia a risalire la china, ad attingere “dal fondo del suo odio la forza per sopravvivere”.
Con la tenacia e l’aiuto di affetti inattesi, riesce a raccogliere i pezzi della propria esistenza, perché se è vero che non ha potuto “ritrovarli tutti, ed è per questo che esistono delle falle”, è altrettanto vero che si può tornare a “stare in piedi e camminare”.
La vita le riserverà, purtroppo, nuove, durissime prove da superare e la gara con la memoria resterà per sempre aperta, ma Louise imparerà, con il tempo, a credere che “tutto sia di nuovo possibile”, a “ripiantare in un angolo di terra ciò che resta del suo cuore”.

"D’amore e ombra", un classico di Isabel Allende

Alessia Sità
ROMA – Pensando alla Lettura vintage di questa settimana, ho riscoperto la bellezza di uno dei romanzi di Isabel Allende: “D’amore e ombra”, edito da Feltrinelli, nella collana Universale economica. La scrittrice cilena compose l’opera nel 1984, durante il suo esilio in Venezuela. Fra finzione e realtà, l’Allende ci racconta un’epoca che lei stessa definisce ‘di somma ingiustizia’.
Sullo sfondo di un Cile devastato dalla dittatura, portata nel 1973 da un Golpe militare guidato dal generale Pinochet, si snoda la vicenda dei tre protagonisti. Tre storie diverse accomunate da uno stesso destino.

La vita di Irene, una giornalista di buona famiglia, cambia subito dopo l’incontro con Francisco, un giovane appassionato di fotografia. I due lavorano su un’inchiesta giornalistica incentrata su Evangelina, una ragazzina dotata di poteri soprannaturali, scomparsa misteriosamente dopo aver messo in ridicolo un ufficiale. L’indagine condotta coraggiosamente dai due giovani porterà ad un terribile scandalo, le cui conseguenze saranno particolarmente dolorose.
Ancora una volta Isabel Allende riesce a coinvolgere il lettore in una narrazione ricca di particolari, di avvenimenti e di personaggi.
La vicenda – probabilmente frutto di una reale esperienza vissuta da alcuni amici della scrittrice – commuove, indigna, ma allo stesso tempo fa anche sperare.
“D’amore e ombra” è una splendida storia d’amore che non risulta mai banale o leziosa, ma soprattutto è un racconto che tiene col fiato sospeso fino alla fine.

Ammaniti ritorna a emozionare con il suo nuovo romanzo, "Io e te"

Stefano Billi
Roma – Diffidate, o lettori, da quei presunti esponenti di una non meglio definita “intellighenzia” che etichettano i libricini come meri prodotti commerciali, oppure come esemplari mal riusciti di storie che in realtà meritavano ampio spazio.
In realtà, dietro questi libelli molto spesso si celano storie commoventi e toccanti, come ad esempio quella narrata in “Io e te”, il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti edito da Einaudi.
La trama di quest’opera presenta caratteri davvero peculiari ed interessanti: Lorenzo, il protagonista della vicenda, si rifugia per una settimana intera all’interno di uno scantinato con l’intenzione di evadere dalla realtà di un carattere – rectius, di una caratterialità – che lo rende introverso e chiuso verso il mondo che lo circonda.

