L’Amantide: una donna e la sua missione


Silvia Notarangelo

ROMA – Dopo “Diecipercento e la Gran Signora dei tontiAntonella Di Martino presenta ai lettori di Chronicalibri il suo nuovo, intenso e spietato racconto, pubblicato nella collana Atlantis di Lite Editions.

“L’Amantide”, una storia dal titolo affascinante che racconta…

Racconta diverse storie, condensate in una.
C’è la storia di una donna che ha deciso di trasformare la sua rabbia e i traumi della sua infanzia in un lavoro, che è anche una missione.
C’è la storia di una famiglia infelice, arrivata a un punto di non ritorno.
C’é la storia di una moglie e madre che ha deciso di cambiare il suo destino con un mezzo insolito.
C’è la storia di un omuncolo, una creatura che vive in un piccolo senza speranza, un luogo triste in cui rinchiude le persone che gli vivono accanto.
C’è la storia di una breve vacanza, che inizia come un sogno e termina con una brusca caduta.
Infine, ultimo ma non meno importante, c’è il cuore di Nizza, la sua atmosfera, i suoi profumi, i suoi colori.

Suggestioni e fonti di ispirazione?

L’omuncolo letterario si ispira a un omuncolo conosciuto personalmente anni fa. Era il patrigno di una mia amica, la quale mi raccontava spesso le “fisime” che infliggeva alla famiglia. Lo ricordo come una delle persone più odiose che io abbia mai incontrato. Non è la prima volta che mi sono ispirata alla sua personalità, per arricchire le caratteristiche dei miei personaggi più grotteschi.
L’Amantide non l’ho mai conosciuta. L’ho costruita un pezzo alla volta: ho preso in prestito le parti più rabbiose, inquietanti e distruttive della mia immaginazione; ho aggiunto alcune caratteristiche raccolte qua e là dall’immaginario collettivo; sono stata attenta a conservare le contraddizioni; ho ritagliato le parti in eccesso e ora l’Amantide vive di vita propria.

Tre aggettivi per descrivere L’Amantide

Folle, razionale, tagliente (sorride ndr).
Dell’Amantide apprezzo soprattutto i contrasti. È una criminale, ma ha una scala di valori tutta sua, costruita con razionalità impeccabile e lucidissima follia. Il suo lavoro è vendetta, ma anche missione, rivincita, piacere. Si intuisce che il mondo le ha fatto molto male: un male che lei tenta di restituire con garbo, selezionando i bersagli giusti. Il suo sguardo, incisivo come i punteruoli da ghiaccio e tagliente come una lama, coglie gli aspetti migliori e peggiori della vita che incontra.
L’Amantide rispetta con scrupolo le sue regole, ma cerca anche uno spazio per conquistare pezzi di vita liberi dal dolore e dal lavoro: cerca di adeguarsi senza adattarsi, di strappare i fiori più profumati che sbucano in questa valle di lacrime.

La sua lettura è rivolta a…

A chi ha il gusto per l’insolito e le tinte forti, ma non per la volgarità; a chi ama le storie sensuali che vadano oltre i sensi; a chi non ha paura di sbirciare negli angoli più nascosti di quella che chiamano realtà.

Le infinite possibilità della vita ne “Il latte versato”


