"Maria", l’inizio del lavoro narrativo di Lalla Romano

Giulia Siena
ROMA – E’ il 1953 quando Lalla Romano (1906-2001), scrittrice e pittrice piemontese, dà alle stampe “Maria”. Quest’opera, insieme a “Tetto murato” del 1957, segna l’inizio del lavoro narrativo della più schiva e riflessiva scrittrice del Novecento. “Maria” è il tipico esempio di romanzo del Neorealismo, in esso confluiscono l’attenta osservazione del quotidiano e le considerazioni di un occhio perspicace, quale quello della Romano. Quest’ultima crea un romanzo sulla sua donna di servizio perché vede in lei un personaggio, la perfetta protagonista di un suo romanzo. La storia è quella di Maria, collaboratrice domestica presso la stessa scrittrice.
Tra loro si crea un rapporto di rispetto reciproco, di silenzi, di affetto e di tacita stima. Ma, sono evidenti tra le righe, le controverse sensazioni della scrittrice: ogni giorno è incerta sui comportamenti da tenere con Maria e, inoltre, è perennemente sorpresa al cospetto del mondo contadino che si fa vivido dal vivere della donna.
Il romanzo si svolge nell’arco di venti anni e in questi anni tutto muta, si evolve e si rafforza. Gli anni Cinquanta “impregnano” le pagine di questo romanzo; questi anni di passaggio, di novità e di differenze culturali ed economiche intaccano il ritmo e l’intreccio del romanzo: le vite di due donne diverse si incontrano e coesistono in un mondo che si rinventa poco a poco. Maria e Lalla hanno un ponte che le unisce, è il figlio della scrittrice, il protagonista de “Le parole tra noi leggere” (Premio Strega nel 1969) e, attraverso lui, che loro riusciranno a conoscersi e a solidificare un rapporto di stima e riconoscenza.

Lalla Romano, riprende in “Maria” i temi cari a Pavese (città-società contadina piemontese), quello stesso scrittore che criticò fortemente il romanzo della scrittrice poiché si disse “stufo morto di leggere storie di donne di servizio”. Forse il giudizio di Pavese fu troppo rigido. Infatti, le storie delle donne di servizio tornano attuali negli anni Ottanta quando Magda Szabò, la più importante scrittrice ungherese dello scorso secolo, pubblica “La porta”(1987). Ed in questo libro torna il rapporto di Lalla e Maria, tornano i sentimenti convulsi e forti di una scrittrice che osserva il suo mondo nel quale vive un personaggio a cui dare voce.

Alessandro Savorelli e i simboli del Palio di Siena

Stefano Billi

Roma – Ci sono tradizioni che si perpetuano anno dopo anno, attraverso i secoli. Una di queste è il celeberrimo Palio di Siena, manifestazione equestre che coinvolge la piccola perla toscana che dà il nome all’evento, rendendola – per due occasioni ogni trecentosessantacinque giorni – l’epicentro dell’anima medievale italiana. Questa corsa di cavalli, in una delle piazze più belle del mondo, non è una semplice manifestazione turistica, ma piuttosto deve essere considerata come la vita del popolo senese, che dal 1644 ha un cuore che batte al ritmo degli zoccoli che risuonano, nei tre giri di palio, sulla terra battuta in Piazza del Campo. A testimoniare quanto questi due spettacoli annuali, assolutamente imperdibili, siano qualcosa di più di un semplice agone ippico, c’è un libro che vale davvero la pena leggere, intitolato “Il Palio di Siena e i suoi simboli” di cui è autore Alessandro Savorelli (per le edizioni La Mandragora). Questo testo infatti spiega la simbologia che si annida dietro agli stemmi e agli stendardi di ogni singola contrada (è così denominata quella entità territoriale comunale che partecipa, con un proprio cavallo, alla corsa), disvelando i profondi legami storici e di costume di ognuna di esse.
Alessandro Savorelli, pagina dopo pagina, conduce chi legge all’interno dell’atmosfera e della magia del Palio di Siena, quasi come se fosse un narratore di una fiaba intramontabile, che non smetterà mai di far sognare senesi e “stranieri”.
Di assoluto pregio, inoltre, sono le immagini che, insieme alle didascalie e alle descrizioni, compongono l’opera: e ciò che ancor di più colpisce l’attenzione del lettore è che non sono le foto ad illustrare il palio, ma tele e arazzi dall’alto rilievo artistico.
Questo libello è capace di infondere tutta quella consapevolezza di come ci si trovi davanti, quando si fa riferimento al Palio, ad un rito, una celebrazione, connotata da veri e propri momenti “liturgici”, che poi lasciano però libero ogni cittadino di gridare tutta la sua gioia immensa, non appena la propria contrada ha vinto la competizione.
In occasione del prossimo Palio di Siena, in questo magico duemilaundici che ci ricorda la bellezza di una patria da amare, leggere l’opera di Alessandro Savorelli è un’opportunità da non perdere, che permetterà di assaporare uno di quei momenti imperdibili della nostra tradizione popolare, così affascinante ed unico che lascia a bocca aperta tutto il mondo.

