“La sposa di Tutankhamon” il bestseller americano all’italiana

Marianna Abbate
ROMA – L’antico Egitto, la guerra, il potere e l’Amore. Temi frequentatissimi e noti, ma sempre magici e affascinanti. Certo, scegliere come protagonista la moglie dell’uomo più famoso della storia d’Egitto è un atto di coraggio e forse anche un po’ d’incoscienza. Ma devo riconoscere che Claudia Musio è stata brava nello svolgere la trama, mostrando non solo un’adeguata conoscenza storica, ma anche un’abilità narrativa non indifferente.

Possiamo vedere l’Egitto con gli occhi della moglie del Faraone, conoscere i suoi pensieri e la sua devozione. Seguire tutti i passi che la porteranno ad essere la donna più potente d’Egitto. In questo romanzo c’è veramente tutto: l’innocenza, l’amore platonico e quello sensuale, l’affetto familiare, il rispetto, l’onore, il senso del dovere. Ci sono i tradimenti, le vendette e il rimpianto.

E’ un romanzo grande edito da una casa editrice cagliaritana piccola ma curatissima: Arkadia. Lo stile è quello del classico bestseller americano- tocca i massimi sistemi e frequenta il dizionario elevato quanto quello colloquiale

Claudia Musio è una scrittrice dei giorni nostri, laureata in ingegneria ha un “lavoro vero” con un vero stipendio, e scrive per passione. Un nuovo tipo di scrittori, che stanno con i piedi per terra, ma non rinunciano ai sogni, che presto invaderanno le librerie.

Chi sono gli “Assassini” dei nuovi anni Dieci?

Giulio Gasperini
ROMA – C’è una fabbrica che inquina, nel romanzo di Philippe Djian; c’è un paese, Hénochville, che vive grazie a codest’industria; c’è un ispettore che sta per decidere di chiudere la fabbrica; ci sono alcuni operai che non vogliono che sia chiusa; ci sono delle mazzette che vengono versate e c’è una donna pagata per convincere l’ispettore. C’è anche un fiume – ovviamente inquinato – che sta per tracimare; c’è una donna, una ragazza, che ignara di tutto si trasferisce in città e prende in affitto un appartamento; c’è il protagonista, Patrick Sheahan che ha una relazione con una donna sposata; e c’è il marito che fa finta di ignorare. Il copione di “Assassini”, romanzo edito nel 2012 dalla romana Voland, è quello che anche alcuni recenti fatti, di questi primi anni Dieci, hanno portato alla ribalta delle cronache. Da una parte la produzione, la creazione di ricchezza; dall’altra il disastro ambientale e umano: quale dei due poli pesi di più e sia più importante è difficile a dirsi, perché l’assunzione di responsabilità della risposta tira in ballo situazioni imbarazzanti e un’accusa di omertà pesante da giustificare.
Il protagonista è perentorio, fin dall’inizio: “Lavoravo per un assassino. Lavoravo per un assassino come molti in città, ma nessuno diceva niente”. Tutti i personaggi corrono su un doppio binario: quello delle proprie vite personali e quello delle proprie vite “pubbliche”, legate indissolubilmente all’andamento della fabbrica e alla sua capacità produttiva. Gli amici si ritrovano tutti assieme, in un piccolo chalet di montagna, assediati dalla pioggia e da una frana che si fa sempre più incombente, fino a quando tutto è travolto e si offre la possibilità di voltare pagina, di affrancarsi dai dolori del passato e di cominciare una nuova vita da qualche altra parte: “La ricerca della felicità è faccenda piuttosto complessa e quasi sempre votata al fallimento, eppure tutti ci provano. Ci vuole tempo, poi, per imboccare un’altra strada”. Il ricatto sentimentale del protagonista, il suo volontario e sadico ostaggio della sua storia e della sua vicenda personale, lo allontanano dalla possibilità di redenzione, che appare preclusa in una città soffocata e oppressa, dall’industria e dalla natura; i suoi tentativi di evadere sono stanchi rimedi inutili, iniziative fallite ancora prima di approdare all’epilogo: su tutto grava un cielo scuro e un annuncio di giudizio universale. Su tutti incombe l’ombra di un fato arcigno e di una casualità ostile. Tutta l’umanità è pareggiata, sullo stesso palcoscenico d’eventi, e tutta l’umanità, al di là di ogni proprio impulso e patimento, si scopre sofferente e sanguinante.
Nello scorrere degli eventi, nell’avanzare impetuoso e inarrestabile della trama, di fronte alle esigenze intime e individuali, quelle della collettività passano in secondo piano, si opacizzano e assumono, sempre più, una dimensione inquietante e carnivora. Non c’è vita che possa essere sprecata, ma ci sono disastri che posson tramutarsi in risorse. Il finale è prevedibile e scontato, persino sdolcinato, ma lascia un’ombra inquieta e inquietante: in tutta questa trita umanità non si capisce bene chi siano i peggiori assassini.

