"Il deserto dei Tartari", il romanzo più famoso di Dino Buzzati

Agnese Cerroni
ROMA – Una mattina di settembre per Giovanni Drogo sembra giunto finalmente il momento di liberarsi della prevedibile e monotona esistenza condotta fino ad allora: sta per cominciare la vera vita, colma di promesse, soldi, belle donne, avventure. Infatti il giovane tenente, protagonista de “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati (Mondadori 1940) viene inviato dalla città alla Fortezza Bastiani. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica “E’ un tratto di frontiera morta (…) che non dà pensiero”. E’ un luogo ai confini della vita, oltre che dell’impero, che guarda su un deserto dal quale un nemico pare debba emergere dai sassi e dalla sabbia, una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano persino l’esistenza.

 I zelanti militari che la abitano e le danno vita sono retti da un’unica speranza, che diviene ragione pura del loro esistere: vedere sopraggiungere i tartari da quei confini, per combatterli, acquisire gloria, onore, diventare, insomma, eroi. La vita scorre nei riti, nelle liturgie ripetute e volutamente ripetitive della vita militare. “Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni, come gli dei, anche questo sarebbe stata una povera cosa. E lui invece aveva a disposizione una semplice e normale vita, una piccola giovinezza umana, avaro dono, che le dita della mano non bastavano a contare e si sarebbe dissolto prima ancora di farsi conoscere”. Trascorrono mesi, anni, le vite si consumano in questa sterile attesa, cullate dalla pigra abitudine, scandite dall’ignaro trascorrere del tempo in un romitismo forzato.

Giovanni Drogo, che arriva alla Fortezza convinto di ripartirne subito, si trova avvinto, immediatamente, dalla sua malia: è sicuro di sé, sa di avere tutta la vita davanti, di poterne disporre a suo piacimento, aspettando la grande occasione. Eppure, nell’abbandonare la casa e la vecchia madre, il giovane avverte una punta di amarezza: abbandona una vita, il mondo dell’infanzia, in cui tutto gli sembrava ancora possibile, in cui tutte le opzioni esistenziali erano ancora aperte e gli si spalanca dinnanzi la vita adulta, fatta di responsabilità, di limiti ed obblighi da rispettare. Trascorreranno quindici anni prima che egli inizi a rendersi conto che il tempo è fuggito, prima che riesca ad individuare, a ritroso, perfino l’attimo esatto in cui la giovinezza gli è sfuggita di mano “la prima sera che fece le scale a un gradino per volta”.

La Fortezza si erge all’orizzonte isolata, in terra di frontiera. Una frontiera morta, ormai, priva di pericoli e di minacce. Davanti, a nord, c’è il deserto, “pietre e terra secca, lo chiamano il deserto dei Tartari”, perché un tempo, molto lontano, pare fossero i Tartari a minacciare il confine. La Fortezza è un edificio inospitale, le sue mura sono tetre, il paesaggio intorno brullo, desolato, riarso. Alla Fortezza Drogo sperimenta la solitudine, “lo squallore di quelle mura, quell’aria vaga di punizione ed esilio, quegli uomini stranieri ed assurdi”. Intorno percepisce la rigidità burocratica della vita militare, le regole insensate, la vuota disciplina, un’organizzazione che, in mancanza di un nemico tangibile, gira a vuoto, fine a se stessa. Il tenente Drogo è deluso, vorrebbe tornarsene in città, ma un po’ i superiori, un po’ oscuri lacerti della sua volontà lo trattengono.

