ROMA – Elisabeth e Uli sono fratello e sorella. Sono cresciuti insieme in un paesino della Germania Orientale, si sono sostenuti a vicenda, hanno condiviso momenti difficili e creduto negli stessi ideali. La vita li ha messi di fronte alla Guerra, alla divisione del loro Paese in due mondi incompatibili, dove, inevitabilmente, si deve scegliere da che parte stare.
“Fratelli”, il romanzo di Brigitte Reimann (Voland), racconta la loro storia. Una storia appassionata, poetica, a tratti malinconica, che corre sul filo sottile dei sentimenti.
Il rapporto tra i due protagonisti è fatto di complicità, battibecchi, gelosie e tensioni che la Reimann riesce sapientemente a ricostruire. Intensa e incalzante, la narrazione procede sovrapponendo presente e passato.
È Elisabeth, in prima persona, ad abbandonarsi ai ricordi, quando lei e Uli giocavano a Hänsel e Gretel, quando le strade erano attraversate dai carri armati, quando per la prima volta aveva varcato le soglie del kombinat per dedicarsi alla sua vera passione, la pittura.
Il presente, invece, ci porta al 1960, alla Pasqua di quell’anno. Come sempre, fratello e sorella si ritrovano nella loro vecchia casa per trascorrere insieme le feste.
L’atmosfera è allegra, forse troppo. E, infatti, proprio come “un’ombra che il pomeriggio d’estate oscura il sole”, ecco che su Elisabeth piomba un’inaspettata confessione. Uli ha deciso: si trasferirà a Ovest, ad Amburgo. Per lei è un colpo durissimo. Quella che, almeno superficialmente, potrebbe sembrare una reazione prettamente emotiva, in realtà nasconde tanto altro. A poco a poco, tra i due, si apre una voragine. Lo scontro è duro, serrato. Allo sconcerto e alle emozioni dell’una si oppongono le lucide e rassegnate argomentazioni dell’altro.
Elisabeth è un’idealista, una “piccola sognatrice incallita”, ma anche una giovane donna combattiva, pronta a difendere le sue idee e quelle del socialismo. Uli non crede più a niente, è arrabbiato e deluso, nella sua vita vuole costruire navi ma si sente “a pezzi, prigioniero dietro una grata di stupidità e burocrazia”.
Così si va avanti tra accuse, forti e concitate, e momenti di tenerezza che sembrano poter rimettere tutto in discussione. Il contrasto non si esaurisce nel semplice tentativo di Elisabeth di ridestare nel fratello i vecchi ideali condivisi, ma finisce per scavare in profondità, nell’intimo dei due personaggi, riuscendo a portare alla luce dubbi e insicurezze sepolti sotto un apparente equilibrio.
L’interrogativo finale può essere solo uno: meglio andarsene con la dolorosa consapevolezza di avere “la coscienza sporca” o restare sperando di “armare di nuovo la barca e veleggiare in mare aperto”?
Categoria: narrativa
“La vita è un sorso” che si racconta tra un drink e l’altro
ROMA – Quando attraverso una manciata di drink si può raccontare la vita, le avventure e gli amori. Questo è “La vita è un sorso, Choosy. Come salvarsi l’anima e dannarsi il fegato in trenta drink”, il libro di David Santoro e Luca Gregorio Patané pubblicato da Ultra; un libro in cui tutto è possibile.
È possibile che un gatto suoni la batteria in una jazz band e ascolti il racconto di un week-end romantico del suo convivente umano mentre gli prepara un Negroni? Oppure che discuta con lui di filosofia davanti a due Connemara? O di astronomia sorseggiando un Pink Cardinal? A giudicare da questo curioso libretto, sembrerebbe proprio di sì. I due strani, inseparabili amici – Choosy e Da – sono i protagonisti di una bohéme alcolica e musicale dai contorni planetari, ricca di avventure e di amori (a volte persino fortunati), narrata e illustrata in forma ironica e lapidaria in un divertente breviario: 30 racconti per altrettanti cocktail (con tanto di ricetta) di cui nessun bevitore e nessun poeta, umano o felino, potrà più fare a meno.