Silvia Notarangelo

ROMA– “Nulla è più vero di una storia inventata”. Con queste parole, Cristiana Bullita si congeda dai lettori al termine del suo nuovo romanzo “Il latte versato” (DEd’A Edizioni). Ed ha ragione. Perché ci sarà anche una buona dose di immaginazione, ma le vicende che descrive non solo sono saldamente ancorate alla realtà, ma la rappresentano senza filtri, così com’è, nei suoi momenti più e meno piacevoli.
Con sensibilità, umorismo e, a tratti, una vena di malinconia, l’autrice delinea il ritratto accorto e delicato di quattro amiche non più giovanissime, consapevoli di un vissuto che non si può cambiare, ma decise a credere nella vita e nelle sue imprevedibili possibilità.
Chiara, Carla, Angela e Francesca sono quattro donne cinquantenni, legate da una profonda amicizia. Hanno personalità diverse, hanno affrontato esperienze diverse, rivelano un modo diverso di approcciarsi alla vita. Eppure, in loro, si avverte una profonda, comune inquietudine che le rende precarie, in bilico tra il desiderio di andare avanti, di proiettarsi nel futuro, e un passato, talvolta doloroso, che continua a farsi sentire sotto forma di ricordi e di rimpianti.
Ma c’è qualcosa, di ancora più forte, che le accomuna: l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Per Chiara, insegnante di storia e filosofia, è un sentimento, mai sopito, per quel suo compagno delle elementari, tale Franco Ruscitelli, la cui ricerca forsennata continua a scandire le sue giornate. Per Francesca, scottata da una precoce relazione finita male, si trasforma in passione, una passione estraniante che la fa “vivere al di fuori del recinto angusto della ragione”. Nell’esistenza di Angela, all’amore inconsolabile per una vita stroncata si unisce un’inarrestabile voglia di riscatto, un desiderio disperato che, non soddisfatto, rischia di farla scivolare in un abisso sempre più profondo. È un sentimento platonico, ma vibrante e adrenalinico, quello di cui non riesce a fare a meno Carla, talmente stordita dal vortice delle emozioni da non rendersi conto che qualcosa non va.
Nell’arco di una giornata apparentemente come tante altre, le quattro protagoniste avranno modo di fare i conti con se stesse, con le proprie debolezze e i propri errori, con un passato che sembra offrire una nuova, inaspettata opportunità, ed un presente che riserva, invece, spiacevoli quanto prevedibili sorprese.

Il fascino intramontabile di uno scrittore

Luigi Scarcelli
PARMA“Il desiderio[…]è costante in una donna o in un uomo sano[…]. L’Amore, l’amore vero è raro”
1944. Mentre Londra viene dilaniata dai bombardamenti della II guerra mondiale, in un villetta di Regent Park, lo scrittore H.G Wells vive i suoi ultimi mesi di vita consapevole della malattia che sta degenerando nel suo corpo. E’ questa l’ambientazione di partenza di “Un uomo di fascino”, il libro di David Lodge edito da Bompani.

Lodge accompagna il lettore alla scoperta della vita e personalità di H. G. Wells, ne ripercorre le fasi che lo hanno portato a comporre capolavori come “La macchina del tempo” e “La guerra dei mondi”, dando voce ai ricordi del celebre autore sotto la forma di un colloquio interiore intrapreso dallo scrittore stesso.
H. G. Wells rivive mentalmente la sua vita, partendo dall’infanzia fatta di povertà dignitosa, passando per i primi impieghi lavorativi come insegnante fino ai grandi successi letterari. Il filo conduttore della sua vita è il rapporto conflittuale con l’altro sesso e l’amore: padre di due figli , uno dei quali  “naturale”, Wells ha vissuto in maniera contraddittoria il rapporto con le donne, diviso tra rapporti occasionali, cercati per dare sfogo alla sua passionalità,  e matrimoni paradossalmente falliti per problemi nell’intimità coniugale.

Lo stile del romanzo propone una struttura da intervista quando Wells è immerso nel suo colloquio interiore, e passa ad uno stile descrittivo e a tratti accademico, ma mai banale. L’autore basa il suo racconto su una serie di documenti e citazioni originali, cercando di riprodurre fedelmente i vari momenti della vita di Wells, usando la sua bravura solo per completare e rendere vivo ciò che è riportato o immaginabile dalle  fonti, come un restauratore che rimette in sesto un’opera d’arte.

Un viaggio affascinante nella storia privata di uno dei più grandi scrittori moderni, in un libro che si presta ad una possibile trasposizione cinematografica.

“La sposa di Tutankhamon” il bestseller americano all’italiana

Marianna Abbate
ROMA – L’antico Egitto, la guerra, il potere e l’Amore. Temi frequentatissimi e noti, ma sempre magici e affascinanti. Certo, scegliere come protagonista la moglie dell’uomo più famoso della storia d’Egitto è un atto di coraggio e forse anche un po’ d’incoscienza. Ma devo riconoscere che Claudia Musio è stata brava nello svolgere la trama, mostrando non solo un’adeguata conoscenza storica, ma anche un’abilità narrativa non indifferente.

