“La ragazza di Bube”

Silvia Notarangelo
ROMA – Ci sono la resistenza e il dopoguerra, tanto cari alla narrativa neorealista, ma anche il sentimento e l’antichissimo topos della separazione degli amanti ne “La ragazza di Bube”, il romanzo di maggior successo di Carlo Cassola.
Toscana, 1945, le formazioni partigiane si sciolgono e i militanti tornano a casa. Tra di loro c’è Bube, un ragazzo impulsivo che, sulla strada del ritorno, decide di fermarsi dalla famiglia di Sante, un suo compagno rimasto ucciso. Qui incontra Mara, la sorella di Sante, e tra i due nasce subito un timido sentimento, segretamente alimentato da scambi di biglietti e fotografie.
La situazione, però, precipita quando Bube, resosi protagonista di un omicidio e di un altro incidente in cui aggredisce un prete, diventa un ricercato. Le occasioni di incontro con Mara si fanno più sporadiche e pericolose. Bube, ormai consapevole della gravità della sua posizione, decide di espatriare in attesa di un’amnistia. Mara non può seguirlo e, così, prima di separarsi, i due si promettono reciprocamente.
Il tempo passa, le notizie sono incerte e la ragazza, complice l’incontro con Stefano, un giovane operaio, sente affievolire, a poco a poco, il sentimento per Bube. I suoi dubbi sono, tuttavia, destinati a dissolversi. Arrestato in Francia e costretto a subire il processo, durante un colloquio in carcere Bube le confessa che è ancora lei il suo unico pensiero. All’improvviso, la confusione di Mara si trasforma in consapevolezza del proprio ruolo e delle responsabilità che si è assunta. Non può abbandonarlo proprio ora, perché lei è “la ragazza di Bube…e il suo posto è accanto a lui. Per sempre”.

La Poesia Vintage palpita vita

poesia vintage

ROMA – La poesia è così bistrattata, dimenticata, banalizzata. La poesia è come un mondo parallelo, una quotidianità che non viviamo, ma c’è. Nell’odierna rincorsa al vero, al reality e alle parole immediate e sprezzanti dimentichiamo il bisogno che abbiamo della poesia e il fascino che da sempre essa esercita su di noi. La poesia di Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato 2004) è una poesia nata dalla profonda ammirazione per i grandi scrittori, “è un’esigenza che nasce, io credo, da un desiderio di emulazione. Si leggono poeti che si ammirano da ragazzi, da adolescenti, e si vuole essere come loro”. Nata così, la poesia di Raboni si è poi lasciata impregnare dal tumulto degli anni: la grande guerra, l’affermarsi del cinema e il lavoro nel teatro hanno influito sulla sua scrittura che con l’età si è fatta matura e gravida di tematiche.

So la strada e la neve, so in che casa
abitata da sempre troveranno
un riparo luminoso nell’anno
del gran freddo le miti ossa, l’invasa

d’oscura dolcezza anima. Si fanno
scorte, di schegge per la stufa è rasa
la cantina, di sopra si travasa
farina gialla e riso. Senza affanno

si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura,

interrotta causa neve l’atroce
partita, l’interminabile, stanca
corsa del tempo. Più nessuno manca.

 

da Ogni terzo pensiero, Mondadori 1993

“Francesco Borromini”: l’arte e il riscatto del proprio limite.