“Trotula”: una donna, la medicina e il Medioevo nel romanzo di Paola Presciuttini
Giorgia Sbuelz
ROMA – Nei primi decenni dell’anno Mille, la città di Salerno conobbe uno splendore economico e culturale come pochi territori italici ebbero la fortuna di sperimentare. Nel grembo del suo golfo venivano raccolte le menti più brillanti dell’epoca: intelletti che spiccavano nelle scienze matematiche e filosofiche e che molto concorsero allo sviluppo della moderna medicina. Qui visse e operò Dama Trotula De Ruggiero, nobildonna dall’eccezionale perspicacia mentale e di fortissima volontà, a cui va il merito di aver elevato la ginecologia e l’ostetricia a disciplina medica, affrancandola dall’appannaggio esclusivo di levatrici e mammane, e sollevando la coltre di superstizione che aleggiava intorno al misterioso momento della nascita di una nuova vita.
Ma, per quanto ebbe a contribuire al lustro della Scuola Medica Salernitana, in pochi conoscono l’operato di questa donna, la cui memoria è stata insabbiata nel tempo, relegandola a figura poco più che leggendaria, fino a dissolversi del tutto, dimenticata, come tante altre donne di genio, e allontanata dalla storia a causa del divario di genere.
Mille anni dopo, Paola Presciuttini con il suo romanzo “Trotula”, edito da Meridiano Zero, si assume l’incarico di rimuovere tutta la polvere che ricopre questa figura, restituendoci un ritratto vivo e documentato, di una donna medievale eppure modernissima, che si poneva dei dubbi, sulla ricerca e sulla teologia, che sono ancora i nostri.
Quello tra la Presciuttini e Trotula, è un incontro felice, lo si percepisce fin dalla prefazione dell’autrice, in cui trapela tutta l’emozione e la cura impiegata, per dar corpo e voce ad un esempio di grandezza morale e intellettuale, quello della “medichessa” Trotula, che proprio della voce e della fisionomia femminile era stata privata. E’ bello apprendere come la Presciuttini abbia scelto un mulino a vento dei primi secoli dello scorso millennio, come luogo di raccoglimento per dar principio alla sua opera, perché l’impressione che si ha è proprio quella che stia lì a parlarci, da un’altra epoca, assieme alla sua protagonista.
Assistiamo alla spensierata infanzia di Trotula De Ruggiero nel castello paterno, vicino al mare e circondato da campagna e frutteti. Sua madre, Donna Ginestra, l’affida alle cure di una balia e alla sapienza di un precettore. La prima, Iuzzella, è anche, come molte buone donne del popolo, un’esperta conoscitrice di erbe per curare i malanni, il secondo è un giovane monaco, Gerardo, che ha il compito di indottrinarla su quanto conosciuto fino ad allora in materie filosofiche, matematiche e letterarie.
L’esempio materno è forte: Donna Ginestra discute di storia e politica al pari di un uomo, ama sinceramente il proprio consorte, dal quale è ricambiata con lo stesso affetto e devozione. Per questo la prematura scomparsa della madre, a causa del parto del secondogenito Grimoaldo, sconvolge la piccola che reagisce però con sconcertante lucidità: studierà il corpo umano, affinché possa un giorno alleviare i dolori delle partorienti, e risparmiar loro la morte.
Così Trotula, affiancata dal suo inseparabile precettore, diviene un medico, e tra i più brillanti della Scuola Salernitana. Il suo punto di vista rimane però difficile da accogliere persino per le menti più erudite, perché sembra contraddire in toto il comandamento delle sacre scritture “con dolore partorirai i tuoi figli”. La morte per parto era accettata come componente naturale del destino di una donna, così come la morte in battaglia per un uomo. E a questo assunto Trotula si ribella, enunciando forte la sua convinzione con cui aveva fatto ingresso nella Scuola: “La guerra è opera dell’uomo, ma la nascita viene direttamente da Dio, e Dio non può aver creato niente d’imperfetto. Sta a noi capirne i segreti” .
