“Le più belle pagine della letteratura sulla montagna”, là dove il pensiero si fa più leggero.

Giulio Gasperini
ROMA – La montagna è stata, nella letteratura italiana, una presenza costante ma silenziosa, dimessa, rispetto al più chiassoso, ipertrofico e tiranno mare. Più umile la montagna, più apparentemente remissiva. Come lo è nella realtà. In superficie calma, mai rumorosa, piuttosto refrattaria alle mode e agli eccessi. Sicché ecco la sorpresa nello scovare raffinate pagine della letteratura che hanno lei come protagonista, o come privilegiato scenario di vicende che spaziano dalla scalata sportiva all’indagine delle prospettive intime del sé. Le edizioni e/o raccolsero, nel 1992, un florilegio de “Le più belle pagine della letteratura sulla montagna”, perché la montagna, più del mare e di altri paesaggi antropici e naturali, è mutevole, vivace, briosa; e spinge al pensiero e alla meditazione.

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Vita romana- un tuffo nel quotidiano dei sette colli

Marianna Abbate
ROMA – Roma è un bel posto. Ve l’assicuro, e ve lo ho anche dimostrato in un’antica recensione di un’insolita guida romana. Ma in questo periodo autunnale, con l’arrivo del fresco e del profumo di castagne mi è venuta un po’ di nostalgia. Ho riesumato dalla libreria del mio fidanzato un vecchio libro di buon gossip storico, e carteggiando ho ripercorso i momenti salienti della sua gloriosa storia. Il testo in questione è “Vita romana” di Ugo Enrico Paoli pubblicato nella collana Oscar Saggi Mondadori. Continua

“La mia fuga dai Piombi”: quando Casanova, grazie alla cultura, evase.

Giulio Gasperini

ROMA – Giacomo Casanova fu, insieme a Cagliostro e Lorenzo da Ponte, il personaggio che più animò, sapidamente, le cronache mondane e sociali dell’Europa del Settecento. In quella che Benedetta Craveri ha definito “la civiltà della conversazione” esistevano salotti dove il chiacchiericcio era l’occupazione principale, dove le signore e i signori, senza vergogne né pudori, si raccontavano le notizie e le dicerie, gli scandali e i tradimenti, riportavano le conversazioni ed esageravano i sospetti. Possiamo soltanto immaginare quanto la personalità di Casanova, anche in seguito alla pubblicazione del racconto della sua evasione dal carcere più inespugnabile del mondo (“Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle ‘Les Plombs’”, pubblicata in francese nel 1787) facesse congetturare e divertire.

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"Libro di Ipazia": in un mondo che cambia chi sa distinguere il tramonto dall’alba?

Giulio Gasperini
ROMA –
La verità più profonda è quella che pronuncia Sinesio: ha il sapore (l’ombreggiatura) d’una profezia che, a distanza di secoli, si sta compiendo anche nei nostri miserrimi anni Zero: “Quando si è in alto mare la luce del tramonto e quella dell’aurora non sono molto dissimili. Non so bene distinguere”. Come a voler dire che, in epoca di transizioni, quella che pare la fine potrebbe essere l’epilogo ma potrebbe ben essere pure l’inizio di qualcosa d’altro. Ed è proprio questa indecisione, questo dubbio feroce, che Mario Luzi ha voluto indagare, in questa sua raffinata opera, “Libro di Ipazia”, edita da Mondadori nel 1978.


