Il più grande inquisitore di ogni essere umano.

Michael Dialley
AOSTA – “Le guerre vanno e vengono, giovanotto. Vanno e vengono, e noi andiamo e veniamo con loro. Sono come il tempo, come una tempesta o una siccità. E noi non possiamo fare altro che cercare riparo e aspettare che passino”: è una frase che sicuramente identifica appieno il periodo nel quale è ambientato il romanzo: gli anni Sessanta del XIX secolo, a ridosso della Guerra civile americana che coinvolgerà moltissimi uomini, nordisti e sudisti; ma che si può applicare a ogni epoca, anche ai nostri anni.
Il romanzo “Tutte le sere” di Dara Horn, edito da 66thAnd2nd nel 2013, è una lettura molto piacevole che fa conoscere la realtà di quegli anni nella “lontana” America; si conoscono le situazioni familiari di Jacob Rappaport e delle persone a lui legate, ma al contempo grande importanza è data alla società del tempo, alla condizione degli schiavi neri acquistati all’asta come oggetti.
La guerra è al tempo stesso cornice storica che inquadra l’epoca, ma anche motivo scatenante degli eventi della vita del giovane Jacob, che intraprende la carriera militare per evitare un matrimonio ebreo, un vero e proprio contratto firmato prima della cerimonia, e per intraprendere poi missioni segrete contro le spie. Dapprima accetta di assassinare lo zio, poi deve sposare una bellissima ragazza sospettata di essere una tramite tra varie spie e complotti; tutto questo, però, pian piano lo porta a concretare i capricci di altri, più potenti, che rimangono nascosti, commettendo non solo crimini veri e propri, ma anche un crimine, molto peggiore, contro la sua coscienza e la sua libertà di scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato.
È difficile vivere in tempi così tragici e particolari come la più sanguinosa guerra combattuta dall’America: non ci si può fidare di nessuno, anzi, ci si scontra con realtà agghiaccianti, criminalità, menzogne e con la paura, soprattutto, di essere usati come oggetti ed essere, appena possibile, accoltellati alle spalle. Questo è sintetizzato da una frase che colpisce per la sua banalità, per la sua semplicità, ma soprattutto per la sincerità con la quale viene pronunciata: “Io voglio qualcuno che si fidi di me, non ho mai voluto altro”.
Eccolo lì, espresso, concretato, il desiderio più grande di Jeannie: essere amata, creduta, avere accanto a sé qualcuno di cui si possa fidare e a cui possa affidarsi completamente. Ma lei non è altro che portavoce dell’intera umanità: avere una spalla, un pilastro, cui poggiarsi e reggersi in qualsiasi momento, perché l’uomo è un essere estremamente forte, ma al tempo stesso fragile, con un’interiorità colma di paure e debolezze, che da solo non riesce, quasi mai, a vincere. Che sia grazie ad un compagno, ad un amico, ad un familiare, ad uno specialista, tutti hanno bisogno di guardare in faccia la realtà ed affrontare i problemi, ma anche la propria coscienza, il più grande inquisitore con cui si debba fare i conti.

Viaggio nella Grande Mela

Stefano Billi

Roma – «I wanna wake up in a city that doesn’t sleep»: è così che l’intramontabile Frank Sinatra descriveva New York, ovvero “la città che non dorme”.  Altri definiscono New York come «un carnevale che non delude mai», oppure come una «città verticale all’insegna dei tempi moderni», o ancora «un’isola galleggiante su acqua di fiume come un iceberg di diamante».

Come la vogliate chiamare, New York è semplicemente New York, la megalopoli dei sogni: grande, bella, intensa come un primo amore, così fugace e rapida e sfuggente da lasciarsi chiamare “casa” anche per chi vi ha vissuto solo per pochi giorni.

Per chi non ha ancora scoperto le meraviglie di questa città dei desideri, o per chi c’è stato ma di fretta, o per chi è passato da là tante volte, vale la pena immergersi in “New York, Viaggio nella Grande Mela”, il libro di Corinna Bajocco – edito da Polaris – che svela segreti e storie di questa metropoli statunitense.