Il destino di ogni donna di nome Tess

Agnese Cerroni

ROMA Ogni epoca si è confrontata con la questione femminile e da sempre le persone più sensibili hanno dato il loro contributo per liberare la donna dalle ingiustizie del dominio maschile. Sul finire dell’Ottocento, lo scrittore inglese Thomas Hardy (1840-1928), nel suo romanzo Tess of the D’Urbervilles (pubblicato dapprima a puntate sulla rivista “Graphic” nel 1891), tratta del problema della doppia morale in campo sessuale che vigeva nell’età vittoriana. Un uomo poteva avere relazioni sessuali extraconiugali prima e durante il matrimonio senza perdere la sua rispettabilità sociale, mentre per la donna era diverso: qualsiasi relazione sessuale fuori dal matrimonio , anche in caso di stupro, portava la società a considerarla una prostituta e ad emarginarla. Valle di Blackmoor, Wessex: John Durbeyfield, nullafacente con a carico una moglie e sei figli, scopre di avere il sangue nobile dell’aristocratica dinastia dei D’Urberville. Inaspettatamente una famiglia D’Urberville abita nei pressi della loro cittadina, e John decide di mandare la sua bella e fresca primogenita, Tess, a rivendicare il proprio titolo nobiliare. La giovane ed innocente Tess inizia così una formidabile avventura, guidata dalla mano di un tragico e crudele destino. Un racconto molto interessante che evidenzia la figura della donna nella società e, attraverso la storia di una di esse, narra i tranelli e le tentazioni che gli uomini possono provocare e che inducono a commettere sbagli che segnano la vita.

“I vecchi e i giovani”, l’amarissimo e popoloso romanzo di Luigi Pirandello

Alessia Sità
ROMA – Era il 1913 quando i Fratelli Treves pubblicavano l’edizione completa di “ I vecchi e i giovani” (Garzanti, 1993), il romanzo più lungo scritto da Luigi Pirandello. A distanza di diversi anni, l’opera risulta ancora molto attuale per i problemi descritti, che sembrano essere esattamente gli stessi di oggi: la corruzione, l’incapacità del governo e delle classi dirigenti, le mafie, l’arrivismo e il senso logorante di una precarietà che non vuole lasciare il posto ad un futuro migliore. La narrazione ha inizio dai turbolenti mesi precedenti le elezioni politiche del 1892 per concludersi nel 1894, con la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia.
Il frantumarsi degli ideali risorgimentali nell’Italia della rivolta dei Fasci Siciliani e dello scandalo della Banca Romana, sono al centro delle intricate vicende di due famiglie agrigentine: i Laurentano e i Salvo. L’intreccio si basa essenzialmente sul confronto di due generazioni: da una parte ci sono i vecchi – come Roberto Auriti, i fratelli Ippolito, Cosmo e Caterina Laurentano – testimoni diretti delle lotte del Risorgimento e del periodo garibaldino, ma ormai incapaci di opporsi al corso degli eventi e per questo rassegnati a vivere nel compromesso; dall’altra parte dello schieramento, invece, ci sono i giovani che, dopo tanti anni di divisione, confidano nell’Unità della Nazione per dar vita ad un rinnovamento sociale. Fra questi spiccano in modo particolare Lando Laurentano, Dianella Salvo e Aurelio Costa.
Pirandello definì “I vecchi e i giovani” come un “amarissimo e popoloso romanzo, ov’è racchiuso il dramma della mia generazione”. Da questa breve ma eloquente dichiarazione, traspare il risentimento dello scrittore nei confronti della storia. Tale rancore continua a manifestarsi, pagina dopo pagina, attraverso il mosaico di volti e di fatti presenti nella narrazione.
L’opera è pervasa da un senso di soffocamento, che opprime allo stesso modo vecchi e giovani. I primi sono considerati i reali responsabili degli scandali che hanno segnato il corso della storia del nostro Paese, i secondi, invece, sono costretti a vivere in una società in cui non si riconoscono e di cui non si sentono futuri protagonisti.
In questo romanzo accorato, ogni personaggio è la testimonianza di un fallimento e di una speranza tradita. Il Risorgimento, inteso come rinnovamento e ricostruzione di una Nazione migliore, non ha sortito i risultati sperati e, allo stesso tempo, l’Unità nazionale non ha apportato alcun giovamento nelle zone più arretrate del paese; ancora una volta è il Meridione a non poter avere alcuna possibilità di riscatto.
Attraverso le parole di don Cosmo, Pirandello offre una drammatica chiave di lettura dell’intera vicenda: “bisogna vivere, cioè illudersi […]; e pensare che tutto questo passerà … passerà …”.