Con questa forza prosegue i suoi studi, mentre conosce suo marito, il medico Giovanni Plateario, e intorno a lei si succedono le battaglie per la conquista dell’ Italia del Sud da parte dei Normanni. Trotula diviene madre di tre figli maschi: Ruggero, Giovanni e Matteo, mentre porta avanti la sua missione di medico. Aiuta a mettere al mondo Sichelgaita, figlia del principe di Salerno Guaimaro V, e salva anche la vita del fratello di lei, Giovanni, erede al trono. La speranza è che il mondo accademico le attribuisca i meriti che le spettano, e non la consideri solo una colta levatrice.
Speranza svanita, ma che non avvilisce la donna, che prosegue anzi nelle sue ricerche con un’apertura mentale che al tempo la fa apparire come superba e irriverente.
Ben conscio però della superiorità della moglie, è il marito Giovanni, che seppure sinceramente innamorato, ingaggia con la donna una silenziosa competizione, nel tentativo di vincerla e metterla da parte, forse per sentirsi più al sicuro, o forse per mantenere l’equilibrio stabilito dall’epoca.
Dopo un gesto sconsiderato da parte del marito, Trotula fugge e si stabilisce, con pochi averi e pochi aiutanti nel quartiere giudaico di Salerno. Una scelta, la sua, inammissibile per chiunque. Suo padre e suo marito avrebbero avuto tutto il potere per rovinarla. Decidono comunque di accettare la sua nuova vita, e assistono inermi alle sue nuove sfide: portare cure mediche a tutti coloro che lo necessitano, ricchi o poveri che siano, umili braccianti, o derelitti umani.
Affronta le epidemie di tisi e le infezioni, insegna alle levatrici le norme igieniche, ai cerusici a suturare, e si confronta con altre menti disposte ad ascoltarla, arabi come normanni, che frequentavano quel ricettacolo di fermento culturale che era Salerno. S’interroga sul reale valore dell’autopsia, pratica considerata eretica, quindi proibita, e si dichiara favorevole alla chirurgia, operata allora solo dagli “infedeli” islamici di Avicenna.
Di volta in volta la storia viene narrata dal punto di vista di ciascun protagonista, rendendo la lettura vivida e offrendo con straordinaria leggerezza panoramiche di vissuti interiori forti e intensi, molto spesso drammatici, ma mai patetici. Pagine animate dalla stessa passione che muove i personaggi di questo romanzo, che custodiscono tutti una fiamma interiore che li consuma e li avvicina alla conoscenza: quella per la medicina come in Trotula e Giovanni Plateario, che erediteranno anche i figli Giovanni e Matteo, o quello per la politica e la battaglia che saranno il destino del primogenito Ruggiero. Finanche l’amore illecito e non corrisposto del monaco Gerardo, o quello per il cibo e la cucina del fratello Grimoaldo.
Tutto è vivo e pulsante nel romanzo della Presciuttini, che ci regala un sorprendente scorcio di Medioevo attivo e vibrante, molto simile ai nostri giorni, in pregi e difetti.
Si coglie tutto l’affetto e l’ammirazione che l’autrice nutre nei confronti di questa donna non comune eppure vicina a tutte le donne, sentimenti che si trasferiscono nel lettore, che partecipa con gioia ai successi finali di Trotula e alla riconciliazione con i suoi cari, così come allo stesso tempo s’interroga sui motivi per cui, nel tempo, si sia persa ogni traccia di lei e del suo apporto alla medicina moderna.
“Trotula” è un romanzo in cui la ricostruzione storica s’intreccia con naturalezza alla componente immaginativa dall’autrice, in una commistione armoniosa, come le erbe che sapeva miscelare la protagonista, e che generosamente offriva per il bene comune. Il bene che Paola Presciuttini offre è quello di riportare l’attenzione su questa figura storica, restituendocela in tutta la sua vigorosa dignità e in tutta la sua poetica e femminile bellezza.