Possiamo vedere l’Egitto con gli occhi della moglie del Faraone, conoscere i suoi pensieri e la sua devozione. Seguire tutti i passi che la porteranno ad essere la donna più potente d’Egitto. In questo romanzo c’è veramente tutto: l’innocenza, l’amore platonico e quello sensuale, l’affetto familiare, il rispetto, l’onore, il senso del dovere. Ci sono i tradimenti, le vendette e il rimpianto.

E’ un romanzo grande edito da una casa editrice cagliaritana piccola ma curatissima: Arkadia. Lo stile è quello del classico bestseller americano- tocca i massimi sistemi e frequenta il dizionario elevato quanto quello colloquiale

Claudia Musio è una scrittrice dei giorni nostri, laureata in ingegneria ha un “lavoro vero” con un vero stipendio, e scrive per passione. Un nuovo tipo di scrittori, che stanno con i piedi per terra, ma non rinunciano ai sogni, che presto invaderanno le librerie.

“Una casa di petali rossi”: un romanzo che profuma di India

Alessia Sità

ROMA – Nulla è più eccitante che cercare la verità e trovarla”.
E’ questa la certezza che anima totalmente “Una casa di petali rossi”, il romanzo di Kamala Nair pubblicato da Editrice Nord. La storia di Rakhee ha inizio da una misteriosa lettera, che la spinge a ritornare in India a distanza di moltissimi anni dal suo primo viaggio. Quello compiuto da Rakhee non è solo un ritorno alle proprie radici, ma è una sorta di catarsi, necessaria per poter intraprendere una nuova vita, accanto all’uomo che sta per sposare. Lentamente la giovane donna rivive, in un lunghissimo flashback, l’estate in cui lei e Amma lasciarono Aba e Plainfield per trasferirsi in India, nel villaggio natale della madre. Il ritorno alle antiche radici segnerà per sempre la vita di Rakhee, stravolgendo completamente anche l’esistenza delle sue ziee e delle sue chiassose cugine. Improvvisamente, quel segreto tenuto nascosto per troppo tempo riemerge, riportando con sè vecchi demoni difficilmente occultati. La scoperta della verità però ha sempre un prezzo da pagare e comporta anche qualche perdita, compreso l’amore. Rakhee ne è consapevole fin da bambina; ma nonostante le terribili conseguenze che la sua sete di conoscenza può avere, persiste tenacemente nella sua ricerca. Il desiderio di vincere la paura la spinge ad addentrarsi oltre l’impenetrabile giardino, che la sua famiglia ha tentato di difendere con tanta ostinazione per molti anni. La casa dei petali rossi non è semplicemente custode di un segreto, ma rappresenta allo stesso tempo l’unica chiave per la libertà. Fra profumi, antiche leggende e intensi sapori dell’India – illuminata da splendidi raggi di sole e talvolta annerita da cortine di pioggia – Rakhee ripercorre la storia della sua misteriosa famiglia. La scoperta di un passato doloroso, difficile da accettare, sarà per la giovane donna un passo fondamentale per spezzare definitivamente il legame con la vita precedente e per aprirsi a un futuro di promesse di gioia e, forse, anche di perdono. Attraverso il racconto delle mille sfumature dell’anima umana, Kamala Nair ci regala una storia intensa, fatta di emozioni, profumi e colori sgargianti.

 

“Asia non esiste”, suicidi con il sorriso

Silvia Notarangelo
ROMA – Il corpo di Giulia fluttua nell’aria e si schianta al suolo. Nessuno la spinge. È lei che deliberatamente si lascia cadere dalle mura del Bastione ponendo fine alla sua breve esistenza. Ma Giulia è solo la prima: la seguono, in ordine di tempo, Emanuela, Marco, Carla e tanti altri. Minimo comune denominatore: giovani, ricchi e felici. Segni particolari: suicidi. Un vero e proprio rompicapo irrompe nella vita di Libero Solinas, il commissario creato dalla penna di Emanuele Cioglia. “Asia non esiste” è il titolo dell’ultima, complessa indagine che vede protagonista il commissario e la sua squadra. Con un ritmo serrato, attenzione ai particolari, una giusta dose di ironia ed inquietudine, Cioglia mischia sapientemente le carte, riuscendo a creare attesa ed incertezza fino alla fine del romanzo.