Più precisamente Buzzati scrive “oscure forze si oppongono, alcune originate dalla sua stessa anima”. Vede che i più anziani hanno consumato la loro esistenza nella vana attesa di un evento formidabile che la riscattasse, aspettando cioè la guerra, la battaglia, “l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno”, l’occasione propizia per dimostrare il proprio valore e ottenere gloria e onori agognati. “Per questa eventualità vaga”, – annota il narratore -, “che pareva farsi sempre più incerta col tempo, uomini fatti consumano lassù la migliore parte della vita”. Drogo, col passare del tempo, comincia ad abituarsi alla vita militare, con i suoi riti persino piacevoli e le sue certezze. Non succede quasi niente alla Fortezza: un giorno viene ucciso, per sbaglio e per zelante ossequio al regolamento, il soldato Lazzari, uscito a recuperare un cavallo che credeva il proprio; in un’operazione catastale più che militare, delimitare cioè il confine, muore, poi, ma di freddo, seppur con grande dignità, l’elegante e nobile tenente Angustina, sempre impeccabile nel vestire e nei comportamenti. Drogo ottiene una licenza e fa rientro in città. Non ne ricava, tuttavia, la felicità sperata: gli amici sono affaccendati, le speranze d’amore deluse, l’affettuoso rapporto con la madre è sbiadito, tra loro è calato come un “velo di separazione”. Gli anni intanto passano, la carriera di Drogo procede lenta, per esclusiva anzianità di servizio, mentre i vecchi amici, in città, “hanno fatto strada, occupano posizioni importanti”, lo hanno lasciato indietro nella corsa della vita, senza curarsi più di lui.

Giovanni aspetta ancora “la sua ora, che non è mai venuta”, ma il tempo stringe, molti cancelli si sono ormai chiusi alle sue spalle, ha bruciato molte possibili occasioni. Le scelte compiute ne stanno condizionando irreversibilmente l’esistenza. “E a più di quarant’anni, senza aver fatto nulla di buono, senza figli, veramente solo al mondo, Giovanni si guardava attorno sgomento, sentendo declinare il proprio destino”. Come tutti gli uomini, “indifesi contro il lavoro del tempo”, Giovanni Drogo malinconicamente invecchia. Un giorno i nemici, in forze, vengono avvistati all’orizzonte. Nella Fortezza è tutto un trambusto, un riorganizzarsi, un predisporre uomini e armi per lo scontro decisivo. L’ora della gloria è finalmente arrivata. Ma non per il protagonista. Solo, gravemente ammalato, dimenticato da tutti, considerato ormai un peso, Drogo abbandona su una carrozza per malati il fortino. Lo attende, tuttavia, una prova difficilissima, l’ultima e decisiva della sua esistenza, che richiede audacia, fierezza e dignità senza pari: l’incontro con la propria morte. “Giovanni raddrizza un po’ in busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”.

"Bartleby lo scrivano", meravigliosa opera triste di Melville

Stefano Billi

Roma – Cosa rispondereste a chi, in maniera composta e tranquilla, oppone ad ogni vostra richiesta un educato ma disarmante: “preferirei di no”?
Ebbene, leggendo “Bartleby lo scrivano”, una storia stravagante che lascia pervasi da una curiosità mista ad una sensazione di impotenza – meravigliosa opera di Herman Melville, conosciuto soprattutto come autore del celeberrimo libro “Moby Dick” – ci si ritrova coinvolti in questa situazione.
Il racconto narra, infatti, la vicenda di uno scrivano, Bartleby, che svolge il ruolo di copista legale presso un avvocato newyorchese di metà Ottocento. Il protagonista si presenta come un giovane rispettabile ma squallido, dal viso smunto e gli occhi grigi: ogni suo gesto sembra privo di umanità.
Mansueto e al contempo sprovvisto di ogni traccia di rabbia o impertinenza, la sua condotta si traduce in una scrittura scialba, silenziosa e meccanica.
Soprattutto, ad ogni ragionevole richiesta posta in essere dall’avvocato che poi è il datore di lavoro di Bartleby, quest’ultimo oppone un mite ma irremovibile “preferirei di no”, senza dare giustificazione alcuna del suo rifiuto.
Bartleby è un uomo imperscrutabile, non si hanno notizie sul suo passato, se non una diceria che il legale riporta al solo scopo di dare una ragionevole spiegazione all’atteggiamento così strano di quel dipendente.
Lo scrivano, perciò, rimane inaccessibile agli altri, inconciliabile con il resto del mondo.
Nella tenebrosa esistenza di Bartleby si può scorgere quella parte di umanità afflitta nell’animo dal disordine incurabile della solitudine.
Il libello, che consta di poche pagine, presenta uno stile narrativo che richiama il tratto inconfondibile utilizzato dal Melville in Moby Dick; tuttavia, qui l’autore non offre gli innumerevoli spunti enciclopedici menzionati nell’opera sulla balena, ma piuttosto prevale tra le pagine un modus scrivendi asciutto, che non lascia spazio a divagazioni culturali.
Tale tecnica lascia intatta, per tutta la storia, la pressione sentimentale che il romanzo imprime nei lettori: l’angoscia è sempre presente, ed affligge chi legge così come intanto avvinghia la vita del protagonista.
Il fascino di questo libro è insito nella curiosità che aleggia attorno la vicenda di Bartleby, personaggio tanto misterioso quanto disarmante, verso non si può far altro che arrendersi.
Degna di particolare pregio è l’edizione del libro edita da Full Color Sound, che del racconto offre non solo una versione stampata, ma anche una versione letta da Serena Dandini (in sottofondo sono presenti poi le musiche di Lele Marchitelli e Danilo Rea).
Un libro non facile da digerire e che lascia un po’ l’amaro in bocca, come uno scotch whisky invecchiato almeno dodici anni.