“I Peggiori” di Chiara Zaccardi: quando il male serpeggia fra i banchi di scuola
Giorgia Sbuelz
ROMA – “I Peggiori” sono sette ragazzi che frequentano un costoso liceo privato a Cles, California. Figli ripudiati e incompresi di genitori fragili e assenti, hanno scelto la ribellione e la violenza per riempire il loro vuoto o semplicemente la loro noia. “I Peggiori” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Chiara Zaccardi, pubblicato da Noubs Edizioni. L’autrice ce li presenta uno ad uno, lo fa in maniera generosa, un capitolo a testa, scavando nell’intimo del loro vissuto e non risparmiandoci nulla: dettagli scabrosi, inclinazioni perverse, schemi distruttivi e autodistruttivi germogliati da infanzie disperate e amplificati dall’ambiente della provincia americana, dove imperversa il comandamento supremo del consumismo e dell’apparire, belli e ricchi, ad ogni costo.
Già il preambolo sembrerebbe una condanna per chiunque, eppure no. L’incubo deve ancora iniziare e lo scenario adoperato come incipit della tragedia è proprio il liceo che malamente li tollera. I ragazzi sono costretti a seguire un programma serale di rieducazione, così sei di loro, il settimo non si presenta, si ritrovano soli nell’aula magna della scuola. Presto vengono narcotizzati e caricati su un furgone. Al loro risveglio si ritroveranno prigionieri in uno scantinato, messi alle catene proprio da due insospettabili professori che li sottoporranno ad ogni genere di sevizia e tortura.
Da questo momento comincia la seconda parte del romanzo, la Zaccardi non lascia nulla all’immaginazione del lettore: ogni atto di violenza fisica e sessuale viene descritto con dovizia di particolari e gli aguzzini dimostrano una creatività sadica che lascia sbigottiti. La narrazione si fa concitata, il romanzo acquisisce un’unitarietà narrativa complementare al lungo preludio iniziale, che si snodava a singulti, come un sipario che si apriva appena per poi richiudersi repentinamente. E il sipario adesso si spalanca completamente sullo spettacolo dell’orrore, in un crescendo di situazioni violente e imprevedibili, dove la psicologia dei personaggi viene messa a fuoco per emergere e delinearsi, unendo il gruppo nella tragedia, come mai era stato possibile tra i banchi di scuola. Piani e soluzioni escogitati tra bagni di sangue che vedono l’alternarsi dei ruoli tra vittime e carnefici, come ogni romanzo horror che si rispetti. Tentate fughe, fughe e inseguimenti, in uno sprofondare inesorabile nell’abisso della crudeltà umana. Poi la salvezza… ma di chi? E a che prezzo?
Ci si aspetterebbe a questo punto che cali il sipario, lasciando il lettore alle sue amare riflessioni. Ancora una volta si rimane sorpresi. Nulla è mai come sembra, pare sussurrarci l’autrice. Terza parte del romanzo: si contano le vittime. Qualcuno non ce l’ ha fatta, qualcun altro riporterà danni permanenti. Mutano le dinamiche familiari dei protagonisti e viene da domandarci se non sia questo il premio per l’orrore subito. I ragazzi sembrano risollevati, l’aspettativa è che qualcosa in loro sia cambiato… forse sì. Invece no. Lo si capisce dalla scelta di partecipare ad un famoso talk show, e dalla pubblicazione di un libro col resoconto particolareggiato del loro rapimento; il titolo è eloquente: “Tortura”.
Il lettore sorride, conosce questo romanzo, anzi lo sta finendo di leggere. Mancano solo poche pagine. Arriviamo al finale… Colpo di scena che ribalta tutto. Non avevamo forse detto che nulla è mai come sembra?
Ripercorriamo mentalmente il romanzo a ritroso, come fosse un vecchio video tape e lasciamo scorrere velocemente le immagini al contrario. Stoppiamoci al momento del talk show, dove il conduttore di grido pone la banale, eppure fatidica, domanda:
“Spesso si è soliti affermare che il confine tra il bene e il male è labile, e non sempre ben definito. Credete sia una frase corretta anche per questo caso?”