"L’acino della notte": del ciclo stagionale, ovvero della nostra sopravvivenza.

Giulio Gasperini
ROMA –
L’uomo non può vivere senza la natura. La natura, viceversa, può esistere (e indubbiamente lo fa meglio) senza l’uomo. E non è un discorso soltanto ecologista, questo, ma, come appunto si scopre dalle poesie di Giuliana Rigamonti, è anche un discorso poetico. Sì, perché l’uomo è sempre vissuto suddito del ciclo stagionale: sono stati i freddi e i caldi, i dì brevi e i dì lunghi, il ritorno di Zefiro e la sua partenza, a condizionare le scelte, quelle più quotidiane ma più fondamentali, del genere umano tutto, in ogni sua latitudine e longitudine. “L’acino della notte” (eccellente volumetto pubblicato dalla grande casa editrice Scheiwiller, nel non remoto 2006) è un cammino iniziatico, fors’anche un po’ misterico (e in questo senso si spiega l’abbondante ricorso della poetessa ai geroglifici egizi, al loro potere significante e alla loro vastità di significato), in un’educazione stagionale che ci permetta di ritornare all’origine del nostro cammino.

Così ci convinciamo, di nuovo, dell’indispensabilità che la natura sia rispettata (e, soprattutto, obbedita).
L’uomo vive se (e solo se) segue docile il ritmo delle stagioni, il loro lente e persistente convertirsi dall’una all’altra, dall’inverno alla primavera, dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno, dall’autunno all’inverno, rincorrendosi sempre in un ciclo continuo e costante; ma mai monotono – ed è questa la più straordinaria portata della poesia della Rigamonti. Ogni evento stagionale, pur nella sua prevedibile ciclicità temporale, lascia sempre l’uomo senza fiato, perché è pur sempre una prima volta: nulla è mai uguale, identico, se non l’idea che supporta il tutto. “Il grido di caccia / delle stelle”, le ombre che “cantano sempre da sole”, la “luce matura fra le persiane” sono tutti legami che (co)stringono l’uomo in un perenne debito di riconoscenza. La natura è feconda, generosa (“il geco scoppia di luna”); la natura è la referente di ogni declinazione d’umano (“Io comincio dove il tramonto brucia / nel tuo sguardo”); la natura vince e libera dalle avversità (“I limoni raschiano la nebbia”).
Ed è la natura la risposta al tutto. Anche in poesie di straziante contemporaneità, come quella intitolata “Clandestino”, nel quale Lampedusa si trasforma in pietosa spettatrice del dramma più sordo del nostro tempo: “Niente resterà di questo viaggio. / Per un giorno galleggerà il mio nome / nelle brevi di un giornale / tre righe che nessuno legge / nere / silenziosamente nere”.
Perché non rimane altro che perdersi nella natura, riconsegnarsi a lei, ingenuamente (nel senso pure del termine) e “spingersi oltre il limite delle dune / che non hanno limite e frugare le sabbie / che cadono fra le dita come giorni / nel granaio, per valutare il grano / rimasto e quello da versare”.

"Lettere dall’Africa. 1914-1931": se l’Africa ti sceglie come suo figlio prediletto.

