Categoria: Letture vintage
150 anni di Libri d’Italia: Chi non ha amato "Cuore"?
Marianna Abbate
ROMA – La recensione di oggi di “Cuore”, un classico della letteratura, non rientra solamente nella rubrica Vintage delle nostre letture, ma apre la sezione dei Libri per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Infatti, ogni settimana, ChronicaLibri vi parlerà di testi e personaggi che attraverso la letteratura hanno “costruito” il Risorgimento italiano.
Chi non è stato in classe con un Nobis figlio di papà arrogante, un Derossi bello, bravo e studioso, un Garrone tanto grande quanto buono e generoso? Chi, infine, non si è sentito un po’ come Enrico Bottini – la voce narrante di “Cuore. Libro per ragazzi” (Treves 1886 – Mondadori 2001) – preso dai mille dilemmi quotidiani che ogni bambino deve affrontare, sconfiggendo le proprie debolezze?

Piccola guida romana agli spacci di Letture vintage. Seconda puntata: i negozi e le librerie.

ROMA – Dopo le bancarelle, ecco i negozi, a Roma, che potete perlustrare e setacciare, divertendovi a frugare e rimestare, in cerca di quel libro che soltanto così potrà essere vostro. I negozi però, spesso, rispetto alle bancarelle, hanno costi più elevati: in genere, infatti, è possibile rinvenirvi antichi libri, in antiche edizioni (io, una volta, ho comprato una prima edizione di un romanzo di Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, fuori stampa in Italia da decenni), che però hanno costi diversi, aggirandosi anche intorno ai dieci euro.
Il negozio più interessante di libri usati è sicuramente Invito alla lettura, su Corso Vittorio Emanuele II (283).
Qui avrete un’ampia scelta anche di occasioni: accanto all’offerta “4 libri a 10 euro”, potrete trovare anche delle edizioni rarissime – se non oramai estinte – di libri che sono capisaldi della letteratura italiana e mondiale. L’unica differenza è che questi ultimi hanno prezzi diversi, scritti generalmente a matita sull’ultima pagina: non sono certamente ‘convenienti’, ma certe volte non c’è niente come una prima edizione di un libro che si è amato; o che certamente si amerà! Un luogo dalla nobile vocazione (Rivolgiamo un’attenzione particolare al libro esaurito e raro del secolo appena passato, com’è scritto sul sito) è la libreria Simon Tanner, in Via Lidia 58/60. Qui potrete trovare antiche edizioni a prezzi vari: non proprio il luogo più economico di tutti ma pur sempre un must per gli amanti del settore vintage! Se volete unire un’esperienza alcolica alla ricerca di tesori librari, a Trastevere c’è Cioccolata e vino (Vicolo del Cinque, 11/a), dove si può sbirciare tra alcuni scaffali di libri a vari prezzi, concedendosi magari un peccato di gola, come gli shottini di cioccolato e liquore o provare le tante varietà di rum e assenzio. Il locale ha anche una sala, piccola ma graziosa, dove è possibile organizzare presentazioni di libri. Luogo decisamente più economico si trova in Largo Ettore Marchiafava (Viale Ippocrate): la Libreria degli studenti è un po’ caotica e dagli spazi angusti, a dir la verità, e con libri spesso in molto cattive condizioni; però veramente molto ricca di tesori: qui decisamente la vostra pazienza sarà messa a dura prova, ma le ricompense potrebbero essere straordinarie.