"Quo vadis" un Nobel epico

Marianna Abbate
ROMA Come potevo non approfittare della rubrica vintage per tessere le lodi di un mio compaesano. “Quo vadis” il romanzo che nel 1905 valse il Nobel a Henryk Sienkiewicz è un’opera mastodontica. 
Grazie a questo romanzo Sienkiewicz raggiunse la fama internazionale, già molto conosciuto in Polonia per i suoi numerosi libri sulle vicende legate ai Cavalieri Teutonici.  La sua Trilogia, che tratta le vicende belliche polacco-prussiane gli ha conquistato l’eterno amore del popolo polacco, che lo ha celebrato regalandogli una villa, costruita appositamente per lui ad Oblegorek (proprio a pochi chilometri di distanza dal mio paesino). 

Questo romanzo conferma le sue doti di narratore epico e la sua abilità a ricostruire la realtà del’epoca, inserendo spunti romanzeschi originali, ma totalmente verosimili.
La trama, come è facile intuire dal titolo, tratta la tematica delle prime persecuzioni cristiane ad opera di Nerone. La vicenda dell’apostolo Pietro e dei suoi seguaci fa da sfondo alla tormentata storia d’amore tra Licia, nobile cristiana forestiera, e Vinicio, giovane patrizio Romano.
Se aggiungiamo che la giovane ha attratto l’interesse di un focoso e malvagio Nerone, e che a difenderla nell’arena sarà il fido gigante Ursus, ecco qui presentati tutti gli ingredienti per uno spettacolare Kolossal cinematografico.
E infatti “Quo vadis” è stato oggetto di diverse trasposizioni cinematografiche di cui la più importante è quella del 1951, vincitrice di 2 Golden Globe, che vede Robert Taylor nei panni di Vinicio e Peter Ustinov nei panni di Nerone.
Non è un caso, infatti, che tutti i film tratti dai libri di Sienkiewicz abbiano riscosso un notevole interesse in Polonia, decretando il successo di attori e registi.
Una lettura sempre appassionante per un romanzo senza tempo.

"Il nome della rosa", l’intramontabile giallo di Umberto Eco

Stefano Billli
Roma – Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ha portato, insieme ad innumerevoli festeggiamenti, anche ad una rinnovata curiosità per la storia e per il passato.
Allora, proprio sulla scia di questa emozione per i tempi che furono, vale la pena leggere “Il nome della rosa”, intramontabile romanzo scritto da Umberto Eco ed edito da Bompiani (la cui prima edizione risale al 1980).
Il libro è ambientato nel Medioevo e narra alcune vicende avvenute all’interno di un’abbazia cluniacense dislocata nell’Italia settentrionale.
I protagonisti, ovvero Guglielmo da Baskerville (frate francescano che fu inquisitore, prima di abbandonare questo turpe incarico) e Adso da Melk (giovane novizio appartenente all’ordine dei benedettini), si trovano infatti in questo luogo perché è lì che si dovrà tenere un importante incontro tra gli esponenti più eruditi e significativi di alcuni ordini religiosi, su tematiche proprie della Chiesa.