Ipazia è donna combattiva, che non depone l’unica arma a sua disposizione – la parola, ovviamente – per esortare e convincere i suoi concittadini a non lasciarsi travolgere da un cambiamento incombente e preoccupante, inquietante. Ipazia sfida le folle cieche di violenza e sprezzanti del ragionamento, impavida sa che l’ora è compiuta e che i sofismi non son più validi: adesso c’è solo da impugnare il proprio volere e conquistare il rispetto di sé.
Ipazia si immola, su un prevedibile altare: verrà assaltata dalla folla e smembrata al centro di una Chiesa, come fosse un novello Cristo pagano. Lei difendeva la cultura ellenistica, erede legittima della cultura classica, in una città, Alessandria, che rinnegava il suo passato vivace e stimolante per soccombere a ondate di invasioni, più o meno pacifiche (“Ah città morente, città crepata nelle fondamenta, come ti divincoli nell’agonia credendoti viva”): prima la religione cristiana, che si edifica su quella classica, e poi i barbari, che distruggono e poco ricostruiscono (“Dappertutto c’è divisione: tra ciò che si muove e ciò che sta, tra ciò che si disgrega e corre verso la gola spalancata e buia del futuro e ciò che si aggrappa alle macerie per resistere”).
Ogni epoca ha i suoi cambiamenti, e ogni cambiamento fa paura, scuote le coscienze, allunga le ombre dell’inquietudine e dell’apprensione (“Non ci sono leggi che impediscano e neppure leggi che proteggano. Non ci sono leggi affatto. C’è solo chi fa la legge”). Dove porterà la mutazione, dove sarà l’approdo per una nuova rotta che non conosce nocchiere né stella a orientare?
Mario Luzi è un cesellatore del ragionamento, è un attento collezionista della parola. Non c’è un solo termine che non sia giustificato, non c’è un solo ragionamento che abbia un cedimento. Non c’è un solo personaggio che dica più del necessario, più di quello che è consentito dalla storia, dalla geografia, dalla religione.
C’è poi chi, come Sinesio, vive la conflittualità d’una vita precedente rinnegata e d’una nuova abbracciata senza troppa convinzione: dove andare? Che fare? Quale deviazione prendere? (“Lo stato delle cose muta e mutano i nostri giudizi sinceramente talvolta, più spesso per necessità”). Domande antiche, remote; ma che, a ogni crisi, si ripropongono e, per questo, sono sempre fin troppo attuali.

"Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita": un volto per tutti quelli che non disturbano la Storia.

Giulio Gasperini
ROMA –
Sono molte le latitanze per non disturbare la Storia: Elsa Morante, ad esempio, lo dimostrò e documentò magistralmente in quel capolavoro che intitolò, non casualmente, “La Storia”. Negli anni del ribattezzato “secolo breve” uno dei modi coatti, più vergognosi e turpi, nel quale violare e sacrificare le individualità, fu il manicomio. Tutto questo prima della legge 180/78, la legge Basaglia, che chiuse tali “istituti” col nobile proposito (ahimè, mai perseguito né realizzato) di accudire e seguire i presunti “malati” in altri contesti e in altre forme di socialità. Poche sono state le voci che, dall’inferno di codesti istituti, si sono sollevate e sono giunte a ripristinare e riconfermare una liricità d’esistenza, una fiera (e, in molti casi, lucida) cognizione del sé. Adalgisa Conti è una di queste voci: sua è una lettera, di spietato autobiografismo, datata 25 marzo 1914, e pubblicata nel 1978 da Gabriele Mazzotta Editore, che si apre con queste limpide parole: “Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita”.


Quasi sempre, infatti, i documenti che han riportato in vita quest’umanità dolente, questi uomini e donne di dolore, sono lettere, ritrovate un po’ per caso un po’ per sbaglio nei mucchi di materiale e di documentazione studiato, con coraggio e passione, spesso solamente da associazioni interessate a un recupero memoriale che non fosse solamente pura curiosità morbosa, ma consapevole resurrezione e redenzione di coscienze (le nostre, prima che le loro). Lettere che testimoniano quanto la scrittura fosse sentita dai “pazienti” come mezzo per preservare intatta la propria vita.
Un privilegio, quello di essere “alfabeta”, che pure Adalgisa scontò come una punizione, cercando di trovare nelle parole il suo affrancamento: dalla stesura della lettera, infatti, appena internata, trascorsero più di sessant’anni, nei quali Adalgisa tornò a essere di nuovo una lunga lista di appunti su una cartella clinica (e quasi tutti che la indicavano come “invariata”).
La vicenda di Adalgisa Conti è simile a quella di molti altri uomini e donne, i quali, come è scritto nell’Ecclesiastico, “svanirono come se non fossero esistiti; furono come se non fossero mai stati”. Molti, nelle loro lettere, chiedevano ai familiari di andare a trovarli, perché non riuscivano a capire la ragione della loro segregazione, della loro esclusione dal mondo.
Simone Cristicchi ci ha presentato, nel suo album “Dall’altra parte del cancello”, un certo Gottardo, che scrisse alla moglie, dal manicomio di Volterra: “È già diverso tempo che io mi trovo in questo manicomio ricoverato […] Non potete immaginare quanto brami di tornare a Cecina, che qui mi par d’essere in esilio”. La giovane Adalgisa, invece, chiese alla madre: “Devo aver fatto dei gran mali al mondo non è vero mamma?”; con uno sbigottimento che spezza il cuore.