L’educazione finanziaria già a scuola? Perché no?

Stefano Billi
ROMA – Si chiede molto alla scuola contemporanea. Anzitutto, dovrebbe formare gli studenti ad acquisire conoscenze e competenze fondamentali all’ingresso nel mercato del lavoro. Poi, dovrebbe insegnare una coscienza civica, educando a quei valori che talvolta le famiglie omettono di coltivare coi propri ragazzi. C’è addirittura chi ritiene come la scuola abbia il compito di istruire circa una morale laica.

Tra queste esigenze di formazione, tuttavia, oggigiorno si affianca la necessità di approfondimento dell’educazione finanziaria, una disciplina che non può non essere inclusa nel bagaglio di saperi che la scuola dell’obbligo annovera e impartisce.

“Educazione finanziaria a scuola. Per una cittadinanza consapevole” è dunque il testo adatto per comprendere l’importanza dell’insegnamento di una materia la cui conoscenza è divenuta ormai imprescindibile. A cura di Enrico Castrovilli e pubblicato da Guerini e associati, questo libro racchiude al suo interno una serie preziosa di interventi non soltanto sul concetto dell’educazione alla finanza, del suo rapporto con la crisi e al contempo con lo sviluppo economico, ma anche sulla sua diffusione all’interno degli istituti scolastici, e del ruolo fondamentale che rivestono i docenti nel coinvolgimento dei ragazzi all’apprendimento di questa disciplina.

Insomma, non solo greco, latino, chimica o letteratura d’oltralpe: è opportuno che gli studenti siano formati anche sotto un profilo finanziario. Non certo perché divengano traders professionisti. Piuttosto, si vorrebbe che lo studente possedesse gli strumenti necessari per «risparmiare e investire meglio, o perlomeno in maniera consapevole», per usare le parole di Massimo Fracaro. Ed è proprio il responsabile di CorrierEconomia che ci avverte della “nostra arretratezza finanziaria”, provocata anzitutto «dalla nostra matrice culturale, basata su radici classiche-letterarie, che molto poco hanno a che fare con la cultura finanziaria, tipicamente anglosassone». Senza contare l’affidamento che per decenni si è rivolto allo Stato, incaricato di pensare alle questioni finanziarie dei cittadini per soddisfare tutti i bisogni economici, dietro – ed è lapalissiano – il pagamento di generosi interessi.

Ma insegnare l’educazione finanziaria a scuola significa inoltre, sottolinea Carmela Palumbo, «riportare le questioni economiche nel solco più vasto del senso di appartenenza alla comunità sociale», giacché «diffondere la consapevolezza dei meccanismi che presiedono ai processi economici e finanziari significa non subirli, e ridurre i rischi non solo di un default finanziario, ma di un intero default civile e sociale che  potrebbe verificarsi quando non ci sia controllo e partecipazione sociale dal basso». In estrema sintesi, «introdurre l’educazione economico finanziaria nelle scuole significa contribuire a tutelare i diritti e la libertà della persona».

Un saggio, quello del Castrovilli, che per l’ensemble degli interventi e per l’accuratezza del curatore nel selezionare i contenuti da affrontare risulta di spiccato interesse, su una tematica, quella dell’educazione finanziari a scuola, che proprio in queste pagine può trovare l’innesco per una sua diffusione a largo spettro. Tra le pagine sono inserite anche le conclusioni di personaggi insigni quali Elsa Fornero e Ignazio Visco, affiancate dagli scritti incisivi di numerosi altri eccellenti autori degli interventi, dotati di un acume particolare nell’evidenziare, in maniera spesso sintetica ma sicuramente azzeccata, i lidi su cui la tematica dell’educazione finanziaria a scuola può e deve radicarsi.