Suddivisa in base ai quartieri newyorkesi, l’autrice racconta la città lasciando al lettore il gusto della scoperta dei sapori, dei colori, delle vicende che affollano ogni centimetro di New York.

Passo dopo passo, Corinna Bajocco accompagna il lettore tra i pochi esercizi commerciali rimasti a little italy, in mezzo alle luci abbaglianti di Times square, vicino alle celebri atmosfere del Blue Note,  sotto la silhouette del Rockfeller Center.

Da ogni pagina promana la magia della “Grande Mela”, sapientemente raccolta e regalata al lettore, che anche da miglia e miglia di distanza può gustarsi il piacere di un viaggio che il libro sa narrare con abilità spiccata.

Non solo parole si avvicendano tra le righe dell’opera, perché pregevoli foto immortalano la vera New York, tanto che durante la lettura l’immaginazione spesso vola tra le avenue, oltre i blocks, fino a librarsi tra lo skyline cittadino, inconfondibile e inimitabile.

Lasciatevi guidare allora da Corinna Bajocco tra le emozionanti pieghe newyorchesi.

Vi accorgerete che il cuore starà battendo all’impazzata, perché siete già innamorati della città che non dorme mai.

Se, dovendo parlare di letteratura, lo scrittore non parla che del sé…

Giulio Gasperini
AOSTA –
Ogni anno, qualcheduno lo deve pur vincere. E poco importa se i papabili e i meritevoli son più dell’unico posto in palio; e ancor meno importa se i pronostici non ci indovinano mai e se anche il Nobel per la letteratura è diventato oramai più un premio politico che di merito letterario. Hemingway non sbagliò quando mandò a dire all’Accademia di Svezia: “Lo scrittore che sappia quali altri grandi scrittori non abbiano ricevuto il Premio più solo apprestarsi a riceverlo con umiltà. Non serve elencarli”. Ma elencarli potrebbe anche servire, per capire come la miglior scrittura non si possa individuare soltanto in un personaggio scelto per ogni anno, tra la massa di scrittori e poeti che popolano il mondo. Pochi son stati coloro che l’han rifiutato, molti son stati coloro che l’hanno vinto a sorpresa, neppure con disinvolti meriti.
Ciascun premio Nobel è anche ‘obbligato’, nel ricevere il premio, a tenere un discorso “a commento dell’essenza della letteratura e della direzione che essa sta prendendo” (cito John Steinbeck nel 1962). Sorprende – ma non troppo – l’appassionata disinvoltura di alcuni premi Nobel nell’, invece, autoincensarsi, nel parlare referenzialmente di sé stessi e delle proprie opere, trascurando il generale e dedicandosi all’odioso (e castrante) particolare. TerrediMezzo editore ha raccolto in un bel volume, “I Nobel per la letteratura si raccontano”, i discorsi tenuti da alcuni dei premiati, da Pablo Neruda a Herta Muller, da J.M. Coetzee a Doris Lessing. Ed è divertente addentrarsi nei loro commenti a un premio che, inutile negarlo, dà prestigio letterario ma soprattutto dà tanto prestigio economico. Pamuk costruisce una storia di tradizione familiare, offrendo come correlativo oggettivo la valigia del suo babbo, carica e colma di fogli scritti e vicende abbozzate; Saramago si offre al lettore nelle vesti di un volenteroso apprendista, che scrive per dar sfogo agli impulsi nati in lui da una realtà feroce e carnivora; Faulkner si autoproclama attuatore di alti impegni morali: “Sento che questo premio non è stato conferito a me come persona, ma alla mia opera, il lavoro di una vita nel tormento e nella fatica dello spirito umano, non per la gloria e men che meno per il profitto, bensì per creare dal materiale dell’animo umano qualcosa che non esisteva prima. Pertanto, di questo premio sono solo l’amministratore fiduciario”. E via, ancora avanti con lo sproloquio. Le parole sane e utili di altri scrittori, come l’eccezionale apologia del “non-lo-so” della Szymborska o la profezia della Lessing sull’Africa, affamata di cultura, impallidiscono, ahimè, di fronte alla sicurezza erculea di altri scrittori nel conferirsi meriti e importanza, nel concedersi la prerogativa di aver inventato la scrittura; nel tributarsi l’assurda profezia di essere gli ultimi scrittori a poter calpestare la terra (e sfiorare il cielo) del nostro pallido pianeta.