L’interrogativo iniziale è più che legittimo: perché interessarsi al suicidio di ragazzi ricchi e felici? Il reato non sussiste, a meno che non si tratti di ex art. 580, istigazione al suicidio…Solinas sente che qualcosa non torna, ma è in un vicolo cieco e, impotente, osserva crescere, giorno dopo giorno, il numero di vittime che si tolgono la vita “con il sorriso”.
Lui è sempre lo stesso: rude, scorbutico, talvolta un’autentica carogna. Nel tempo, non ha perso il piacere di abbandonarsi ad elucubrazioni linguistiche, fantasticherie, monologhi interiori, né è riuscito a liberarsi di quella dipendenza da alcool e nicotina che, spesso, sembrano inebriarlo fino al punto di farlo cadere in uno stato di incoscienza. A riportarlo con i piedi per terra ci pensa sempre Carla, la sua compagna poliziotta, che non perde occasione di stuzzicarlo: “Purtroppo sei un maschio, così come mangi senza masticare, non cogli le sottigliezze”. Solinas abbozza amaramente, Carla ha ragione e lui lo sa.
In questo caso, però, i dettagli assumono la forma di inconfessabili macigni. Il commissario brancola a lungo nel buio, non ha un appiglio, il tempo passa e niente sembra condurlo nella giusta direzione. Proprio quando sembra aver perso le speranze, rassegnandosi a far archiviare il caso, accade l’imprevedibile. La soluzione di tutto “si presenta”, bussa alla sua porta, chiede aiuto. Solinas inizia a rimettere insieme i pezzi del puzzle. Tra una sbornia, una liberatoria pedalata in bicicletta e un pranzo indigesto con Arquazzi, lo stravagante medico legale, la verità sarà faticosamente portata alla luce. Una storia sconvolgente, raccapricciante, in cui vittima e carnefice si confondono in un gioco torbido, dalle regole precise, in cui uccidere diventa “l’unico modo di vivere”.

“Un matrimonio e altri guai”: effetti indesiderati di un’unione

Silvia Notarangelo
ROMA – Il titolo dice tutto, “Un matrimonio e altri guai”. Sì, perché spesso le tanto desiderate nozze sono precedute da tensioni, preoccupazioni, inaspettate prese di posizione che rischiano di offuscare, se non addirittura di pregiudicare, il lieto evento.

Ne è consapevole anche l’autrice di questo romanzo edito da Garzanti. Con leggerezza, ironia, sensibilità, Jeanne Ray riesce a cogliere e, talvolta, sdrammatizzare tutte quelle situazioni, quegli interrogativi, quelle perplessità che ossessionano i familiari degli sposi.
L’atmosfera si preannuncia elettrizzante fin dall’inizio: una futura moglie dall’apparenza raggiante ma intimamente tormentata dai dubbi (meglio lui o l’altro?), un futuro marito ricchissimo e inappuntabile, una zia disperata che arriva all’improvviso dopo essere stata scaricata dal marito per una giovane amante.
L’incontro, tra i due tendenzialmente opposti stati d’animo, avviene in una casa dove, con tempismo perfetto, le fondamenta stanno pian piano cedendo rendendo precaria l’intera struttura. È la casa di Tom e Caroline, i genitori della sposa. Lui difensore d’ufficio, lei insegnante di danza, sono ancora innamoratissimi, pur essendo “inciampati nel matrimonio, nell’essere genitori, nella vita” a soli vent’anni. Ora, però, è diverso, perché a compiere il grande passo è Kay, la loro bambina ormai cresciuta, che sfoggia al dito un incredibile anello di fidanzamento. Tutto bene, dunque, se non fosse che sposare Trey Bennett, il miglior partito della città, significa intraprendere l’insidiosa strada dei preparativi di un matrimonio a cui, limitandosi agli intimi, non possono partecipare “meno di mille invitati”. E, come da tradizione, le spese della cerimonia spettano alla famiglia della sposa.
È il panico. Tom e Caroline iniziano a fare i conti, non ce la faranno mai. E allora che cosa fare? Ammettere la propria inadeguatezza economica, nella velata speranza che Kay si accorga nel frattempo di amare l’altro, “il povero”, o far finta di niente ed affidarsi ad un miracolo? In un susseguirsi di confessioni inattese, improvvisi isterismi, vecchie questioni mai risolte, si arriva alla fine della storia con una consapevolezza: i guai non arrivano mai da soli.