Ammaniti tratteggia in maniera originale, ma anche sincera e schietta, la problematicità di un adolescente che fatica ad avere relazioni con i suoi coetanei e che tuttavia dovrà poi cercare di aprire le porte del suo cuore ad un’inaspettata intrusa, la quale arrecherà forte scompiglio alla volontaria detenzione che Lorenzo si era procurato.
In questo libro scritto dall’Ammaniti, riecheggiano quei tratti interessanti che avevano caratterizzato l’opera prima dell’autore (intitolata “Branchie” ed edita anch’essa da Einaudi); c’è da sottolineare, però, che “Io e te” presenta inoltre molti spunti che fanno intuire come in tutti questi anni la penna dell’autore sia evoluta e maturata.
Infatti, in questo suo nuovo romanzo, Ammaniti abbandona quel modus scrivendi talvolta eccessivamente licenzioso che era presente in “Branchie” per dedicarsi invece alla creazione di una nuova storia che è capace di stringere il cuore.
Ci sono sentimenti particolari, nella vita, che riescono a creare legami con persone che abbiamo conosciuto per poco tempo, quasi di sfuggita; ma, talvolta, proprio queste occasioni strappate al destino riescono a incidere le pieghe della memoria e così quelle avventure che si presentano prima facie come situazioni indesirate e moleste, poi ci portano a scoprire la ricchezza presente nell’altro.
Verrebbe da ricordare quelle righe poetiche scritte da John Donne, dove si afferma che nessun uomo è un’isola oppure quegli ideali sani ed eterni sull’importanza del confronto come fonte di crescita interiore e spirituale.
Altro aspetto di assoluto rilievo di questo libro dell’Ammaniti, consiste nel richiamo fatto dallo scrittore alla drammaticità della tossicodipendenza, tematica ancora attuale e che troppo spesso viene analizzata come una piaga del passato, di una generazione alla deriva nel mare di un contesto culturale (come quello a partire dagli anni Sessanta) dove la droga era rifugio e scappatoia ai problemi della vita.
Un centinaio di pagine, quelle di “Io e te”, che condensano una vicenda tenera e originale, a cavallo tra una gioventù che deve ancora sbocciare e una maturità inesorabilmente smarrita.
Ammanititi conferma il suo originalissimo talento in un nuovo romanzo da leggere tutto d’un fiato, da assaporare sino all’epilogo, riflesso di una vicenda che sa intenerire davvero.

"Senza tacchi", ma neanche in punta di piedi

Marianna Abbate
ROMA – Fare la modella è il sogno di migliaia di ragazzine. Sfilare con quegli abiti meravigliosi e fluttuanti, occupare tutti i manifesti della città, sorridere ai fotografi e firmare autografi. Inutile ripetere che questa è solo una faccia della medaglia e che dall’altra parte ci sono umiliazioni, sofferenze diete interminabili e malsana competizione. Ce lo racconta da vicino Francesca Lancini, supermodella, nel suo esordio letterario “Senza tacchi” edito da Bompiani.

Sono stata attirata alla lettura di questo libro dal nostro direttore, che conosce bene la mia debolezza per i romanzi rosa, consumati in quantità industriale a qualunque ora del giorno e della notte. Ebbene , cara direttrice, questo non è un romanzo rosa, come potrebbero indurci erroneamente queste lunghe gambe nude in copertina. Questo romanzo è più simile a un horror psicologico, a una storia di guerra oppure, se proprio vogliamo a una commedia nera all’inglese. Perchè il mondo che vediamo, e che impariamo a conoscere dalle pagine del libro, fa paura. Inquieta e terrorizza, delude e rattrista. Un libro consigliabile a tutte le mamme che spingono le loro figlie a cominciare queste improbabili carriere, sostenendole con impegno in diete massacranti, pagando interventi estetici inutili se non dannosi. Perchè sono proprio così i genitori del libro: assenti e assenteisti, confidano nel denaro più che nell’Amore e nel successo più che nella Felicità.
La consolazione sta nel fatto che la protagonista, una ragazza abbastanza sveglia, riesce a liberarsi da questo vortice di autodistruzione, grazie ad una visione lucida di quanto la circonda. Non saprei definire quanto di autobiografico l’autrice abbia voluto condividere con i lettori; ma se pensiamo che da una carriera di successo, che l’ha portata come valletta a Sanremo nel 2006, si è dedicata alla scrittura possiamo immaginare che la realtà si distingua ben poco dalla fantasia. Le faccio i miei migliori auguri per questo cambiamento.

"Le ricette di casa Clerici"- gustare con moderazione

Marianna Abbate
ROMA – L’indiscutibile simpatia di Antonella l’ha portata nel tempo a diventare una delle presentatrici più amate d’Italia. La sua semplicità e il suo calore “casalingo” sono gli ingredienti fondamentali del suo successo. Ingredienti che non mancano nel suo libro “Le ricette di casa Clerici” edito da Rizzoli, per lungo tempo dominatore delle classifiche di vendita. 
Perché la Clerici è una donna di successo. Dietro la sua dolcezza si nasconde una donna piena di temperamento, che ha saputo speziare la sua vita con un’immensa varietà di sapori.