Il Vaticano, protagonista indiscusso tra fantasia e realtà.

Marianna Abbate
ROMA  – Di libri sui segreti complotti del Vaticano ne sono stati scritti molti. Alcuni sono esageratamente fantasiosi, altri inquietanti. E poi c’è “Il curatore segreto del Vaticano” di Umberto Vitiello, pubblicato da qualche settimana da Lupo Editore.

 

Il romanzo immagina un futuro vicino, dove la Chiesa sta cercando di riorganizzarsi, lottando contro le impurità interne nell’intento di ritornare alle origini del cristianesimo. Trama abbastanza ingenua  e irreale, se non fosse che l’attualità sembrerebbe quasi dare ragione all’immaginazione dell’autore. Per Vitiello la trasformazione dovrà avvenire durante un segretissimo concilio, da svolgersi in un luogo misterioso e isolato come una tranquilla abbazia montana. Ovviamente la pacifica location è tutt’altro che sicura, a tratti ricorda moltissimo l’impervio monastero del “Nome della rosa”, e diventa subito dalle prime pagine teatro di un terribile omicidio su un aspirante monaco dalla storia complicata e dal passato sospetto.

Grazie all’aiuto di uno dei monaci che abitano l’abbazia, che per caso era dottore in economia, si risolvono e vengono svelati i terrificanti segreti della banca vaticana.

 

Il libro è interessante dal punto di vista della costruzione, tuttavia devo ammettere che a volte l’innegabile erudizione dell’autore rallenta un poco la trama: forse è questo il punto debole del romanzo. Tuttavia tutte le fila sembrano ricongiungersi in maniera abbastanza nitida, e questo è sicuramente un  punto a favore dell’esperienza di Vitiello.

Più che un vero e proprio thriller, nonostante gli ingredienti fondamentali siano mistero, omicidio e deduzioni, si tratta di un romanzo suspense con una strizzata d’occhio alla storia e, inaspettatamente, all’attualità.

 

Uri Orlev, avere 13 anni nel campo di concentramento

Marianna Abbate
ROMA – Avere tredici anni è di per sé abbastanza complicato. Viviamo le nostre tragedie personali: ai maschi cambia la voce e le femmine cambiano significato. Avere tredici anni è un po’ una maledizione: pensiamo di sapere già tutto, ma nessuno ci crede.

Avere tredici anni ed essere un poeta è terribile. Gli amici ci prendono in giro, i grandi ci guardano con quell’indulgenza che odiamo.

Trovarsi in un campo di concentramento è inspiegabile al profano. Il campo è un posto fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Non è solo una prigione per il corpo: il campo è un ladro di anime. Il campo ci trasforma, ci rende mostri ai nostri stessi occhi.

Tredici anni e il campo di concentramento non sono due cose che vanno d’accordo. A tredici anni siamo troppo assorbiti dalla nostra tragedia interiore per comprendere appieno quello che accade intorno a noi, soprattutto se siamo dei poeti.

E se l’uomo adulto non riesce a cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze, nel poeta bambino vince la creatività. Non solo: si tratta di una creatività vivace.

I versi del tredicenne Uri Orlev non sono disperatamente tristi.  Lo spirito fanciullo desidera sfogare la propria creatività, nonostante tutto. Uri riempie il suo preziosissimo taccuino di versi, ricopiati con attenzione dall’asse di legno usata per la brutta copia. Oggi queste poesie sono pubblicate in italiano ed ebraico da Giuntina, nel piccolo tomo “Poesie scritte a tredici anni a Bergen- Belsen (1944)”. 