ChronicaLibri intervista Virginia Less, autrice di “Mal di Mare”

Alessia Sità
ROMA Qualche mese ho avuto il piacere di leggere e recensire “Mal di Mare“, il brillante romanzo di Virginia Savona Less, edito da Autodafé Edizioni. Sono stata decisamente conquistata dal simpatico personaggio del Capitano Osvaldi e dalle sue intriganti indagini, narrate in ben sette episodi .

ChronicaLibri ha intervistato l’autrice.

Già dal titolo del suo libro, “Mal di mare”, si intuisce il suo legame con l’acqua, infatti ho letto che è una velista. Per lei il mare rappresenta una fonte di ispirazione?
Ho trascorso le estati dell’infanzia e dell’adolescenza a Sperlonga, sulla costa laziale. Il rapporto con l’acqua, sopra e sotto, non poteva che riuscire felice. Alla vela mi sono accostata giovanissima grazie al mio esperto “capitano”(poi marito). Mi viene dunque  spontaneo parlare del mare  e trovo emblematica l’ambientazione. Per attraversarlo – come nel nostro vivere – occorre tracciare e seguire la rotta; farlo a vela richiede pazienza, intuito e raziocinio. Le doti che ho attribuito a Osvaldi, il quale deve muoversi in acque melmose verso mete elusive.
Come nasce il personaggio del Capitano Osvaldi?
Nei primi lavori ho evitato l’investigatore in divisa, troppo gettonato. Ma avevo conosciuto davvero un grosso carabiniere, ottimo cuoco e cattivo nuotatore; la sua ingombrante figura ha finito con il presentarsi  quasi da sola nei miei testi.
La riluttanza per il mare che lei ha attribuito al Capitano nasconde un significato più profondo oppure è stata semplicemente una scelta voluta per rendere un po’ comico il personaggio?
Il timore dell’acqua, insieme alla dieta perenne e al mantra su Ramsete, ha lo scopo di rendere simpatico il personaggio. Altrimenti “pesante”: ligio al dovere, pessimista, seguace di un’etica  rigorosa. Ma il suo  mal di mare simboleggia anche il malessere profondo delle persone per bene ( e che vogliono restare tali ), costrette a operare  in una società iniqua.
Dai suoi sette racconti emerge un quadro della società attuale alquanto dettagliato e non proprio roseo. Questo suo modo di scrivere è solo uno sfogo narrativo di denuncia del malcostume attuale, oppure è uno strumento per raccontare la società nel tentativo di migliorarla?
Il taglio socio-politico nasce dalla  formazione di base. Rappresenta poi il tentativo di tenere a bada, mediante un approccio  ironico, le mie frustrazioni di  cittadina delusa nelle sue esigenze di reale democrazia. La denuncia del malcostume dominante credo costituisca un dovere dello scrittore. L’idea di migliorare la società in cui vive… : un’illusione da conservare.
Secondo lei ‘nella nostra Maraglia’ il rigore morale è ormai un ricordo o intravede un barlume di speranza?
Maraglia è una sineddoche delle condotte immorali che caratterizzano, e non solo nel Mezzogiorno, la maggioranza dei governanti e dei governati. Meritevoli, questi ultimi, dei propri guai: per via della costante piccola “mafiosità “con la quale accostano la cosa pubblica. Tuttavia nel corso della storia gruppi di potere irrigiditi a difesa  sono stati più volte travolti quasi all’improvviso. Credo che i cittadini onesti, finora trattati da c…….i, non sopportino più la sfacciata  tracotanza dominante e siano in grado di prendere l’iniziativa. Se lo vorranno davvero.
Attualmente sta lavorando a un nuovo progetto?
Ho scritto un romanzo che riprende l’ambientazione e i personaggi principali dei racconti. Spero di pubblicarlo l’anno prossimo.
Tre parole per definire “Mal di mare”
Giallo, etica, ironia.