Tuttavia, durante la loro permanenza all’interno del monastero, Guglielmo da Baskerville sarà chiamato ad indagare – in virtù della sua passata “esperienza” – circa l’omicidio di un religioso avvenuto poco prima del loro arrivo.
Partendo da questa premessa, Umberto Eco intesse le fila di un romanzo giallo da leggere tutto d’un fiato (sebbene il testo abbia una dimensione non del tutto esigua!).
La narrazione presenta una straordinaria cura per il dettaglio e per i riferimenti alla storia: infatti, tutto il libro riflette il lavoro certosino dell’autore che, con “Il nome della rosa”, dà vita ad una delle opere più belle che il panorama letterario italiano abbia mai conosciuto.
Tra le pagine si compie poi un’opera di erudizione del lettore, che piacevolmente può abbandonarsi a vere e proprie lezioni di filosofia, letteratura e storia tenute da Umberto Eco.
Il modus scrivendi del libro è assolutamente ricercato e sublime: nell’opera si fondono insieme tecniche narrative diverse, le quali, una volta impresse sulla carta, disegnano un tratto stilistico peculiare ed assolutamente mirabile.
Di quest’opera è stata realizzata anche una versione cinematografica, di cui prendere visione soprattutto per l’elegante recitazione di Sean Connery, affiancata da un giovanissimo Cristian Slater.
Questo classico vintage è prelibato come un cognac d’annata, e perciò va assaporato lentamente, lasciandosi trasportare da ogni frase, persino dalle più piccole sfumature.
“Il nome della rosa” è un romanzo che stupirà il lettore, conducendolo alla necessità – una volta terminata la lettura – di scoprire tutti gli altri scritti di Umberto Eco, anch’essi emblemi di una “penna” tutta italiana, orgoglio della letteratura nazionale e mondiale.

"Dell’amore e di altri demoni", il romanzo del 1994 di Gabriel Garcia Marquez

Alessia Sità
ROMA – Se amate Gabriel Garcìa Màrquez e avete letto “Cent’anni di solitudine” e “L’amore ai tempi del colera” , di sicuro apprezzerete anche “Dell’amore e di altri demoni” pubblicato da Mondadori (prima edizione nel 1994), nella Collana letteratura Internazionale.
Dalla prefazione, apprendiamo che il libro prende spunto dal ritrovamento di un’antica tomba, rinvenuta presso lo storico convento delle clarisse. La singolare scoperta riportò alla mente di Màrquez un’antica leggenda, incentrata su una marchesina di dodici anni particolarmente venerata nei paesi dei Caraibi per i suoi miracoli. L’opera venne composta nel 1994 e nonostante l’intervallo di tempo che la separa dai lavori precedenti, lo scrittore sudamericano riesce, ancora una volta, a ricreare le atmosfere surreali e magiche dei due capolavori sopracitati.
Nella suggestiva Cartagena de Indias, fra l’ingiustizia dell’Inquisizione della Chiesa e antiche credenze popolari, si svolge la vicenda di Sierva Marìa de Todos Los Angeles, sospettata di aver contratto la rabbia in seguito al morso di un cane, e di Cayetano Delaura, il giovane prete chiamato ad esorcizzarla, che però resta vittima del mal d’amore.
Attraverso una scrittura essenziale e limpida, Gabriel Garcìa Màrquez ci regala una struggente fiaba dalle sfumature inquietanti e magiche allo stesso tempo.
Il lettore non può che restare affascinato dal continuo mescolarsi del sacro con il profano, dall’inesauribile passione che i personaggi riescono a scaturire, dall’amore che lascia lentamente il posto al demone latente che si cela in ognuno di loro.
Travolgendo i nostri sensi, “Dell’amore e di altri demoni” ci trascina in una tormentata storia d’amore che travalica la realtà, ma che comunque riesce ad emozionare fino al punto da lasciarci col fiato sospeso.

"La nave dei miliardari": un’esasperata (quanto inutile) diserzione dal mondo.

Giulio Gasperini
ROMA – Fu uno dei pochi, pochissimi giornalisti nel riuscire a intervistare Marilyn Monroe (e per questo litigò aspramente con Oriana Fallaci, negli anni del grande giornalismo italiano). Poi Nantas Salvalaggio si dedicò esclusivamente alla narrativa, scrivendo romanzi di estremo successo: come Il campiello sommerso, pubblicato finanche in Russia. Nonostante questa deviazione di carriera, il giornalismo è sempre stata la prima e profonda sua vocazione, tanto che persino in questo romanzo dimenticato, “La nave dei miliardari” (Rizzoli), la cronaca sociale e politica entra prepotente, e condiziona la trama, l’assurdo allacciarsi degli eventi. L’anno era il 1978: un anno particolare e delicato, per l’Italia.