E’ evidente il contrasto tra le rime semplici e la scrittura infantile, in contrapposizione alle tematiche gravissime e ad una innaturale autocoscienza. Il bambino cresciuto troppo presto, non riesce a vedere con nitidezza tutti i significati della realtà che lo circonda, tuttavia ha sviluppato un ottimo senso dell’osservazione. La trasposizione poetica della realtà vista con gli occhi curiosi di Uri, assume un’ironia involontaria quasi grottesca. Lo sguardo invidioso del ragazzo che vede gli altri detenuti grattare il fondo della pentola, mentre lui stesso cerca di frenare i morsi della fame con le rimanenze di quell’educazione, che una volta aveva un significato totalmente diverso, ci colpisce al cuore. Perché quei volti scarni, quelle teste rapate, quei numeri sul braccio tornano ad avere un nome, una storia.

Queste poche poesie non hanno un gran valore letterario. Come vi ho accennato le rime sono semplici e la struttura basilare. Le metafore, poi, non sono proprio azzeccatissime.

Quello che è interessante è il significato socio-antropologico di questi testi. Se a scrivere una poesia sul lager fosse stato un adulto, la parola tragicommedia nel titolo della poesia ci avrebbe indignati. L’invidia stessa ci avrebbe indignati.

Nella poesia “E la vita va avanti” troviamo un punto di vista molto interessante. Il piccolo poeta contrappone la quotidiana banalità delle conversazioni, alternandola anche graficamente verso per verso, agli orrori della guerra. L’intenzione di Orlev era quella di mostrare quanto il desiderio di sopravvivenza, il bisogno di parlare di banalità, permettano all’uomo di estraniarsi dagli avvenimenti che lo circondano. Questa sagace e intelligente osservazione avvicina i suoi versi a quelli della poetessa premio Nobel Wislawa Szymborska. La stessa poesia è stata poi corretta e sistemata da un compagno di prigionia con più esperienza.

Effettivamente l’opera corretta, mostra appieno il potenziale del poeta.

 

Orlev da grande ha fatto lo scrittore per ragazzi, scrive prevalentemente in ebraico, ma queste prime poesie sono state scritte in polacco. Le sue opere sono state insignite, tra l’altro con il premio Andersen, il riconoscimento più alto per un autore di libri per l’infanzia.

 

 

 

“Heartland”, continua lotta metropolitana

ROMA –  “Suo padre aveva firmato qualche autografo sui volantini con le formazioni o su fogli sparsi, non parlava quasi, non ce n’era bisogno. Aveva fatto il calciatore, Rob lo sapeva, da giovane aveva giocato con i Lupi del Wolverhampton, poi si era infortunato ed era andato a lavorare come tutti i papà. Fino a quel giorno non gli era sembrata una cosa importante.” Ma Rob crescendo impara che le cose importanti ci sono e una di queste è la lotta alla xenofobia; un tunnel nel quale la città di Dudley sembra essere risucchiata. Anche se Rob volesse essere altrove, per esempio con Jasmine, Adnan o Andre, Rob sa che alla partita di calcio tra Cinderheath Fc e la compagine musulmana di Dudley, la sua città, ci deve essere. E’ in questo distretto siderurgico delle West Midland, infatti, che Rob è cresciuto, ha cominciato a giocare ed è diventato insegnante. Ma lui, questa partita non ha voglia di giocarla. Rob è il protagonista di “Heartland”, il romanzo di Anthony Cartwright pubblicato da 66than2nd.