Le "parole in un orecchio" di Genuzio Bentini

Stefano Billi

Roma – Nell’epoca dei blog, dei podcast scolastici, e perfino delle lezioni universitarie impartite per via telematica, ritrovare tra gli scaffali un antico libello impolverato, che si prefigga l’obiettivo di dar consigli “alla vecchia maniera”, è davvero cosa rara. Ancor più strano è l’evento, se si considera che il libro in questione vuole suggerire alcuni consigli professionali ad un “giovane collega”: strano, appunto, perché oggi di consigli sinceri è difficile trovarne, in un’epoca dove l’apprendimento dell’etica professionale è rimandata ai soli corsi filosofici o teologici.
Forse, l’arcano trova spiegazione nella circostanza che questo testo è particolarmente datato, addirittura risalente al 1935.
Ai tempi, le generazioni passate spendevano ancora qualche energia per guidare i più giovani ad essere uomini e professionisti migliori.
Così come è testimoniato dall’opera di Genuzio Bentini, intitolata “Consigli ad un giovane avvocato. Parole in un orecchio”, edito – originariamente – dalla casa editrice La Toga e a tutt’oggi rinvenibile in argute ristampe, realizzate da alcuni ordini forensi provinciali.
Queste pagine, indirizzate dunque ad un ipotetico giovane avvocato, se da un lato rappresentano un utilissimo vademecum per chi si avvia ad esercitare una delle professioni più difficili al mondo, dall’altro offrono numerosi spunti di riflessione anche a tutti coloro che non sono appartenenti all’avvocatura.
Difatti l’opera, nel dispensare consigli inerenti la vita professionale forense, regala anche validi suggerimenti su come migliorare le proprie abilità oratorie e di relazione con il pubblico (per citare solo uno dei molteplici temi di interesse).
Parole sussurrate in un orecchio, perché sono “piccole e sottili, che a dirle forte si romperebbero e volerebbero via”, come sottolinea lo stesso Bentini.
Parole che tuttavia sono preziosissime, perché – per dirla alla maniera di Wolfango Valsecchi, autore della prefazione al testo – esprimono una passione “che rompe le file”.
Parole che condensano tutta l’esperienza di una vita spesa a esercitare nei fori, onorando quella toga che è baluardo della difesa, lontana da quella stolta credenza popolare che la riduce a mero straccio per nascondere i fuorilegge.
Poche pagine, per un libro che vale davvero la pena scovare nelle più remote bancarelle letterarie, o negli archivi impolverati delle più lontane biblioteche.
Righe centellinate, da cui estrarre inestimabili valori, difficili da rintracciare – a tutt’oggi – in altre opere contemporanee.
Soprattutto in un momento di crisi, economica ed etica.
Ma (e qui vale sicuramente la briga ricordare il già citato Valsecchi) “le crisi come fanno a venire se ne vanno: in fondo sono come i raffreddori”.
Basta avere con se le medicine giuste.