Rino Gaetano aveva partecipato a Sanremo con Gianna; a Roma le Brigate Rosse avevano ucciso Aldo Moro; fu approvata la legge 174 sull’interruzione di gravidanza; Giovanni Leone (a seguito anche del libro-biografia di Camilla Cederna, immediato best seller) si era dimesso da Presidente della Repubblica; dopo solo 33 giorni di pontificato era morto papa Giovanni Paolo I e era stato eletto un polacco, Karol Wojtyla. In questo clima storico e politico dove se ne vanno i ricchi, preoccupati che i terroristi li rapiscano e li derubino? Ma ovvio: se ne vanno in crociera, cercando in alto mare una fuga dal mondo e dai problemi reali dell’esistere. Una crociera molto particolare, in un viaggio attraverso il mondo che porterà, porto dopo porto, terra straniera dopo terra straniera, a dare la giusta prospettiva alla situazione mondiale.
I favolosi “cento” più ricchi della nave, in un viaggio che solo a una prima e superficiale lettura potrà sembrare inutile e stomachevolmente lussuoso, si troveranno a essere comparse (magari ignare) di tutto quel che nel monto ribolle, di tutto quello che la società affronta e attraversa: nella Cina “rossa” non saranno accolti bene, in nave faranno sfoggio e vanto dei loro soldi, i nuovi dèi della nascente era post-moderna. Ma nella coscienza dell’individuo son sempre le solite, antiche questioni che dominano, con atto furioso: e così la vicenda viene plasmata attraverso gli occhi di un moderno mozzo, che si trova in eredità un lavoro che non conosce, che non desidera, che non lo riguarda. Ma che gli servirà per crescere, e per liberarsi dai fantasmi di un passato, se non ingombrante, comunque sempre in subbuglio.

La nave rimane un microcosmo che esiste solo nella prospettiva dell’errore, una sorta di modellino in scala di quel che il mondo, in più estese coniugazioni, comporta e giustifica. E il mondo esterno incombe, su quest’apparente isola di pace e tranquillità. Incombe e, soprattutto, filtra attraverso mille crepe, mille pertugi che incrinano una campana di vetro dall’aspetto indistruttibile, invalicabile, inviolabile.
I soldi paiono uno scudo, una protezione dal male, dalle cattiverie del mondo; in realtà, i soldi esistono per sé stessi. Perché l’uomo non ne è protetto; né è nobilitato.

Campo libero all’immaginazione con "Se una notte d’inverno un viaggiatore"

Stefano Billi

Roma – Sicuramente ad ogni lettore sarà capitato di leggere alcune pagine di una storia e poi di interrompere questa lettura per lasciare andare liberamente la propria immaginazione, cosicché il risultato che deriva da questa esperienza consiste in un intreccio di nuove storie, alcune stampate e fuoriuscite dalla penna di un autore, altre puramente sognate ed appartenenti ad una fantasia sconfinata ed impetuosa.
Ecco, questo fenomeno non deve destare preoccupazione: anzi, esso rappresenta proprio la caratteristica peculiare di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, strabiliante romanzo scritto da Italo Calvino (edito Mondadori).
Il libro prende spunto da una vicenda iniziale, per poi dipanarsi in altre dieci avventure tutte concatenate tra loro: il lettore è così catapultato da una situazione all’altra, indifeso rispetto a situazioni del tutto nuove rispetto ai contesti narrativi precedenti.