Vale la pena concludere sottolineando come la materia de quo potrebbe poi giovare ai genitori degli studenti chiamati ad apprendere l’educazione finanziaria, giacché, come argutamente sottolinea il Castrovilli, «la finanza non è come imparare una volta per tutte ad amare Dante, piuttosto una continua ri-educazione». Così, nel confronto tra esperienze scolastiche del giovane discente ed esperienze di vita del genitore, diviene più agevole disegnare i contorni di una futura società che sappia intendere l’economia e la finanza non soltanto come un insieme di concetti quali risparmio, quotazione dei titoli, debiti sovrani o spread, piuttosto come benessere di tutti i cittadini.

“L’uomo d’argento”, muoversi per non spostarsi di un centimetro

Matteo Dottorini
ROMA
– In un futuro non troppo lontano, in cui l’occidente è crollato sotto i colpi della crisi definitiva, una generazione perduta si autogestisce dopo essere scappata e aver ricreato una città in cui è sempre venerdì notte. Qui, alcool e sostanze sono l’unico fine, il coito compulsivo e disinteressato l’unico sesso praticabile e l’autodistruzione l’unica barriera protettiva contro l’ansia e lo smarrimento che non risparmia sia chi arriva e sia chi in città, da un po’, risiede. Questo è “L’uomo d’argento” di Claudio Morici pubblicato dalle edizioni e/o.
Con un linguaggio gergale ma non generazionale, divertente ma mai frivolo, l’autore dà prova di possedere quel che racconta, di parlare di qualcosa che conosce, senza retorica o banali moralismi. Nel futuro immaginato da Morici non è dovuto sapere, se non tramite brevi riferimenti fatti dai protagonisti, cosa avvenga nel mondo esterno all’ambientazione della storia.
Muoversi per non spostarsi di un centimetro, fuggire da un mondo deludente verso il suo clone mascherato da “diverso”, con gli stessi vizi e le stesse ineludibili distopie. Uno dei peggiori scenari possibili che potremmo ritrovare dietro l’angolo con personaggi, se possibile, peggiori dello scenario stesso, reali quanto quelli delle living room, dei rave party e dei club che conosciamo bene.
Qual è il miglior mondo possibile dopo questo? E ancora, una volta vista per davvero la realtà e immaginandone una alternativa, di fuga, saremmo capaci di pensarla diversa da quella che viviamo tutti i giorni? Morici sembra chiederci questo, indicando il nichilismo come unica soluzione possibile per opporsi a tutto ciò che oggi ci piega, ci costringe in ginocchio, ci toglie l’aria, l’acqua, il cibo. Solo l’uomo d’argento mantiene un ordine, astraendosi completamente da tutto quello che lo circonda, dalla morte che cammina, da una fine perpetuata ad libitum. Ma non è, forse, anche lui, in quanto ideale utopico, un fantasma?
Lo si inizia credendolo un romanzo di genere, futuristico o cyberpunk , ma si rivela, invece, una narrazione, sociologicamente accurata nei minimi dettagli, della crisi della nostra generazione, che da una parte lotta e dall’altra annaspa.

La classifica dei libri più venduti nell’ultima settimana d’agosto

ROMA La classifica dei libri più venduti nell’ultima settimana d’agosto vede in testa il fenomeno dell’estate: le “Cinquanta sfumature…”. La fortunata serie di romanzi di James, apprezzata e criticata allo stesso tempo, è riuscita a scalzare la concorrenza italica del veterano Andrea Camilleri e del Premio Strega Alessandro Piperno. Vedremo se il mercato continuerà a tendere verso le pagine infuocate di James anche in autunno.

 

1. “Cinquanta sfumature di grigio” di E. L. James
2. “Cinquanta sfumature di nero” di E. L. James
3. “Cinquanta sfumature di rosso” di E. L. James
4. “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini
5. “Una lama di luce” di Andrea Camilleri
6. “Il mercante di libri maledetti” di Marcello Simoni
7. “La casa dei sette ponti” di Mauro Corona
8. “Open. La mia storia” di Andre Agassi
9. “Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi” di Alessandro Piperno
10. “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas

Russia, rivolte e gioventù: quando la letteratura incontra l’attualità.