“Qualche lontano amore”, l’appassionante romanzo di Carla De Bernardi

Alessia Sità
ROMA –Si era accorta presto di non essere sola. Due persone la abitavano lottando furiosamente”.

E’ un vero dissidio interiore quello vissuto da Clara, protagonista di “Qualche lontano amore”, l’appassionante romanzo di Carla De Bernardi edito da Ugo Mursia.
Con straordinaria leggerezza, l’autrice ci conduce in un vortice di emozioni che investono e travolgono impetuosamente tutti i protagonisti. Clara è una donna di quarant’anni con due matrimoni alle spalle e due figli ormai diventati grandi. Sin dalla sua infanzia ha sempre agito per non deludere gli altri, ma dopo aver conosciuto un uomo sposato, Juan, che le ha fatto scoprire l’amore – quello che fa gioire e soffrire crudelmente allo stesso tempo – Clara giunge finalmente alla piena consapevolezza che la sua vita non può “più essere una continua richiesta di approvazione”.
Durante una vacanza in Costa Azzurra, la donna si ritrova a fare un bilancio della propria esistenza e a ricostruire, attraverso numerosi flashback, quest’amore esploso improvvisamente durante un’estate rovente. Fra un ricordo e l’altro, Clara rivive la sua turbolenta e irrequieta vita: dalle amicizie ai primi amori adolescenziali; dalle prime esperienze sessuali a quelle da donna adulta e matura; dalla vita matrimoniale a quella furtiva vissuta da amante. Fra ricordi, canzoni, volti e scenari mozzafiato, pagina dopo pagina, Clara mette a nudo la propria anima, sondando anche i meandri più oscuri che la abitano. “Qualche lontano amore” è un vero viaggio interiore intrapreso non solo dalla protagonista, ma anche dal lettore, che soffre e ama disperatamente insieme a Clara.
Con grande capacità introspettiva, Carla De Bernardi ci regala un vero romanzo di formazione, dove a compiere un processo di crescita e consapevolezza è una donna coraggiosa, che non teme di vivere pienamente i propri sentimenti, di qualsiasi natura essi siano.

 

Il mondo di “Diecipercento” raccontato da Antonella Di Martino

Silvia Notarangelo
ROMA – Lo confesso. Quando ho iniziato a leggere “Diecipercento e la Gran Signora dei tonti” (Autodafé) ero piuttosto scettica. Forse, senza volerlo, quel titolo apparentemente incomprensibile mi stava influenzando. Sono bastate poche pagine, però, per ricredermi. La storia e la scrittura di Antonella Di Martino sono riuscite a conquistarmi. Il viaggio del defunto Diecipercento nel suo passato, tra le pieghe di una vita non proprio cristallina, si rivela coinvolgente e non privo di risvolti imprevisti. ChronicaLibri ha intervistato l’autrice.

Lavora da anni nell’editoria come autrice di racconti e fiabe per bambini. Come è nato il desiderio di cimentarsi con un romanzo per adulti?
Il desiderio è nato perché mi piace, mi è sempre piaciuto sperimentare strade nuove. Inoltre, scrivere per i bambini comporta delle responsabilità, aggravate dai pregiudizi diffusi che trasformano i bambini in angioletti di cristallo, da salvaguardare con estrema attenzione. Questo problema non esiste con la narrativa destinata agli adulti: posso traumatizzarli quanto mi pare (sorride ndr).