Ma proprio questi “salti” creati dal Calvino rendono l’opera assolutamente originale: “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è un testo così spiazzante, che affascina e solletica l’attenzione.
Da una pagina all’altra cambiano i protagonisti della vicenda, mutano i luoghi e le tematiche del racconto: ma questi stravolgimenti non affaticano affatto la lettura perché l’autore, attraverso uno stile inconfondibile e sicuramente mirabile, riesce a trovare sempre il momento giusto in cui rapire il lettore per portarlo da una storia all’altra.
La penna del Calvino delinea un modus scrivendi così arguto e ricercato, che si percepisce tutto il valore di una narrazione come questa, che eleva l’autore al rango dei più grandi scrittori che l’Italia abbia mai avuto.
Da considerare poi come, leggendo attentamente, si possano trovare in ogni avventura degli indizi che comporranno la conclusione di un libro così avvincente come davvero pochi altri.
“Se una notte d’inverno un viaggiatore” è l’opera che non ci si aspetta: neanche il lettore più smaliziato è in grado, se non arrivando sino all’ultima pagina, di comprendere come vada a finire il testo, e soprattutto, ogni storia è così inaspettata che quando la si inizia a leggere, si percepisce proprio uno smarrimento provocato dal trovarsi di fronte un quid totalmente nuovo e certamente sconvolgente.
Quest’opera, preziosa come un Brunello d’annata, va gustata con la giusta concentrazione e la sana voglia di lasciarsi sconvolgere da un testo che emana tutta la sua straordinaria creatività.

"Fuori e dentro il borgo", la straordinaria opera prima di Luciano Ligabue

Stefano Billi

Roma – In questa domenica di marzo ricorre il compleanno di Luciano Ligabue, grande cantautore rock italiano, ma anche affermato scrittore e celebre regista.
Per festeggiare questo artista emiliano viene bene ricordare il suo primo libro, intitolato “Fuori e dentro il borgo” (edito Baldini e Castoldi).
Quest’opera prima consiste in una raccolta di storie tutte accomunate dalla circostanza di essere capitate proprio nel borgo (cioè Correggio, il paese dove vive tutt’ora Ligabue): e così prendono vita affascinanti descrizioni di personaggi che, con i loro caratteri peculiari ed assolutamente stravaganti, sembrano essere frutto della più fervida immaginazione ma che, invece, rispecchiano la quotidianità di una cittadina piccola eppure vivace.

Lo stile della narrazione è assolutamente originale e riflette il modus scrivendi del cantautore nel comporre le sue canzoni: frasi chiare e lineari prendono il lettore per mano e lo spingono nelle profondità del borgo per conoscere da vicino quella realtà.
Tutto ciò accompagnato da una straordinaria abilità, da parte dell’autore, nel veicolare il proprio messaggio in maniera sincera, priva di oziosi artifici letterari.
Allora, Luciano diviene come un moderno Virgilio, che aiuta a comprendere i tratti caratteristici di un mondo – il suo – così entusiasmante, che ognuno vorrebbe aver vissuto proprio là.
Non a caso da questo libro è stato poi realizzata “Radiofreccia”, la prima pellicola in cui Ligabue appare come regista: questo film, assolutamente interessante, si occupa di tematiche scottanti, come quella dell’uso di eroina negli anni ’70, e di aspetti di costume, come il fenomeno delle cosiddette “radio libere”.
Da segnalare, in merito, l’emozionante colonna sonora del film creata per l’occasione dallo stesso artista, che riesce a commuovere sin dalle prime note.
“Fuori e dentro il borgo” rappresenta lo strumento ideale per tutti coloro che vogliono apprezzare l’affermato musicista emiliano non soltanto attraverso le sue canzoni.
Perché Luciano Ligabue è davvero un artista a trecentosessanta gradi, così poliedrico ed esuberante nella sua creatività che riesce a conquistare intere generazioni di ascoltatori.
Questo libro ha un’anima rock, e tra le righe il lettore può percepire nitidamente tutta l’energia di quelle storie che hanno caratterizzato la vita di una cittadina emiliana, rendendola frizzante come un Lambrusco d’annata che viene buono tirar fuori nelle occasioni migliori, come del resto oggi che è il compleanno del Liga.
Buon compleanno, Luciano!