Marianna Abbate

ROMA – Negli ultimi mesi è tornata alla ribalta la tematica legata alla mancanza di libertà di espressione in Russia. Questo ad opera di un gruppo di attiviste-punk dal nome ribelle Pussy Riot. Le PR, a dispetto del nome provocatorio hanno ben poco a che vedere con la sessualità e molto con la libertà- alcune di loro si trovano in carcere in attesa di giudizio, e molti artisti internazionali si sono espressi in loro favore. In un paese che ama seppellire i propri segreti (vedi Politkovskaja), certi comportamenti non possono essere accettati. Quale sarà il destino delle ribelli non c’è dato sapere, ed è stupido pensare che la fama internazionale possa garantire loro un po’ di clemenza: anche la giornalista della Novaja Gazeta aveva raggiunto la fama internazionale per le sue indagini sulla guerra in Cecenia.

L’autore di San’kja, il libro edito da Voland, Zachar Prilepin è un trentaseienne della Russia contemporanea. Alla sua giovane età è già veterano della terribile guerra cecena e vincitore di tutti i maggiori premi letterari della Russia. I suoi libri sono tradotti in undici lingue, e questo- dopo Patologie, è il secondo romanzo pubblicato da Voland. E’ membro del Partito Nazionale Bolscevico di nostalgie protocomuniste e attualmente fuorilegge, che si oppone a Putin.

E ci racconta i nuovi rivoluzionari. facce giovani, già vecchie- di ragazzi dalle vite perdute alle origini. Il protagonista è San’kia- Aleksandr, vive ai confini della cività, in un paesaggio rurale e dimenticato e usa abitualmente il diminutivo prediletto dalla sua nonna. Suo padre è morto nel modo più comune possibile in Russia: d’alcol; sua madre lavora di notte come infermiera. La sua rabbia non è apatica, passiva- come quella dei nostri giovani infelici e arresi. La sua rabbia è sveglia e forte e grida: Rivoluzione!

E’ un romanzo interessante soprattutto per la forma: l’attenzione del lettore si alterna tra il giovane ragazzo bellicoso e infelice, e la massa manifestante- vero protagonista collettivo. Molti sono i riferimenti all’attualità, che potrebbero sfuggire al lettore straniero, ma che ci permettono di comprendere a fondo una realtà completamente diversa dalla nostra. Dove LIBERTA’ non è sempre una parola benvista- e mantiene ancora un sapore aspro e agognato.

 

 

“La spia” Ezra Pound è davvero il padre dei giovani neofascisti?

Marianna Abbate
ROMA – L’albero m’è penetrato nelle mani,
La sua linfa m’è ascesa nelle braccia,
L’albero m’è cresciuto nel seno
Profondo,
I rami spuntano da me come braccia.
Sei albero,
Sei muschio,
Sei violette trascorse dal vento –
Creatura – alta tanto – tu sei,
E tutto questo è follia al mondo.

 

Se non vi piace questa poesia, Ezra Pound per voi non è nessuno. Lo capisco. Eppure a me questa poesia piace; mi piace l’immagine dell’albero cresciuto in seno della linfa/sangue che scorre nelle braccia/rami. E’ buona poesia: è metafora dell’unione con la terra, con il mondo- dà un posto all’uomo.

Ma se non vi piace la poesia di Ezra Pound è davvero inutile che voi leggiate questo libro. Perché in fondo chi se ne frega se un pazzo americano qualunque era fascista o se faceva la spia per gli alleati attraverso messaggi cifrati.

Se invece credete come me che questa sia Poesia, cambia tutto. Ora vi interessa sapere perché. Volete sapere come sia possibile che un Poeta, uno che sa usare le parole con genialità, uno “che ci capisce” insomma, possa aver fatto un errore così grande e grottesco come aderire al fascismo. Perché un uomo capace di una così grande sensibilità, ha prodotto così tante e terribili invettive antisemite, e ha ammirato follemente un uomo- Mussolini-  che chiamare ignorante è un eufemismo bello e buono?