Il bisogno di identificare chi sia vittima e chi carnefice è atavico nei processi mentali umani. Serve un buono e un cattivo. Uno che si macchi della colpa, un altro che la espii. Lo sa bene la giovane autrice, che affronta la narrazione guizzando impeccabilmente da una parte all’altra di questo schema. Le parole vengono usate come proiettili e il linguaggio è crudo, epurato da qualsiasi eufemismo, diretto come un pugno. Ciniche constatazioni servite come perle di saggezza condiscono il ritratto di una certa gioventù, dannata dalla nascita, che non ha nessuna voglia di redimersi, anzi che nel vuoto esistenziale ci sguazza. Forse una nuova razza tenace frutto dell’evoluzione tecnologica e dell’involuzione dei rapporti umani. Questi i peggiori di cui si parla in questo prorompente esordio letterario. Questa la risposta di uno dei peggiori alla domanda del conduttore:
“Nei Vangeli Gesù dice: “il bene è ciò che ti rende libero”. Non è qualcosa di preciso. E’ molto più facile definire il male. Il male è ciò che opprime” .
Così Chiara Zaccardi ci fa guardare bene in faccia questo male che opprime, proponendocelo in tutte le sue macabre declinazioni e in manifestazioni che non avremmo mai avuto l’ardire di pensare. Ma non lo esorcizza, non è questo il suo compito, il suo compito è raccontarcelo abilmente nella forma migliore o, è il caso di dirlo, nella sua forma peggiore. Obiettivo decisamente centrato.
“Fatto da Dio”, un entusiasmante viaggio nel passato
Silvia Notarangelo
ROMA – Un’esplosione, poi più nulla, il buio. Un corpo irriconoscibile, distrutto, una mente che ha cancellato qualunque traccia di memoria. Eric Ashworth si risveglia, in una prigione di Los Angeles, senza sapere il perché. È lui il protagonista di “Fatto da Dio”, l’intenso thriller di Craig Clevenger pubblicato da Fanucci. Una storia originale, spiazzante, capace di ricreare una realtà parallela e di addentrarsi, con ipnotiche descrizioni, nelle ferite più profonde.
Eric non ricorda nulla. Del suo passato, su cui sembra calato definitivamente il sipario, continua a resistere un solo minuscolo frammento, un nome: Desiree. Chi è Desiree? Che ruolo ha nella sua vita? Perché basta nominarla per far accelerare il suo ritmo cardiaco? Trovare una risposta non è facile quando, all’improvviso, tutto diventa nuovo, sconosciuto, oscuro. E, fidarsi di perfetti estranei, potrebbe non essere una buona idea.
Così, a catturare l’attenzione del protagonista, sono gli odori, i colori, i rumori e un misterioso pacchetto tra le mani della Fata Dietro al Vetro. A poco a poco, uno squarcio di luce comincia ad aprirsi sul suo passato. Il recupero della memoria procede a intermittenza, i ricordi vanno e vengono sotto forma di allucinazioni, a volte sono più nitidi, altre avvolti da una nebbia difficile da dissipare.
Eric inizia a rimettere insieme i pezzi, proprio a partire da quelle molecole e da quegli atomi che lo hanno sempre affascinato fino a trasformarlo in un chimico speciale, in un uomo che “ha passato la vita a dare alla gente il suo di Più”. Per lui, “dare di Più” è un imperativo, un gioco attraente e pericoloso, in cui il limite tra artefice e vittima può essere estremamente labile.
Alla fine, i suoi sforzi saranno premiati. Una verità, straziante, si farà strada. “Tutto quello che non ti sei ancora ricordato lo hai dimenticato per una ragione. Tagliala.” Eric era stato avvisato, ma niente ha potuto fermarlo.
“Atti mancati” il romanzo d’esordio di Matteo Marchesini
Alessia Sità
ROMA – “Stavolta so di non poter più reagire. Non trovo in me stizza, né paura, soltanto una grande stanchezza”
Nella vita di ognuno di noi c’è sempre un atto mancato che ci tormenta. Freud li definiva come un errore di azione, ovvero l’incapacità di fare realmente ciò che si desidera. Quante volte aspettiamo immobili in attesa che il destino faccia il proprio corso, senza contribuire in qualche modo al suo compimento? L’ultimo romanzo di Matteo Marchesini, “Atti mancati” edito da Voland e candidato alle selezioni del premio Strega, racconta una profonda storia d’amore e d’amicizia segnata da ‘alcune’ occasioni perdute e da inconsolabili rimpianti.