Giulio Gasperini
ROMA –
La sua è una delle grandi fiabe del ‘900; una delle più grandi storie di avventura e determinazione, di caparbietà e lungimiranza, resa ancor più celebre dalla trasposizione cinematografica e da una superba interpretazione, con Meryl Streep nei suoi “ingombranti” panni.

Tutti noi sappiamo che Karen Blixen scrisse della sua attività imprenditoriale in Kenya nel suo spietatamente autobiografico Out of Africa, con quel magnifico e folgorante inizio: I had a farm in Africa, at the foot of the Ngong Hills. Avevo una fattoria in Africa, ai piedi delle colline Ngong. Forse pochi altri sanno, però, che il materiale più genuinamente autobiografico e crudelmente intimo e personale si trova in abbondanza nel corpus delle “Lettere dall’Africa”, che in Danimarca, molti anni dopo la morte della scrittrice, fu riorganizzato e editato. In Italia è stata una grande casa editrice, dalla solida tradizione intellettuale, la Adelphi, a farsi carico della pubblicazione di questo materiale di non facile accesso; ma di una bellezza struggente, e di un’eccellente profondità intellettuale.

Karen arrivò in Africa nel 1914; ne ripartì, definitivamente, nel 1931, senza più tornarci: queste lettere, scritte soprattutto alla madre, Ingeborg, ma anche al fratello Thomas e alla zia Bessie, edificano un cammino di profonda indagine personale e, insieme, tessono il più intenso (e fors’anche inatteso, per una bianca del profondo nord d’Europa) canto d’amore per una terra, quella africana, non certo accogliente e premurosa coi suoi conquistatori e colonizzatori.
Le lettere che accompagnarono questo suo viaggio africano sono frementi di passione, di orgoglio del proprio vivere, anche quando trasudano il dolore e la sofferenza prodotti sia dalla gestione fallimentare dell’attività, sia dai tanti problemi fisici che straziarono la sua esistenza (prima fra tutti: la sifilide). C’è anche una motivata e solida critica al fenomeno del colonialismo: Karen accusa, senza maschere né timori reverenziali, l’uomo bianco di star estinguendo la vera Africa, appropriandosi delle terre degli “indigeni” e cancellando, con una presunzione immotivata e sregolata, le loro tradizioni nel nome di una, chissà perché, presunta superiorità culturale (come non trovare delle tangenze con le amare considerazioni della Cialente sul fenomeno del levantinismo, nell’Africa mediterranea?).
Karen Blixen s’è salvata, con la scrittura: si è riscattata da un destino contrario e incattivito. Il peso della disfatta non l’ha gravata: perché non di disfatta si trattò. Ma di una lunga pagina di vita, approdata alla consapevolezza d’esser stata, per l’Africa, uno dei suoi figli prediletti. Tanto che (ancora oggi) un intero quartiere di Nairobi è stato battezzato Karen, col suo indimenticato nome.

"Un inverno freddissimo": quanto può una donna sopportare(?)

Giulio Gasperini
ROMA –
Abbandonò (già dal titolo) le ambientazioni levantine dei suoi due romanzi precedenti Fausta Cialente quando, nel 1966, pubblicò con Feltrinelli il suo terzo romanzo, candidato poi al Premio Strega. “Un inverno freddissimo” è quello del ’46-’47: in una Milano ancora stordita e frastornata Camilla – una donna che la Cialente plasma con sapienza e consapevolezza, con orgoglio e fiducia – si sente investita dell’ingombrante compito di ricomporre i relitti di una famiglia che, come tante altre, la guerra aveva menomato e smembrato. Le colpe, i pregiudizi, le antipatie devon esser combattute e vinte, perché nulla più della famiglia può permettere all’individuo di tornare a vivere; e a riappropriarsi del proprio già incerto futuro. E l’umanità felpata che la Cialente mette in scena, orchestralmente, si muove in una disagiata (e disagiante) soffitta, divisa da sottili pareti di stuoia, dove il rispetto del privato è soltanto un miraggio lontano e l’insofferenza della promiscuità cresce alla presa di consapevolezza della fine della guerra.