Tutto questo dovrebbe bastare per acquistare il suo ricettario. Ma attenzione! Chi ha seguito almeno qualche volta “La prova del cuoco” sa che i gusti della Clerici non sono proprio sanissimi, e che la sua dieta non si può di certo consigliare a chi ha problemi di colesterolo. Basti pensare che il burro è l’ingrediente fondamentale di molte delle sue ricette, come per le famose “cotolette alla milanese” che non si possono di certo friggere sull’olio. Oppure per i suoi adorati risotti che misurano quasi più burro che riso. Bè, non si può certo darle torto, la sua cucina è saporita e nutriente. Dopo un pasto “alla Clerici” potrete tranquillamente arare dieci ettari di terreno.
Ma sfogliando attentamente il ricettario scopriremo anche sfiziose insalate che, se non si esagera nel condimento, potrebbero quasi compensare i grassi del piatto principale.
Sicuramente tra le duecentocinquanta ricette del libro sarà facile trovare qualcosa di adatto a tutta la famiglia. Ricette semplici di assicurato successo che Antonella ha raccolto tra consigli di parenti e amici, come dai grandi cuochi che partecipano alla sua trasmissione.
E se vi sentite un po’ pigri, tirate fuori quello che avete nel surgelatore e guardatevi le belle foto di casa Clerici.

Oggi scopri la ricetta del giorno di Chronache Culinarie su Chronica

"Pensieri di un terzino sinistro", quando il calcio diventa una "cosa seria".

Giulio Gasperini

ROMA – Nei 90 minuti di una partita di calcio ciascuno di noi (o almeno il tifoso) assiste all’azione, si entusiasma per i gol, si dispera per un’azione soffocata, per un palo centrato, per un cartellino rosso sollevato. In quei 90 minuti contempliamo una competizione, una gara che, spesso, assume i contorni d’una lotta: le declinazione contemporanea della guerra. Ma cosa succede, in quei 90 minuti, a un giocatore? Cosa pensa? Come si equilibra tra vita e gioco, tra esistenza e azione? Remo Carulli, giovane psicologo sportivo, sgrana una partita, come ce ne potrebbero essere tante, minuto dopo minuto, dirigendo il riflettore su un giocatore in particolare. I “Pensieri di un terzino sinistro” (Zona, 2009) diventano, dunque, declinazione di una figura che, oggi, ha assunto i contorni mitici dell’eroe post-moderno, del condottiero che guida le proprie truppe all’assalto d’una fortezza. E se non la espugna sono guai.
Remo Carulli ha il grande merito (soprattutto agli occhi di coloro ai quali il calcio, più che uno sport, è soltanto una fastidiosa manifestazione di delirio collettivo) di sublimare lo sport nel senso più stretto del termine e di renderlo significativa metafora della vita, dei movimenti e dei fraintendimenti, delle casualità e degli autolesionismi che, intrecciati tutti insieme, creano la Vita, quella con la V maiuscola. Sicché capiamo tutte le altre sentenze che son pronunciate dai giocatori, che siano portieri o attaccanti; capiamo il processo di indagine e di scoperta personale che il terzino compie nei confronti di sé stesso, relazionandosi non soltanto coi compagni ma anche coi rivali, anch’essi personaggi mitici che, di volta in volta, assumono contorni e tinte sempre diverse. Capiamo anche l’ironia (anche quando declinata nella sua forma estrema, ovvero il sarcasmo) con la quale Carulli, in una divertita architettura, sostiene il racconto: la capiamo perché è la stessa che, per sopravvivere, dovremmo applicare al racconto della Vita, quella vera.
Remo Carulli ha il merito di aver tentato di motivare il calcio, di presentarcelo come se fosse una “cosa seria”. Da parte nostra, noi, abituati alla contemporaneità (e alla realtà delle prime pagine dei quotidiani), potremmo anche riuscire a farci cullare dall’illusione.
Non sveliamo il risultato della partita; ché in realtà, di importanza, non ne ha molta. Parafrasando Kavafis, non è tanto importante la mèta, quanto piuttosto la strada che siamo costretti a percorrere per raggiungerla.