"Anna dai capelli rossi" irrefrenabile sacerdotessa della fantasia

Marianna Abbate 
ROMA Certe volte vivere un’infanzia senza televisione può avere i suoi vantaggi. Non dico che l’infante si renda immediatamente conto dei benefici, ma è innegabile che il tempo guadagnato/rubato alla tv può essere sicuramente ben impiegato. Io, ad esempio, ho usato innumerevoli ore che gli altri hanno dedicato a Sailor Moon (con mia immensa invidia) nel leggere e rileggere la bellissima saga di “Anna dai capelli rossi” di Lucy Maud Montgomery, che molti di voi sicuramente conoscono dall’omonimo cartone animato. Ebbene il libro (o meglio: i libri) sono infinitamente migliori e ora vi spiego perchè.
Se ben ricordate la dote principale di Anna era la fantasia. Le mille storie che inventava per abbellire le sue origini di orfanella, i cavalieri fatati e gli spiriti del bosco sono tutti frutto della fantasia. Una fantasia esuberante e mai doma, che l’ha spesso portata a cacciarsi nei guai, ma che le ha permesso di vedere il mondo con occhi sognanti e innamorarsi ogni giorno di una farfalla.
Ora, non prendete le mie parole per collosa melassa, ma la fantasia si può sviluppare in un solo modo: con la lettura. Le farfalle, i boschi, le fate sono molto più belle nella nostra mente di quanto non lo possano essere sullo schermo. Persino le streghe sono più originali nei nostri pensieri di quelle uniformate che ci capita di guardare nei film. Quando leggiamo vediamo il mondo con i nostri occhi e non con quelli di un regista, limitato dalla propria fantasia e dalle conquiste della tecnologia. Nella nostra mente il 3d esiste da sempre!
E’ questo che Anna di Colleverde ci insegna ancora oggi: di chiudere gli occhi e guardare col cuore. 
Pertanto nei caldi pomeriggi di Agosto, quando i vostri figli non possono uscire per via del sole rovente, spegnete la tv e nascondete il telecomando. Trovate nelle vostre librerie i vecchi libri per ragazzi e guardateli, mentre il mondo fatato delle mille storie li trascina con sé.
E nel frattempo trovatevi anche voi qualcosa di interessante da leggere, meglio se dalla copiosa vetrina di chronicalibri. 

"10 Libri dell’estate Vintage"

G.o G.a
ROMA – Cercare in un libro una scrittura che difficilmente si trova tra le novità in libreria. Storie che abbiamo cercato nella Letteratura del Novecento e che oggi vi suggeriamo per la vostra estate: 10 Libri dell’estate Vintage.

1. Estate, di Elio Pecora
2. Lettere da Capri, di Mario Soldati,
3. Le strade di polvere, Rosetta Loy
4. Storia dela mia fuga dai Piombi, di Casanova
5. L’amore negato, di Maria Messina
6. Il prete bello, di Goffredo Parise
7. La sparviera, di Gianna Manzini
8. Troppo tardi, di Carlo Cassola
9. Il campiello sommerso, di Nantas Salvalaggio
10. Ballata levantina, di Fausta Cialente.

“Il Conformista”: il romanzo di un uomo disperato vittima del conformismo sociale

Alessia Sità
ROMA – “La mia intenzione era di interpretare il fascismo in chiave intellettuale. Ma forse, a causa d’una mia immaturità di scrittore, quel romanzo diventò un collo di bottiglia in cui fu difficile far entrare tutto quello che ci volevo fare entrare. Mi accorgevo ancora una volta che il romanzo su dati storici e realistici era impossibile scriverlo”. Così Alberto Moravia commentava a distanza di tempo il suo romanzo “Il Conformista”, scritto per la prima volta nel 1949, ma pubblicato soltanto nel 1951, successivamente all’uscita dell’omonimo racconto sulla rivista “Comunità”. L’opera suscitò molte polemiche per il modo in cui Moravia descrisse l’adesione del Fascismo dietro al delitto dei cugini Carlo e Nello Rosselli.

Qualcuno infatti pensò che lo scrittore mirasse a riaccendere vecchi contrasti con la famiglia .
La storia si dipana dagli anni Venti alla caduta del Fascismo. Al centro della vicenda vi è l’angosciosa esistenza di Marcello Clerici, il quale dopo essere rimasto profondamente segnato da un drammatico episodio durante l’infanzia, decide di diventare una spia dell’OVRA e di sancire il proprio ingresso nel partito fascista macchiandosi con un terribile delitto. L’assassinio del Professor Quadri, ritenuto un pericoloso elemento antifascista, viene però complicato dall’arrivo della bellissima e affascinante Lina, moglie dell’anziano docente.
La ricerca esasperata della ‘normalità’ è il filo conduttore dell’intero romanzo. La tanto desiderata integrazione sociale ha un prezzo molto alto da pagare: la libertà individuale. Marcello si illude di poter essere uguale a tutti gli altri sposando la bella Giulia, una donna che non ama realmente, ma di cui si serve per continuare a seguire un proprio copione.
Partendo dal delitto dei fratelli Rosselli, Alberto Moravia parla del Fascismo e del dramma dell’uomo contemporaneo, sempre più vittima di un conformismo impregnato di ipocrisia e falsità. Con grande capacità introspettiva, lo scrittore riesce a fare percepire al lettore lo stato d’animo disadattato, e talvolta alienato, del protagonista perennemente incapace di opporsi alle convezioni della classe borghese. Con uno stile asciutto e chiaro, Moravia racconta la storia di un uomo, di un’epoca e di una società destinata a non avere alcuna possibilità di riscatto.