Forse per la stessa mania di grandezza dannunziana? Eppure Pound non vive il periodo d’oro, vive la caduta, la delusione, l’abbandono del popolo.

E qui la teoria del complotto trova il suo sfogo naturale: forse era tutto una finzione, forse Pound era una spia per gli alleati. Justo Navarro la presenta nel suo romanzo “La spia” edito da Voland.

Se pensate che sia stato un grande poeta, forse questa teoria potrà rasserenarvi.

 

“Il giardino delle bestie”: questa settimana torniamo a temere la storia

Marianna Abbate
ROMA – Non avete mai la sensazione che sulla II Guerra Mondiale sia stato già detto tutto? Credetemi, io ce l’ho ogni volta che guardo la copertina di un nuovo libro sull’argomento- o che accendo la televisione per vedere un film sul tema. Eppure, ogni volta mi devo ricredere. La seconda guerra mondiale è un pozzo inesauribile di nefandezze, orrori ed ingiustizie- ma anche atti eroici, sconvolgimenti e ritrovamenti.

E così, guardando con timore il tomo di 600 pagine che mi è stato affidato, ho pensato: cosa ci potrà mai essere di nuovo- di sconosciuto in un libro così grosso?

L’autore di “Il giardino delle bestie” edito da Neri Pozza nella collana Bloom, ci presenta una storia vera, un tantino romanzata per rendere la lettura più scorrevole. Il protagonista collettivo sono i membri della famiglia Dodd, parenti di un distinto professore americano, che inaspettatamente si ritrova- per volere dello stesso Roosevelt, ambasciatore a Berlino.

Così dalla loro vita felice di Chicago, si ritrovano a vivere una vita altrettanto felice, anche se un po’ nostalgica, a Berlino. Ignari della realtà passavano pomeriggi nei caffè assieme ai gendarmi delle SS e serate ai balli in compagnia di gente del taglio di Goebbels.

Ma una realtà così terribile può sfuggire solo ad un cieco- e ovviamente il professore tale non era. Dopo i terribili avvenimenti legati alla “Notte dei Lunghi Coltelli” l’ambasciatore, che non era mai stato molto diplomatico, si trovò ad essere persona non grata e dovette richiedere al proprio governo di tornare in patria.

Ovviamente l’America e il suo governo, al contrario del professor Dodd, rimase cieca più a lungo, senza riconoscere in modo univoco ed esplicito il pericolo rappresentato dal nazismo.

Ma dov’è la novità in questo romanzo? Perché vale la pena leggerlo? Non sappiamo forse tutto sui fatti antecedenti la guerra e sul periodo d’oro del nazismo in Germania?

Ricorderete tutti, quel macabro e terribile film di Rossellini che raccontava la temeraria ascesa e la disperata caduta della potente famiglia tedesca dei von Essenbeck. Il titolo era “La caduta degli dei”, e non poteva esserci titolo migliore per raccontare la storia di una famiglia che si sentiva immortale, priva di ogni regola e libera di distruggere tutto, persino se stessa.

Ora, questo film raccontava il punto di vista dei protagonisti, dei fautori della guerra. In questo romanzo abbiamo un punto di vista inedito- una sobria e abbastanza oggettiva, dal punto di vista storico, visione della realtà. Uno sguardo critico, privo di esaltazione ideologica- quasi distante.

Un punto di vista che coincide con il nostro. Un bel libro.

In viaggio con… Pino Bruno

 

Bentrovati all’appuntamento di “In viaggio con…”: la nuova rubrica di audiointerviste, che anima il nostro Canale Youtube.

Antonio Carnevale e Massimiliano Augieri, due navigati e affascinanti speaker radiofonici, intervistano per noi gli autori delle più importanti novità editoriali.

Questa settimana è ospite Pino Bruno con il suo “Dolce Stil Web. Le parole al tempo di Internet”.

Per ascoltare l’intervista cliccate su questo link:

Intervista a Pino Bruno su CHRONICAtube

Oppure accedete direttamente al Canale Youtube, dal video a destra. BUON ASCOLTO!