L’impresa per Camilla sarà ardua, complessa: in questo suo mondo, diviso tra città e campagna, il passato non si chiude mai definitivamente e il presente si infesta di fantasmi e presagi che finiranno per tiranneggiare il futuro. Quel che la Cialente, però, mantiene sempre acceso e in estrema tensione, è l’incrollabile fiducia che il domani possa essere migliore; e che, con l’ultimo punto, la storia non finisca, ma possa, con sicuro sospetto, virare verso ben altri panorami.
Negli anni in cui la Cialente tornò in Italia l’attenzione degli scrittori, da Elio Vittorini (Uomini e no) a Luciano Bianciardi (La vita agra), era focalizzata – quasi ossessivamente – sulla condizione di Milano e degli italiani che, a Milano, vivevano un faticoso periodo di ricostruzione bellica e di ri-consapevolezza del sé. Sicché anche la Cialente decise, chissà quanto programmaticamente, di assumere il punto di vista di questa umanità che continuava a combattere, nonostante la guerra fosse ufficialmente (e burocraticamente) terminata. La sua, ovvio, non fu un’adesione al neorealismo; forse nemmeno una tangenza. Fu una vicinanza di ambientazioni. Ma in lei, come in Bassani, le intermittenze del cuore son troppo evidenti, le rapsodie mentali troppo importanti, per poter parlare di sua aderenza alla poetica del neorealismo.
Siamo lontani dalla dittatura del vero: il mondo della soffitta di Milano è tutto interiorizzato, attraverso punti di vista che gemmano e si moltiplicano, ma che si fondono in una vita altra; in un affresco dove esistono le ombre, dove i colori straripano e dove la linea – dolce e sottile – in definitiva un po’ scontorna.

A cavallo di diverse identità, leggendo "Il fu Mattia Pascal"

Stefano Billi
Roma – Talvolta, nella vita di ognuno, capita di trovarsi di fronte a quei momenti difficili in cui verrebbe voglia di lasciare la propria esistenza per costruirsene una nuova.
Dare un taglio netto a ciò che si è per dar luce ad un nuovo io, che si caratterizzi per non avere problemi né preoccupazioni di alcun genere. Ed ecco allora che si ricorre a viaggi con un solo biglietto di andata per mete tropicali, meglio ancora se atolli sconosciuti, dove una misera somma che qui in Italia servirebbe solo a sopravvivere, là può costituire un vero e proprio patrimonio.
In realtà, l’ideale di rifarsi una vita accantonando la propria identità precedente, specie se sommersa da innumerevoli fastidi terreni, non è poi così invitante come sembra.
A ricordarcelo è “Il fu Mattia Pascal”, un appassionante romanzo di Luigi Pirandello pubblicato per la prima volta nel 1904 a puntate sulla rivista “Nuova Antologia” che, sebbene risalga alla prima decade dello scorso secolo, rivela una modernità sorprendente.
La trama del racconto può agevolmente riassumersi nel tentativo del protagonista, Mattia Pascal, di fuggire dalla propria esistenza problematica e irta di difficoltà.
Oppresso da un matrimonio ormai fallimentare, da debiti che incombono sul suo capo come una spada di Damocle, il Pascal scappa dalla sua terra, la Sicilia, sino ad arrivare a Montecarlo: il grimaldello all’evasione da un mondo che gli offre solo asfittiche prospettive sarà una lauta vincita al gioco d’azzardo, che, apparentemente, gli avrebbe permesso di risolvere tutti i suoi guai. Tuttavia, un destino beffardo lo porta a scoprire che, durante la sua assenza, egli è stato creduto morto, e perciò tale condizione di defunto lo porta a doversi ricostruire una nuova vita. Prende forma così Adriano Meis, un homo novus che nasce per sostituire lo sciagurato Mattia Pascal, ma che in realtà si dimostra essere una fragile maschera di cartapesta.
Adriano Meis, infatti, sebbene costituisca la chance per Mattia Pascal di riscattarsi dalla sua esistenza, sarà sempre una finzione, e come tale perciò non troverà corrispondenza alcuna nel mondo reale. Meis non esiste, se non nella dimensione inventata dal Pascal. Allora, a poco a poco, il protagonista comprende come questa sua invenzione debba addivenire ad una conclusione, e perciò anche l’identità – questa sì, irreale – del Meis viene abbandonata, per ritornare nei panni di Mattia Pascal.
Purtroppo però questa nuova immedesimazione nella propria vita originaria non può ristabilire lo status quo precedente alla fuga monegasca, e così il personaggio chiave della vicenda si trova costretto a far ritorno in una terra dove ormai, per gli altri abitanti, lui è solo un defunto.
L’opera pirandelliana è tutta protesa alla divulgazione del messaggio inerente la struttura ontologica dell’uomo, la cui identità consiste nell’attribuzione di un ruolo, che ad ognuno viene assegnato dal contesto sociale in cui ci si trova a vivere.
Ognuno è un figurante, in scena quotidianamente sul proprio palcoscenico: oltre il sipario, lontano dai riflettori e dalla propria parte da recitare, c’è la perdita di se stessi e l’allontanamento irreversibile dal proprio io.
“Il fu Mattia Pascal” è un libro irrinunciabile proprio perché ci dimostra che occorre essere ciò che si è chiamati ad essere, non soltanto ciò che si vorrebbe apparire.