La vita di Marco, giornalista del Corriere di Bologna, viene stravolta quando durante la cerimonia di assegnazione del Bolognino d’oro al critico Bernardo Pagi – un docente universitario che in passato rappresentò per lui un modello da seguire – rivede la sua ex fidanzata Lucia. L’inaspettato ritorno della ragazza a Bologna, catapulta l’intellettuale trentenne in un vortice di ricordi, seppelliti sotto la corteccia di asetticità creata nel tempo. Tra Bassa e Appennini, osterie, cliniche, paesi, campagne e vecchie conoscenze, Lucia spinge Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato, della loro storia e del loro legame con Ernesto, l’inseparabile amico di sempre. “Atti mancati” è un continuo avvicendarsi di un passato felice e un presente doloroso, in cui gli errori e i vecchi fantasmi, prendono gradualmente forma fra la paura di crescere, sconvolgenti scoperte e un romanzo mai finito. Il desiderio di raccontare, narrare, scrivere, sembra improvvisamente essere l’unica speranza per poter mettere ordine nel caos generato dalla vita. Si ha costantemente la sensazione di sfiorare una qualche presunta verità, che purtroppo perde quasi di valore nel dolore di una logorante malattia e nel dramma della consapevolezza di non poter più rivivere quel passato spensierato e quell’amor perduto. Per Marco è arrivato il momento di affrontare la realtà e di terminare il suo romanzo, che per troppo tempo ha lasciato in sospeso.
“Atti mancati” è una toccante storia di vita, che commuove e spinge a riflettere su quanto sia fondamentale agire senza aspettare che le cose accadano per caso (“Ho solo scritto, scritto per dovere, aspettando che succedesse qualcosa”).
Con uno stile brillante ed elegante, Matteo Marchesini ci regala un bellissimo romanzo di formazione, guidandoci nel cuore di una splendida Bologna, in cui ogni angolo, ogni piccolo dettaglio della città diventa funzionale al racconto e alla storia dei suoi personaggi.
Furgul, il cane che corre nel vento
ROMA – Furgul non è un cane come tutti gli altri. Il suo nome significa “coraggio” e in lui è certamente una qualità che non manca. “Doglands”, il nuovo romanzo di Tim Willocks (Edizioni Sonda), è la sua storia, la storia di un viaggio straordinario verso una meta sconosciuta eppure intimamente sentita e desiderata.
Lo scrittore inglese si cala nelle vesti del protagonista, raccontando gli aspetti positivi ma anche le tante, troppe crudeltà a cui i cani sono spesso sottoposti. Furgul guarda gli uomini dalla sua particolare prospettiva, osserva i loro comportamenti, si interroga sulle loro azioni: talvolta li reputa strani, talvolta affettuosi, altre ancora non sa spiegarsi il perché di tanto odio. “I grandi sfruttano tutti gli animali (…) prendono e usano tutto ciò che vogliono e, quando si consuma o si annoiano a usarlo, si limitano a buttarlo via”. Una lezione che suona come un pugno nello stomaco soprattutto detta da un cucciolo.