Non bisogna dimenticare il piano inferiore della Melbookstore, la grande libreria in Via Nazionale: scaffali e scaffali saturi di libri al 50% di sconto. Un altro luogo nascosto nelle pieghe della capitale, non lontano dalla Melbookstore, è la Esedra Libreria Internazionale, che si trova in via Torino 95 (all’interno della Galleria Esedra, traversa di Via Vittorio Emanuele Orlando): libri di vari prezzi e di varia importanza, ma comunque un luogo da esplorare. Chiudiamo l’articolo con la denuncia di una vergogna: ovvero, la recente chiusura della libreria Remainders, in Piazza San Silvestro. Per decenni e decenni (quarant’anni!) codesta libreria svolse un ruolo di primo piano nel panorama culturale della capitale, senza contare che offriva libri a prezzi stiacciatissimi: una vera e propria oasi di pace e beatitudine per i feticisti delle letture vintage. Era l’ultima libreria del gruppo, dopo che tutti i più di centoquaranta punti vendita in tutta Italia erano stati costretti a chiudere: solo a Roma resistette. Ma la crisi l’ha spezzata, sconfitta. L’affitto del fondo era esosamente cresciuto, impossibile da affrontare; le vendite crollate; l’interesse svanito. Ci furono raccolte di firme, massicce proteste, voci insistenti che si sollevarono per difendere la libreria. Le istituzioni non mossero un dito (nemmeno fecero finta), e la libreria, il 31 luglio 2009, abbassò per l’ultima volta le saracinesche.
Piccola guida romana agli spacci di Letture vintage. Prima puntata: le bancarelle.
Giulio Gasperini
ROMA – Forse vi sarete chiesti dove andiamo a pescare i libri che, puntuali, ogni domenica recensiamo nella nostra rubrica dedicata alle Letture vintage. Libri, ovvero, che, oramai esauriti, da molti anni son stati dimenticati dagli editori, oppure libri che, nonostante siano stampati e diffusi, son stati dimenticati dai lettori. Un tentativo, insomma, da qualunque parte si voglia leggere, di “archeologia editoriale”, nel riportare alla luce testimonianze che noi riteniamo importanti per vari stimoli.
La piccola guida che abbiamo organizzato in due puntate riguarda, per ragioni di ovvia e chiara comodità, l’Urbe, la Città Eterna; ma comprensibilmente in ogni città d’Italia (e, soprattutto, in ogni mercatino) è facile imbattersi in luoghi di spaccio di tali “gioielli del passato”: basta far attenzione e approfittarne!
Onestamente, i primi luoghi dove andiamo a rovistare per cercar di riportare alla luce queste piccole gemme editoriali sono, di solito, le bancarelle, che in epoca di recessione economica e di aumento vertiginoso (e vergognoso!) del costo dei libri si sono moltiplicate in ogni angolo della nostra illustre capitale. Io ne ho persino una vicino casa, proprio accanto alla fermata Furio Camillo della metropolitana, dove i romanzi, vecchi e nuovi, costano 3 euro l’uno! Cifra che, per altro, è quella più o meno standard che ogni bancarella assegna ai libri in vendita. Più o meno. Ché poi ci sono anche quelle dove i libri costano 5 euro, e sono quelle che, in verità, noi evitiamo. Perché la lettura vintage non è soltanto un modo di recuperare un libro oramai dimenticato; ma anche un modo per leggere spendendo meno, e soprattutto non cedendo alle lusinghe degli e-books, che, a nostro modesto parere, violentano e tradiscono alquanto la naturale e antica essenza del libro.
Altre bancarelle molto ben fornite, nella zona del centro, si trovano in Piazza Cavour e Piazza della Repubblica (due delle migliori), la lunga fila di baracchini in Via delle Terme di Diocleziano (dove dovrete frugare parecchio!), Piazza Sidney Sonnino (incrocio tra Viale di Trastevere e Vicolo Sant’Agata), Piazza Benedetto Cairoli (su Via Arenula, ma costà i libri costan 5 euro), oltre alla già citata bancarella di Furio Camillo (Via Appia Nuova, altezza fermata metro). Molto interessante, e dai prezzi vari (da 1 euro a circa 5), la bancarella – forse un po’ troppo “incasinata” – che si trova ogni giorno al mercato all’EUR, tra le uscite della metropolitana Palasport e Fermi. Qualcosa di interessante si può aver la fortuna di rinvenirlo nelle bancarelle che si susseguono tra Lungotevere Castello e Piazza dei Tribunali, tra Castel Sant’Angelo e il Palazzo di Giustizia. Fornitissima, ma coi libri in condizioni non molto buone, è la lunga fila di bancarelle all’inizio di Via Ostiense, girato l’angolo dopo la stazione del trenino Roma-Lido.