Pino Bruno – Dolce Stil Web. Le parole al tempo di Internet

Il web è il Nuovo Mondo di oggi, virtuale sì ma non più di tanto. Da oltre dieci anni le persone si incontrano in Rete e, come i primi mercanti che attraversavano mari e deserti, hanno cominciato a dialogare in una strana lingua. Uno slang che è un misto di inglese, spagnolo, informatica, neologismi, goliardia, strane faccine fatte di punteggiatura e icone animate. Con il tempo quell’idioma è diventato di uso comune ed è entrato a far parte del nostro vocabolario. Chattare, uploadare, downloadare, rippare, scaricare, blobbare, craccare. Siamo ormai abituati a frasi come: “Ti mando una mail con l’allegato. Lo zippo perché è ingombrante”. I giornali ci informano che il digital divide preoccupa i governi di tutto il mondo e che la polizia è sempre a caccia di cyberpedofili e responsabili di phishing. D’accordo, ma se volete che la gente si preoccupi, fate in modo che almeno capisca di cosa parlate! Questo libro è la bussola indispensabile a tutti i navigatori del web, a chi vuole capire e soprattutto non farsi ingannare da sedicenti guru, falsi profeti e imbonitori tecnologici. (Sperling&Kupfer, 2010, €16.00)

Non sai cosa regalare? Se entri da Tiffany non puoi sbagliare…

Marianna Abbate

ROMA – E’ estate e fa caldo. Capiamoci è il 6 Agosto, che ci state facendo davanti al computer? E le ferie quando ve le danno? Ah ok, tu parti domani e va bene, ma hai sentito che Rita rimane in ufficio per tutto il mese? Ho un libro da consigliare ad entrambe: sia a te che tra poco respirerai iodio sotto l’ombrellone, sia a quella poveraccia di Rita che passerà l’estate abbracciata al condizionatore: “Un regalo da Tiffany”, e come sapete un regalo così non si può rifiutare. Lo so, lo so: vi ho abituato ad altri livelli di letteratura- non faccio che consigliarvi libri di storia un tantinello pesanti- ma non vi preoccupate! La proposta del mattone tornerà la settimana prossima con un bel libro di 600 pagine…

Ma oggi mi voglio svagare e rivelarvi in gran segreto, quello che tutti voi sapete. “Aveva una casetta piccolina in Canadà?” No. Amo i romanzetti da 9.90 della Newton Compton! E se questa affermazione vi disgusta perché leggete solo libri dai 15 euro in su abbandonate questa recensione perché sto per fare un’altra rivelazione: vi racconterò la trama (o almeno parte di essa).

C’è un uomo, peraltro ricco, che entra da Tiffany con una donna. E già qui stiamo tutte rosicando, perché in 8 anni di storia il mio ragazzo non credo che sia mai entrato da Tiffany. Ma Lui fa di più: non si ferma mica al piano terra dove ci sono tutte quelle robacce d’argento con i cuoricini timbrati vendute a peso d’oro, Lui sale al primo piano. E che ci sta al primo piano? Esattamente quello che voi state immaginando: i diamanti e ovviamente, gli anelli di fidanzamento. In 8 anni di storia, vi giuro non ho mai visto nulla di simile neanche lontanamente.

Ecco questo non è un romanzo rosa qualunque: questo è un romanzo di fantascienza, che neanche Asimov ha mai osato tanto.

Ovviamente la storia si complica per svariati motivi: innanzitutto la donna che entra da Tiffany con Lui è sua figlia- e l’anello non è per lei ma per la fidanzata. Secondo poi c’è uno scambio di pacchetti tra primo e secondo piano quindi, in pratica Lui dopo avere speso migliaia di dollari esce dalla boutique con in mano una bustina contenente la misera ferraglia di cui sopra.

Ma questi sono particolari insignificanti se si pensa che nella nostra testa non rimarrà che l’immagine della luccicante vetrina di quel famosissimo negozio di Tiffany che faceva tanto felice Audrey. Che, ricordiamoci, era riuscita a farsi stringere nella mitica boutique un anellino trovato in un uovo di cioccolato (vergognati regista, vergognati: le potevi far avere almeno uno di quei braccialetti timbrati!).

Se aggiungiamo a tutto questo una copertina verde Tiffany che attirerà l’invidia di tutta la spiaggia potete stare tranquille: qualcuno ve lo chiederà in prestito e non sarete costrette a tenervelo a casa per sempre.