Siamo nel 2002 e l’Inghilterra di Backham sfida l’Argentina di Veron; la sfida calcistica è la metafora della lotta intestina che sta attraversando la provincia britannica. Negli anni, la periferia delle città del Regno Unito sono diventate il centro dell’insofferenza multietnica e in questa partita che divide bianchi e neri della stessa città Rob vuole capirci di più. Schierato nelle fila dei bianchi, il protagonista del romanzo si trova ad affrontare Zubair, il fratello dell’amico scomparso Adnar.
“Heartland” è il romanzo «più manifestamente politico» di Cartwright. Infatti, “quest’urlo narrativo” dello scrittore manovale (data la sua lunga gavetta lavorativa) lo annovera di diritto nella grande famiglia del realismo sociale inglese (in compagnia di autori come Alan Sillitoe, David Storey e Roddy Doyle) ma il suo tributo maggiore lo versa all’impulso documentaristico di James Ellroy e alle vertigini stilistiche di Don DeLillo.

 

«Tutti i romanzi, per quanto realistici, sono sempre e comunque opere di fantasia»

“La musica è vita. La vita è musica”.

Michael Dialley
AOSTA – La musica è l’unico elemento, forse, che accompagna l’esistenza di ogni uomo ed è partecipe di ogni tappa fondamentale della crescita di un individuo.
Questa la definizione di musica che emerge nel nuovo romanzo di Franco Leonetti, “Sei note di pentagramma”, per Lettere Animate Editore: 18 racconti indipendenti che raccontano, musicano la vita dei protagonisti attraverso un linguaggio colorato, spumeggiante, vivo, che pare di vedere davvero delle note su di un pentagramma.
Storie quotidiane, storie d’infanzia, situazioni difficili, fatte di disperazione, dolore, ma anche amore e gioia. Questo è l’andamento del romanzo, il cui unico filo conduttore è la musica, che s’intreccia ineluttabilmente alla vita di ogni uomo.
Mano a mano che si viene coinvolti dalle sinfonie, dalle arie, di queste vite viene spontaneo chiedersi se la musica sia un elemento che condisce ed accompagna l’esistenza delle persone, oppure se questa musica non sia anche la vita stessa.
Spesso i racconti lasciano il tema musicale molto ai margini, ma sono storie movimentate e sonore, quasi come se loro stesse fossero dei brani musicali rock, metal; le parole diventano acuti, bassi, batterie, che rendono la lettura quasi un ascolto.
Tanti i riferimenti ai grandi della musica, soprattutto rock, che hanno composto canzoni straordinarie, ma altrettanto unici i testi, le poesie, che venivano cantate; ecco, il romanzo vuole essere questo: parole scritte che si confondono con le note di uno spartito.
Quante volte ci si rifugia nella musica per riflettere, per svuotarsi la mente, per cercare di reagire alle situazioni nelle quali la vita ci spinge inesorabilmente, costantemente e ripetutamente; la vita è fatti di alti e bassi, sempre accompagnati da una colonna sonora, che cambia a seconda dell’età, del periodo, dello stato d’animo.
Si è accennato prima alla vita vista come musica: si pensi al minuetto, un componimento musicale che su di un pentagramma appare come una sequenza di note legate che creano un movimento ondulatorio fatto di alti e bassi; questo schema non può essere quello degli alti e bassi della vita di ogni uomo?

“Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, evitarle anche prima di incontrarle

Giulia Siena
ROMA
“Non importa quanto amore ti professano, a un certo punto la voglia di sparlare di te con il gruppo delle seguaci sarà troppo forte, e si mostreranno per quello che realmente sono. Delle api regina in cerca del consenso della folla, sia esso composto da seienni o da dodicenni. Il palco è il loro regno, lo scherno il loro strumento, la maldicenza è la loro arma.” Questa è la descrizione che fa Irene Vella delle stronzamiche. Loro, numerosi esemplari di falsa affettuosità, sono sempre in agguato nella vita di ogni donna: dall’asilo all’università, nascoste nella parentela e sul lavoro, la loro è una seriale escalation nelle vite degli altri.
Per questo nasce “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza” (pubblicato nella collana Dieci! di Laurana Editore), il libro scritto da Irene Vella per mettere in guardia la figlia dodicenne da queste sedicenti figure che indossano i panni dell’amica per ferirti con sempre maggiore astuzia e precisione. E’ questo, infatti, lo scopo delle stronzamiche; sin dalla nascita hanno questa “dote” e, con il tempo, non fanno altro che affilare la tecnica.  Così la giornalista e scrittrice toscana ci porta a scoprire i 10 modi per sopravvivere alle stronzamiche attraverso questo piccolo manuale di salvezza.