"Il prato in fondo al mare": il ‘cold case’ della morte di Ippolito Nievo

Giulio Gasperini
ROMA – Giorni famosi, eran quelli. Giorni di febbricitante esaltazione, di tremori, di rischi corsi ma affrontati col coraggio di chi sa che, per suo merito, i suoi figli avranno qualcosa di cui esser grati. Un giovane, dal destino furioso, dal carattere ombroso e schivo, scelse la letteratura come arma di riscatto e di educazione, di coinvolgimento e di speranza: si chiamava Ippolito Nievo. Scrisse molto, nella sua vita: poesie, drammi, novelle. Ma il suo nome splenderà solo con la pubblicazione, postuma ben s’intende, delle Confessioni di un italiano, colossale romanzo scritto in breve tempo, quasi di getto, e così sfacciatamente patriottico fin già dal titolo.
Il pronipote Stanislao, in “Un prato in fondo al mare” (Mondadori, 1974), dopo più di un secolo, provocatoriamente, torna a discutere e a parlare della fine, misteriosa quanto crudele, del suo antenato. La morte d’Ippolito sarebbe, nella nostra epoca di serial televisivi, un cold case, un caso mai chiuso perché mai affrontato concretamente. Quanto mistero, quale potente ombra d’omertà si allunga sulla morte di quest’uomo – giovane uomo – che si era unito alle truppe garibaldine: perché, come tutti i grandi uomini, capì che la letteratura non poteva essere disgiunta dall’azione, dalla responsabilità del fare attivo, del fare pratico.

Il 5 maggio 1860 salpò da Quarto, a bordo del Lombardo, e addirittura Garibaldi, tempo dopo, gli affidò la viceintendenza generale della spedizione.
Difese a tal punto l’amministrazione garibaldina che si recò a Palermo, nel 1861, per raccogliere la documentazione necessaria per smentire una campagna diffamatoria. Il 4 marzo si imbarcò a Palermo, lui che non amava il mare, a bordo del vapore Ercole. Ed è da qui che comincia il mistero: un mistero su cui Stanislao cercò di portare un po’ di luce, un minimo di chiarezza. Cosa accadde alla nave? Perché non venne soccorsa durante un’improvvisa tempesta? Cosa videro effettivamente due navi che si trovavano a navigare sulle stesse rotte dell’Ercole? Chi fu la misteriosa figura del marinaio sopravvissuto a un naufragio, trovato su una spiaggia, ricoverato in un ospedale di Napoli e poi misteriosamente scomparso? Fu una bomba a distruggere la nave (gli attentati “statalmente” e “istituzionalmente” riconosciuti e approvati esistevan già a quel tempo) o fu solo colpa d’un caso avverso? C’era chi non desiderava che Ippolito arrivasse coi suoi documenti e con la sua verità o fu effettivamente solo una triste coincidenza di fattori naturali?
Era partito da Palermo, Ippolito, con destinazione Napoli; del mare aveva paura, ma era pieno d’ardore giovanile, di ideali e di utopie: di tutti quei particolari di cui si nutron i giovani. A Napoli, però, non arrivò mai. Né il relitto fu mai trovato, sepolto per sempre sotto metri di mare e presunti silenzi di omertà.

"D’amore e ombra", un classico di Isabel Allende

Alessia Sità
ROMA – Pensando alla Lettura vintage di questa settimana, ho riscoperto la bellezza di uno dei romanzi di Isabel Allende: “D’amore e ombra”, edito da Feltrinelli, nella collana Universale economica. La scrittrice cilena compose l’opera nel 1984, durante il suo esilio in Venezuela. Fra finzione e realtà, l’Allende ci racconta un’epoca che lei stessa definisce ‘di somma ingiustizia’.
Sullo sfondo di un Cile devastato dalla dittatura, portata nel 1973 da un Golpe militare guidato dal generale Pinochet, si snoda la vicenda dei tre protagonisti. Tre storie diverse accomunate da uno stesso destino.

La vita di Irene, una giornalista di buona famiglia, cambia subito dopo l’incontro con Francisco, un giovane appassionato di fotografia. I due lavorano su un’inchiesta giornalistica incentrata su Evangelina, una ragazzina dotata di poteri soprannaturali, scomparsa misteriosamente dopo aver messo in ridicolo un ufficiale. L’indagine condotta coraggiosamente dai due giovani porterà ad un terribile scandalo, le cui conseguenze saranno particolarmente dolorose.
Ancora una volta Isabel Allende riesce a coinvolgere il lettore in una narrazione ricca di particolari, di avvenimenti e di personaggi.
La vicenda – probabilmente frutto di una reale esperienza vissuta da alcuni amici della scrittrice – commuove, indigna, ma allo stesso tempo fa anche sperare.
“D’amore e ombra” è una splendida storia d’amore che non risulta mai banale o leziosa, ma soprattutto è un racconto che tiene col fiato sospeso fino alla fine.