Il protagonista Diecipercento realizza, forse, un sogno di tanti: osservare e trovare un perché a quei tanti, troppi interrogativi che durante la vita si sono lasciati in sospeso. “Dopo la morte aveva scoperto che esistevano altri modi di vivere, probabilmente più piacevoli”. I rimpianti possono davvero essere un peso insopportabile?
Scoprire di aver sprecato l’intera vita sarebbe davvero insopportabile, se fosse possibile. Per fortuna, è molto difficile raggiungere questa certezza nella vita reale. So che molte persone sono comunque tormentate dai rimpianti, ma non credo che sia davvero possibile sapere come sarebbe stato se… Il caso di Diecipercento è particolare: la sua fede nel decalogo era davvero irremovibile. Non credeva di avere scelta, perché il suo mondo era molto semplice e, al tempo stesso, molto crudele.

I valori di Diecipercento prendono, infatti, la forma di un “decalogo” in cui soldi, menzogne, divertimento rappresentano un vero e proprio modus vivendi. Non si può dire che manchino richiami all’attualità e alla condotta di una certa classe politica…
No, purtroppo non si può dire. Dirò di peggio: questi “valori” comprendono l’intera classe politica e oltre, sono apprezzati e messi in pratica ovunque. Il nostro paese ne è impregnato fino al midollo. Non voglio dire che “siamo tutti uguali”, anzi detesto queste generalizzazioni; ma anche chi non condivide per niente il decalogo di Diecipercento deve confrontarsi con questa deriva antropologica.

Margherita, la nipote del protagonista, sembra fatta di un’altra stoffa. Il suo senso di giustizia la spinge a ritornare sui luoghi di un passato doloroso, pur di scoprire la verità sulla morte dello zio. Ho l’impressione, però, che la donna compia questo viaggio anche per se stessa, per mettere un punto e andare avanti con la sua vita. È d’accordo?
Sì! Anche Margherita, soprannominata la Gran Signora dei tonti, è in viaggio per comprendere il suo passato, tracciare la sua linea di morte e andare avanti, libera dai fantasmi. Anche i fantasmi, come i valori di Diecipercento, sono molto diffusi. Ci avvelenano la vita: ognuno di noi dovrebbe guardarli in faccia, salutarli con affetto e consentire loro di morire davvero.

Attualmente sta lavorando a qualche progetto particolare di cui vuole parlarci?
Sto revisionando un nuovo romanzo, dedicato agli adulti. Ci saranno risvolti sociali, psicologici, sentimentali. Ci sarà anche un personaggio che aveva conosciuto Diecipercento. E presto sarà pubblicato un mio racconto, di un genere che non avevo mai provato, in una collana di ebook; ma non posso dire di più (sorride ndr).

Un’ultima curiosità. Nella sua biografia scrive che la Valle d’Aosta, dove è nata, è “un’isola felice ma non per me”. Può spiegarci perché?
Me ne sono andata dalla Valle d’Aosta perché detestavo viverci. L’ambiente è troppo freddo, troppo piccolo, troppo soffocante, in tutti i sensi. Allora, quando ci vivevo io, circolavano soldi e privilegi in abbondanza, ma questi vantaggi si pagavano a caro prezzo.
Per rendere l’idea sul tipo di mentalità che odiavo, vi racconto un episodio successo più di venti anni fa. La figlia di una mia amica, che allora aveva sei anni, era stata violentata. Era successo ad Aosta, mentre la bambina giocava sotto casa sua. Il violentatore si era presentato a volto scoperto, fingendo di dover consegnare un pacco. La famiglia aveva denunciato il crimine, insieme ad altre che avevano vissuto la stessa tragedia. Aosta non è mai stata una metropoli: oggi conta circa 35.000 abitanti, quindi non sembrava un caso troppo difficile da risolvere. Ma il colpevole non è mai stato arrestato. Allora circolava la voce, molto insistente, che le autorità conoscessero e proteggessero il responsabile. Non ho mai saputo se questa voce fosse fondata, ma so che molti ci credevano e lo consideravano un fatto normale. Niente di cui scandalizzarsi.
Ormai sono passati quasi vent’anni dal trasloco: il risentimento nei confronti della “Petite Patrie” è quasi svanito, ma resto molto soddisfatta della mia scelta.