Furgul nasce tra le mura di Dedbone’s Hole, la prigione dove sono rinchiusi e allevati i greyhound da corsa. Il suo destino pare, dunque, inesorabilmente segnato. All’improvviso, però, un segreto sconvolge la sua vita. Tutto cambia, deve fuggire da Dedbone’s Hole. La separazione da Keeva, la madre campionessa soprannominata “Folata di Zaffiro” , è dolorosa ma inevitabile. Il mondo che lo attende fuori non sarà tutto rose e fiori. Le prove da affrontare saranno tante ma lui saprà sempre dimostrarsi all’altezza. Nel tempo, complici incontri ed esperienze non proprio positive, la sua personalità si plasma, fino a raggiungere una maturità ed una consapevolezza spesso difficili da comprendere anche per i suoi simili. Furgul non vuole “appartenere a nessuno”, è un cane selvatico e gli piace esserlo. È inquieto e scalpitante, desideroso della sua libertà, non capisce cosa significhi “essere addomesticati” e non ha nessuna intenzione di farlo. Soprattutto, non intende piegarsi ai desideri spesso subdoli degli uomini. Potrebbe scegliere la strada più facile e diventare un cane da compagnia, uno di quelli che ubbidiscono senza fare troppo domande, rinunciando di fatto alla propria natura. Invece no. Furgul va avanti e continua a scappare per inseguire il suo sogno: trovare le misteriose Doglands e liberare Keeva.
Al termine di una lunga ed entusiasmante avventura, si troverà di fronte al suo passato per giocare, finalmente, la partita più importante. Una partita in cui non basteranno la forza ed il coraggio, ma bisognerà giocare d’astuzia, ricordando sempre che “un cane libero non muore mai, ma continua a correre nel vento”.
“Novelle e impressioni” di Gino Racah
Silvia Notarangelo
ROMA – Personaggio di spicco del sionismo milanese delle origini, Gino Racah (1865-1911) dedicò la sua breve esistenza al tentativo di risvegliare le coscienze e le energie ebraiche che “tendevano a scomparire”, convinto della necessità di riscoprire e difendere la fede e le tradizioni giudaiche. A distanza di poco più di un secolo dalla sua morte, Carlo Tenuta ha curato, per Mucchi Editore, una raccolta di scritti dell’autore milanese da cui emerge prepotentemente tutta la sua passione, le sue convinzioni, ma anche una crescente preoccupazione per le sorti della sua religione.
“Novelle e impressioni” raccoglie nove episodi di vita e di storia ebraica. Una narrazione scorrevole, lucida ma profondamente sentita, in cui le novelle sono solo uno spunto, un modo per affrontare temi e problematicità particolarmente care allo scrittore. Gli episodi, in parte a carattere autobiografico, seguono un ordine cronologico, un arco temporale che ha inizio in epoca precristiana, attraversa alcuni momenti salienti della storia fino ad arrivare ai primissimi anni del Novecento e proiettarsi in una Gerusalemme futura.
Protagonisti della quasi totalità dei racconti sono ebrei fieri delle loro origini, fedeli al proprio credo e alle tradizioni, disposti a tutto, anche a sacrificare la propria vita pur di non arrendersi e soccombere sotto i colpi di “energumeni fanatici o empi depravati”.
Con il passare del tempo, le insidie cambiano. Non sono più il cristianesimo o il paganesimo i nemici da cui tenersi lontani, non ci sono più guerre da combattere: la fede va salvaguardata da altri pericoli, forse meno evidenti ma altrettanto insidiosi.
Anche la riflessione di Racah cambia prospettiva, affrontando nuove, delicate questioni divenute cruciali: i matrimoni misti, la rinuncia o l’abbandono della fede ebraica, un persistente sentimento antisemita. È la “crescente assimilazione” una delle cause, secondo l’autore, di questa pericolosa deriva. Non sorprende, quindi, che protagonisti degli ultimi racconti siano una vecchia suocera, costretta a conservare in segreto la propria fede, e un padre che, al contrario, sembra riscoprire, l’importanza delle proprie origini. Ed è proprio a questo padre, tormentato dalla scelta della figlia di diventare monaca di clausura, che Racah affida un messaggio di speranza: “il lamentarsi senza agire è da sciocchi e da imbelli (…) insegnerò agli altri a mantenere raggiante e puro il focolare della famiglia israelitica”. Un impegno a cui l’autore ha dedicato tutta la vita.
“Eden”: il romanzo d’esordio di Alessandro Cortese
Alessia Sità
ROMA – “Il…Male?/Non sai cos’è?/ Spiegami, te ne prego./ Il settimo giorno il Grande creò gli angeli. Noi, primi tra i Suoi figli./ Voi siete il Male?/No. Siamo il mezzo attraverso il quale il Male ha preso forma e coscienza. La vita creata.”