“Caro Michele”, un epistolario denso di emozioni e di ricordi

Alessia Sità
ROMA – Era il 1973 – esattamente dieci anni dopo aver scritto “Lessico famigliare”- quando Natalia Ginzburg si interrogava nuovamente sulla famiglia e sulla crisi di una generazione che, ancora una volta, era incapace di trovare un punto d’incontro per porre fine al divario sempre più evidente fra genitori e figli.
“Caro Michele” (Mondadori 1973) nasce da una profonda riflessione sulle ansie e sulla ribellione giovanile tipica di quei tempi. Il valore della memoria è il filo conduttore che lega tutti i protagonisti di questo romanzo, che inspiegabilmente, però, non sono più in grado di riconoscersi come parte fondamentale di un microcosmo.

La narrazione si apre nel dicembre del 1970 e si chiude nell’estate dell’anno successivo. La dispersione della famiglia è rappresentata simbolicamente dal giovane Michele, che dopo i disordini del ’68 decide di fuggire a Londra per motivi politici. Per colmare la distanza fisica che la separa dal figlio, Adriana intraprende con lui un lungo scambio epistolare, durante il quale emergono nuove figure centrali nella vita dell’esule: il padre Oreste, le sorelle gemelle Angelica e Viola, l’amico ‘particolare’ Osvaldo e, infine Mara, la ragazza madre. L’ossessione della ricerca della verità anima tutti i personaggi, ognuno dei quali, lentamente, si allontana dalle proprie certezze. Se in un primo momento si assiste ad un continuo intrecciarsi di vite, di ragioni, di anime, gradualmente il lettore diventa partecipe del tragico sfacelo di un’esistenza.
Con un linguaggio umile ed efficace, Natalia Ginzburg ci regala un epistolario denso di emozioni e di ricordi, ma che allo stesso tempo lasciano un senso di angoscia e di impotenza di fronte all’ineluttabilità del destino.
“Caro Michele” diventa la drammatica testimonianza di felicità ripudiate e di una memoria che rischia di svanire velocemente col passare del tempo.

"La banconota da un milione di sterline" ce l’hai da cambiare?

Marianna Abbate
ROMA In Italia il nome di Mark Twain è associato solitamente alla letteratura per ragazzi, e soprattutto alle figure dei due monelli Tom e Huck. Un vero peccato, dal momento che Twain è un grandissimo umorista, e anzi in America il premio più prestigioso che un comico possa vincere è quello che gli è intitolato.
Un esempio della sua sottile vena comica si può trovare nel simpatico racconto dal titolo ” La banconota da un milione di sterline”. Due anziani miliardari hanno appena ricevuto dalla banca l’unica banconota da un milione di sterline che esista al mondo.

Prima di farla invalidare e appenderla al muro come souvenir, pensano bene di divertirsi facendo una scommessa: se un poveraccio ricevesse la banconota farebbe la bella vita o nessuno lo accetterebbe nel suo negozio?
Proprio sotto le loro finestre trovano l’uomo adatto: un povero operaio senza lavoro e senza un centesimo. Gli consegnano la banconota e lo mandano via. Contro ogni possibile previsione il ragazzo riesce a farsi far credito nei negozi più in voga della città, perchè nessuno ha abbastanza denaro per cambiargli la banconota. Inizia così a frequentare il panettiere, la salumeria e addirittura il sarto più in voga senza sborsare un centesimo. Tutti cedono al fascino e alla ricchezza della ormai mitica banconota.
La situazione produce notevoli spunti comici e Twain li frequenta tutti. Il racconto è piacevolissimo per una letteratura che entra in pieno merito a far parte dei classici dell’umorismo- un po’ pirandelliano e un po’ genuinamente comico.