Senza contare poi le tante bancarelle volanti che spuntano, è il caso di dirlo, come funghi sui marciapiedi delle vie più importanti di Roma (come spesso avviene all’angolo tra viale Marconi e via Grimaldi o lungo via Cardano). Per queste non ci vuole una guida: serve solo intuito ma soprattutto la fortuna di trovarsele sul quotidiano cammino.
E voi dove comprate le vostre Letture Vintage? Suggeriteci le vostre bancarelle ovunque esse siano!
"Il conte di Montecristo": un classico senza tempo
Stefano Billi
ROMA – Sovente, parlando dei “classici”, cioè di quei libri che rappresentano la storia della letteratura, la mente associa questa categoria all’immagine del “mattone”: un testo che si compone di centinaia e centinaia di pagine in cui si avviluppa una trama sicuramente complicata (per non dire addirittura contorta), dai contorni noiosi e difficili da seguire.
Allora, l’unico antidoto possibile contro questo profondo senso di amarezza sta nel rileggere ancora e ancora “Il conte di Montecristo”, un romanzo che davvero cambia la nostra vita.
"Deviazione": la donna fascista che non credeva alla banalità del male.
Giulio Gasperini
ROMA – Molto è stato scritto sui lager nazisti, e molto è stato letto. Forse, però, poco è stato capito. Troppi processi di rimozione, di auto-assoluzioni, aggiunti al desiderio di non assumersi nessuna responsabilità (soprattutto quella morale) hanno condizionato la ricezione delle immagini, l’accettazione e la comprensione delle testimonianze. Luce d’Eramo fu spettatrice; anzi, fu attrice. E scrisse un diario, la cui gestazione durò trent’anni, completato e pubblicato soltanto nel 1979, presso Mondadori: “Deviazione”.
Di certo furon poche le persone che scelsero volontariamente la condanna dei lager. Luce d’Eramo (all’epoca ancora Lucette Mangione) fu una di queste: lei, una fascista convinta che non credeva alla banalità del male e volle verificare, di persona – come San Tommaso affondare il dito nella ferita d’un abbrutimento umano che non conosceva fine; né speranza. Fu una Freiarbeiter, una lavoratrice volontaria, in quell’inferno che furono i lager tedeschi. Andava più d’accordo coi russi che coi francesi e gli italiani, perché questi ultimi la consideravan una privilegiata: a lei, figlia di un gerarca della Repubblica di Salò, eran affidati i compiti più leggeri, quelli meno faticosi, quelli meno feroci. E nonostante anche lei si trovasse nel lager, era come se fosse tutelata e protetta dagli stessi tedeschi.
Il diario è, senza dubbio, un feroce resoconto di spietato autobiografismo, in cui l’io narrante (e l’io vivente) si beano d’un morboso egotismo. Deviazione s’edifica monumento hardcore a un io ipertrofico, che non conosce distrazioni né disattenzioni. In alcuni punti persino irrispettoso nei confronti di coloro che, non certo volontari, furono condannati alle stesse violenze, allo stesso massacrante lavoro, al feroce destino. La volontarietà alla sofferenza va studiata, ma con la dovuta attenzione, senza dimenticarsi che il dolore è cosa seria, che deve conoscere il rispetto di tutti, la deferenza necessaria affinché assuma il valore catartico per il quale è utile e necessario.
C’è però un sospetto, un dubbio quasi fastidioso: che il tutto si sublimi in un tentativo di innalzare la propria pulita coscienza, dimenticando di assumersi le inevitabili responsabilità. Come se, scrivendo e rivivendo quest’avventura anomala si sublimi il proprio livello di evoluzione, e ci si dimentichi che, in realtà, codesto destino fu, appunto, volontario, e sempre protetto dal nome borghese, dal giogo (da cui lei tentò, invano, di “deviare”) della famiglia e dalla sicurezza che, in qualsiasi momento, si sarebbe potuto interrompere; con l’indiscussa e assoluta certezza (che tanti e tanti altri non avevano) del ritorno.