Non sono una grande conoscitrice delle Sacre Scritture, ma devo ammettere che la lettura di “Eden”, il romanzo di esordio di Alessandro Cortese, edito da ArpaNet, mi ha fatto venir una gran voglia di rivedere con attenzione il passo della Genesi. Il dualismo fra bene e male, fra luce e tenebre, è alla base di questo piccolo capolavoro.
Stravolgendo completamente la tradizionale storia della Creazione, l’autore racconta come sia avvenuta la caduta di Lucifero. Gli oscuri segreti del Paradiso Terrestre vengono svelati senza esitazione. Al centro della vicenda ci sono gli Angeli bramosi di conoscere e appropriarsi definitivamente della propria libertà; questo incessante desiderio li spinge a ordire un complotto contro il Grande Padre. La cospirazione però viene scoperta dai cherubini e dall’Arcangelo Michele che, per punizione, strappano le ali ai traditori prima di scaraventarli dalla cima del Gòlgota nell’Abisso infernale. Lucifero, però, riesce – nonostante la terribile tortura inflittagli – a sopravvivere all’impatto col baratro. La descrizione del custode della luce, l’immagine eterea di Eva, la figura di Adamo affascinano e coinvolgono il lettore, spingendolo quasi a provare un sentimento di compassione nei loro riguardi. Il continuo gioco di luce e ombre, alimentato anche dalla presenza delle maschere indossate dai protagonisti che popolano Eden, contribuisce a creare un’atmosfera senza tempo e un alone di mistero a tutta la storia della Creazione.
Con un linguaggio elegante e ricco di riferimenti biblici, Alessandro Cortese ci guida in un viaggio sospeso fra mito e leggende, ribaltando completamente l’opinione comune sulla Genesi. Se desiderate avere un quadro completo su come sia avvenuta la cacciata degli angeli e della razza umana dal Paradiso Terrestre, seguendo sempre l’interpretazione di Alessandro Cortese, vi segnalo inoltre l’uscita del suo secondo romanzo, “Ad Lucem”, venerdì 21 dicembre.
Per la prima volta in Italia Ştefan Agopian
ROMA – Visionario, poetico, malinconico. Tre aggettivi che ben si addicono al romanzo di Ştefan Agopian. Lo scrittore romeno, tradotto per la prima volta in Italia da Paola Polito per Felici Editore, trasporta il lettore in un’atmosfera surreale, carica di risonanze esistenziali attraverso un racconto sospeso tra realtà ed immaginazione.
Ambientato in Romania nei primi anni dell’Ottocento, “Almanacco degli accidenti” narra la storia di due senzatetto che si tengono compagnia, in attesa che qualcuno o qualcosa scateni la loro fantasia. Sono Ioan Marin e Zadic l’Armeno. Il primo, maestro Geografo della scuola di Colzia, si perde spesso tra i suoi pensieri, vagheggiando “i tempi migliori” in cui poteva abbandonarsi alla lettura nonostante le guerre, la carestia, la peste. Il suo compagno, Zadic, è uno stravagante tuttofare, capace di cimentarsi con le più disparate professioni fino a giungere a un’amara conclusione: “nessuna di queste mi ha dato la ricchezza che vado cercando”.
Insieme, inebriati dall’alcol, si sostengono, si stuzzicano, talvolta mettono in scena delle vere e proprie competizioni a colpi di citazioni erudite: Plinio, Aristofane, Ippocrate sono solo alcuni degli autori classici che irrompono nei loro discorsi. Ricordi, pensieri, storie ed episodi paradossali scandiscono la monotonia delle loro giornate. “Stiamo, è questo che facciamo”. Così Zadic si rivolge all’amico con una considerazione che pare racchiudere l’essenza della loro vite.
Tra scene di guerra e sparatorie, molossi parlanti, diavoli accovacciati, angeli in parata, i due rimangono così, “come due santi senza preoccupazioni terrene, solamente contemplando e scambiandosi parole”, anche durante l’ultimo, incredibile viaggio con la fantasia.