Riscoprire una morale nella giustizia tra le pagine di Alfonso de Liguori

Stefano Billi
Roma – L’immaginario collettivo di ogni società spesso si contraddistingue per una spiccata propensione al pregiudizio, come ad esempio avviene quando si parla di coloro che, per professione, sono chiamati ad amministrare la giustizia.
E così, ragionando sugli avvocati, li si raffigura come artisti della verbosità, propensi al litigio e assolutamente lontani da ogni minima forma di verità.
Per fugare questa volgare credenza, basterebbe ricordare il fulgido esempio di Giorgio Ambrosoli o di Fulvio Croce, entrambi martiri per la legalità: ma spesso si dimentica la storia facilmente.
Ancora, i giudici vengono spesso indicati come soggetti rapiti dalla “sindrome della condanna”, quasi che una forza misteriosa li avesse investiti della possibilità di scegliere cosa sia, in Terra, il Bene e il Male.

In realtà, il sacrificio di sangue di eroi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino risuonerà a lungo per risvegliare la società, nel malaugurato caso in cui si scordasse cosa significhi “servire lo stato”.
Dunque è possibile amministrare bene la giustizia, e fugare quel pregiudizio popolare che comunque non si può non riconoscere essere fondato (a chi ritenesse il contrario, vale la pena suggerire una “passeggiata” nelle aule dei tribunali dello stivale)
Ma una classe di buoni amministratori non cresce dal nulla; è necessario istruirla e dotarla degli strumenti indispensabili per svolgere quella che sicuramente è la professione più difficile al mondo: l’applicazione giusta delle regole.
In tal senso, diviene illuminante uno scritto, sicuramente datato ma dal pregio inestimabile, come il libello di Alfonso de’ Liguori, intitolato “Degli obblighi de’ giudici, avvocati, accusatori e rei”.
Il testo, ormai quasi introvabile e risalente alla seconda metà del XVIII secolo, è pubblicato dalla casa editrice palermitana Sellerio e si presenta come una collezione di scritti di Alfonso de Liguori, tutti riguardanti il tema dell’etica nell’ambito dell’amministrazione della giustizia.
L’opera, che non dovrebbe mai mancare dagli scaffali delle biblioteche personali di ogni giurista (o studente in tale materia), può essere considerata come un vademecum morale per quelle figure professionali che, nella vita quotidiana, sono chiamate a giudicare il comportamento di altri uomini, o a difenderlo, o ad incriminarlo.
Infatti. è indispensabile che il giudice, l’avvocato o il pubblico ministero, oltre alle conoscenze giuridiche, abbiano approfondito e assorbito nozioni sull’etica e sui valori professionali.
Perché si può amministrare la legge in maniera “giusta”, soltanto qualora si abbia immerso il proprio animo nell’apprendimento di cosa sia giusto.
Sebbene Alfonso de Liguori fosse ispirato da un profondo sentimento religioso, comunque le sue riflessioni e i suoi insegnamenti meritano di essere metabolizzati in maniera sincera da ogni cultore del diritto.
Anche perché, se malauguratamente le pagine del de Liguori divenissero lettera morta, il risultato di ciò sarebbe un detrimento culturale di inimmaginabili proporzioni , a danno dell’umanità, che ha bisogno di servitori fedeli della Giustizia.
Lo stile narrativo della trattazione, pur sicuramente datato, risulta tuttavia scorrevole ed agevolmente comprensibile; l’obiettivo dell’autore era infatti quello di scrivere per poter essere letto e compreso da tutti, nella più alta e nobile finalità di insegnare e trasmettere valori a quanti più uomini possibili.
“Degli obblighi de’ giudici, avvocati, accusatori e rei” è un’opera brillante, così preziosa che andrebbe assaporata continuamente, scoprendo tutti quegli aspetti che soltanto nelle letture successive alla prima possono essere appresi.
Allora proprio la testimonianza di Alfonso de Liguori può essere il volano per un cambiamento sociale e valoriale che, oggigiorno, si presenta come inevitabile.