 

 

Partiamo dalla base: le stronzamiche sono quelle che credevamo  amiche, invece erano stronze. Stronze perché ci hanno fatto credere nell’amicizia, nella condivisione e nella complicità per poi voltarci le spalle e sparlare di noi. E in questo modo ci feriscono perché ci sentiamo prese in giro, sentiamo che la fiducia che abbiamo posto in loro era ingiustificata, diventiamo diffidenti e sole. Questa consapevolezza, però, nelle amiche “tradite” cresce con gli anni e con l’esperienza, ma come si può salvaguardare le fanciulle innocenti dalle stronzamiche? Irene Vella è anche una madre e come tale parla, attraverso questo libro, alle altre madri per proteggere i propri figli da questa strana forma di “bullismo”. Sì, perché le stronzamiche si comportano per avvicinare, ferire ed emarginare le persone più deboli, o semplicemente più buone.

 

“Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, una piccola guida che già si preannuncia un grande successo poiché mai nessuno ci ha insegnato a evitare le stronze prima di incontrarle.

 

“Nessuna esperienza richiesta”: felici e precari

Marianna Abbate
ROMA  Ho conosciuto un tale di quarant’anni con il posto fisso statale e più di cinquemila euro (!) di stipendio che amava definirsi “precario della vita” (sic!). A nulla è valsa la mia faccia disgustata e il mio tentativo di spiegare che “precariato” non è una condizione dovuta alle scelte personali, all’inettitudine e alla pigrizia, ma uno stato di disagio sociale strutturale. Il precario non si arrende, il precario rema controcorrente, insiste. Se si fosse arreso, quel contratto a breve scadenza non l’avrebbe mai trovato, o sarebbe già scaduto. I precari non sono dei falliti: è il sistema ad essere fallimentare.

Descentio, il protagonista di “Nessuna esperienza richiesta“, edito da Intermezzi, non è un fallito. Nonostante ci si senta fortemente.

Gianluca Comuniello ci ritrae con la tecnica del cubismo pittorico, tutti gli aspetti della sua personalità, tutti gli aspetti della sua vita, senza mai svelarlo completamente. Cambi repentini di narratore aiutano a mostrare quel senso di instabilità, di insoddisfazione e sempre più tangibile disagio che accompagnano Descentio in tutta la sua storia.

Perché Gianluca si sente un po’ Descentio, e forse l’unica cosa che non li accomuna è questo nome parlante, che sembra segnare disgraziatamente il destino dell’uomo di carta. Un nome volutamente altisonante, che invoca una gloria passata in opposizione all’attuale ineluttabile discesa.

Uno stato che non affligge solo il protagonista, ma un po’ tutti i suoi conoscenti, dall’amica sfortunata, all’esule calabrese. Tutti tranne una: Greta, la ex che non sbaglia un colpo. quella che quando dice cosa ha studiato, nessuno le fa le condoglianze.

Bhè io le farei le condoglianze ad uno che ha studiato agraria, non per amore della terra ma per mero calcolo. Ma che ne posso sapere io, che faccio l’impiegata contabile, dopo la mia bellissima e commovente laurea in lettere.

L’ultima nota va all’editore: Intermezzi si conferma un unicum nel panorama editoriale italiano. La capacità di scegliere libri complessi, innovativi anche nella forma e la scelta di scommettere sul “vero” nuovo, dà una piacevole ventata di freschezza e porta la speranza che giovani scrittori capaci esistono. Forse servirebbe un pelino in più di editing.