"Amore e Vizio nella Roma del ‘500" un breve viaggio tra i segreti della Città Eterna
"Cortile a Cleopatra", un’amara fiaba moderna
Non per questo, però, le fiabe si son estinte: pur pagando un grave tributo, han cercato, anche loro, di adattarsi al nuovo ambiente, d’evolversi, e in un certo qual modo son riuscite a sopravvivere. Grande scrittrice di fiabe moderne fu Fausta Cialente, soprattutto in quel che si considera il suo capolavoro, “Cortile a Cleopatra”, edito per la prima volta nel 1936, dall’Editore Corticelli di Roma, accolto da un gran successo di critica e pubblico, e poi irrimediabilmente perduto nell’oblio editoriale (oggi, forse, rintracciabile, di un’edizione, non molto datata ma ugualmente difficilmente reperibile, di Baldini Castoldi & Dalai editore).
Le avventure di Marco, figliol prodigo che torna, dopo anni, dalla madre, la secca greca dal nome divino, Crissanti, s’avvicendano sullo scenario del cortile a Cleopatra, un quartiere di Alessandria d’Egitto. Le case che vi affacciano sono fatiscenti ma i personaggi, al contrario, son affascinanti: dànno vita a una magia collettiva, a un comunismo umanitario che ha antichi sapori, antichi legami oramai persi, di microsocietà cittadine oggi estinte. Personaggi dai nomi evocatori di luoghi remoti, esotici, profumati di spezie, odorosi di legni pregiati. Haiganúsh, Polissena, Abramino, Eva e tutti gli altri, così familiarmente introdotti nella narrazione della Cialente, come se già li conoscessimo da anni, come se fossero sempre stati, da qualche parte, nostri compagni d’avventura, orchestrano le loro storie toccandosi, ritrovandosi ogni sera sotto il fico che, immobile, al centro del cortile, guarda come un dio distante i destini allacciarsi e spezzarsi. Ci sono greci ortodossi, levantini dalla multiculturale identità, italiani dalla parlata storpiata, armeni abili nei commerci ed ebrei raminghi: tutto un mondo dentro un cortile, tutta una vita corale dallo scomporsi delle diverse singole vite. Sapiente tessitrice, la Cialente è anche un abile burattinaio: ogni personaggio è legato saldamente alle sue dita che scorrono veloci nella narrazione, senza mai un inciampo o un’esitazione, edificando una coralità che è tale sia nelle esultanze che nei gemiti di sofferenza.
Marco sarà costretto a scegliere tra due donne, due promesse di diverse vite: la ricca Dinah e la più ribelle Kikí ma la sua risoluzione finale porterà la sciagura su tutto il cortile e sui suoi abitanti, travolgendo tutti nella catastrofe. Perché tutte le fiabe, nella realtà, si convertono in dolore.
"I grandi casi di Sherlock Holmes": elementare Watson!
ROMA – Tutti conosciamo Sherlock Holmes, l’infallibile detective per antonomasia, che scioglie misteri irrisolvibili agli occhi dei comuni mortali. Ma quanti saprebbero enumerare i suoi più torbidi segreti? Quanti conoscono il vero Sherlock che si nasconde dietro alla lente d’ingrandimento e al fumo dell’inseparabile pipa?
"Viaggio in India", ricercando le incolpevoli origini
L’India è definita, da Todisco, come un continente in bilico tra il bagaglio enorme di cultura e tradizione e le nuove spinte della modernità sociale e tecnologica, meccanica e politica: un grande, immenso, continente, popolato a dismisura, che sarà ben presto assediato dalle macchine della TATA (colosso oramai globale) e le eccellenze studentesche in matematica e informatica. Più di Moravia e Pasolini, che negli stessi anni si recarono in India (con la Morante) per un viaggio dai simili intenti, Todisco seppe penetrare meglio i meccanismi dell’India, seppe documentarli più attentamente e approfonditamente, in un’analisi che si trova sempre in bilico tra giornalismo e letteratura, senza mai inficiare l’una o l’altra, ma facendole pacificamente (e straordinariamente) convivere.