Giulio Gasperini
ROMA – Francesco Borromini lo si ricorda sovente soltanto per contrasto a Gian Lorenzo Bernini. Due superbi architetti che arricchirono la Roma barocca, due anime distanti e diverse, due concezioni divergenti: di forme, di spirito, di materia; di carne e fiato. Leros Pittoni, con la sua opera “Francesco Borromini. L’iniziato”, edita da De Luca Editori nel 1995, tenta il riscatto dell’uomo Francesco. Si cimenta in codest’impresa perché riscattare l’artista è facile: il Borromini architetto basta riscoprirlo, riportarlo alla luce degli studi, riprenderlo con discernimento e attenzione, esaminarlo di nuovo con prudenza ma perizia. È riscattare l’uomo che diventa più complesso, più arduo: perché Borromini fu personaggio scomodo e scomposto, troppo frugale e d’animo semplice per poter armonizzarsi con l’esuberanza del secolo, con la sua pretesa costante e irrinunciabile allo spettacolare, allo stupore, alla meraviglia.
Borromini fuggì sempre la Chiesa, grande mecenate del suo tempo: cercò di separarsene sempre e risolutamente. Fu uomo scisso tra la passione per la Roma esagitata e caotica del suo secolo migliore e il bisogno intimo e profondo della tranquillità e della sicurezza dei suoi monti, quelli della sua Svizzera lontana, che lo lasciavano tranquillo e placato come uno specchio d’acqua alpino. Ma la febbre del lavoro, l’entusiasmo per il plasmarsi delle forme e delle linee, la dedizione all’arte non potevano lasciarlo appagato del mediocre. Volle osare, nonostante i rifiuti e le diffidenze; volle sempre presentarsi per quello che veramente era, per quello che voleva conservare di sé stesso: un uomo integro, fedele ai propri dogmi e alle proprie necessità interiori, capace di non tradirsi e di accettare piuttosto la morte alla tirannia della società.
Leros Pittoni, scrittore conterraneo dell’architetto, analizza, più poeticamente che architettonicamente, le opere romane del Borromini, da San Carlo alle Quattro Fontane alla partecipazione al Baldacchino di San Pietro, significando ogni linea, ogni intento, ogni apertura e ogni varco, ogni spazio e ogni volume, e tessendo la narrazione delle opere con la biografia del grande genio. Sicché la storia delle opere diventa la storia del Borromini: è la sua travagliata disamina di un sé stesso sospettato sempre peccatore, sempre imperfetto, sempre inappagato dell’idiozia altrui, che sottrae valore a chi merita e conferisce onore a chi – mutatis mutandis – non dovrebbe meritare neppure pietà.
Il presunto scontro tra Borromini e Bernini è sempre aperto e sempre invocato anche da una certa critica attenta ai disagi e agli scandali da copertina: le opere del Bernini respirano il ponentino, si inondano di luce, giocano con l’acqua e l’aria, si incurvano alla pretesa d’evidente perfezione. Le opere del Borromini, all’opposto, a uno sguardo distratto quasi si nascondono, si crepano d’ombra, si incurvano in un sentire che è punizione del sé stesso, ma anche riscatto del proprio limite; a costo della morte.

“Storia naturale di una passione”, ovvero quando a mancare è l’amore

Giulio Gasperini
ROMA –
L’amore e la passione non sempre procedono con ugual passo, né misura. A volte c’è passione, ma non c’è amore; altre volte fiorisce l’amore ma la passione gela. Chi può sapere quale delle soluzioni sia la migliore? Forse vorremmo tutti dire: quando ci sono, contemporaneamente, passione e amore. Ma quanto dura, effettivamente, la passione? Quanto dura, invece, l’amore? Possono sostenersi a vicenda e creare una sinergia duratura, oppure l’uno fagocita inevitabile l’altro? Alfredo Todisco, con un linguaggio volutamente aulico, raffinato, come in una sorta di antiquariato linguistico, ci squaderna una “Storia natura di una passione” (Rizzoli, 1976).
Todisco parrebbe dirci che amore e passione son due accidenti ben distinti, e nessuno dei due implica obbligatoriamente l’altro. In questo romanzo, in una storia dai sinuosi intrecci sentimentali e dalle complesse personalità ritratte, la passione esiste, si consuma nel tempo d’un errore, ma l’amore gemma soltanto in “lui”, mentre “lei” rimane glaciale, spietata nella sua analisi, senza possibilità di ricorsi.
I due si rincorrono, s’indagano, s’annusano e si dileguano, si telefonano e s’ignorano, s’allontanano e si riavvicinano: la danza è quella delle più collaudate, delle più sperimentate: un accendersi di passione incontrollabile, una furia feroce di sensi e di trasporto emotivo, che trascinano i due protagonisti in un vortice irresistibile di frasi non dette e parole rubate, di sguardi troppo insistenti e rimorsi insaziabili.
Sicuramente Alfredo Todisco dimostra una grande perizia d’analisi, che, per altro, esibì nella sua carriera persino scrivendo dei reportage di viaggio (come in “Viaggio in India”). E i suoi personaggi son orchestrati così sapientemente da parere la visione d’un teatrino, di quelli che, un tempo, facevano divertire i bambini ma sorridere i genitori, perché ne capivan tutti i trucchi, e perdevano la magia della vita che, da inanimata, riusciva a sorprendere.
L’ultima immagine del romanzo, da cui si trae la morale e che purificherà i cuori di “lui” e di “lei”, come una catarsi involontaria e persino fastidiosa, è quella d’una natura che paga lo scotto della violenza e della prepotenza umane e che si autoflagella, si autopunisce per salvarsi risolutivamente, presa da una cieca ira e da una rabbia che, non possiamo non immaginare, nel giro di poco tempo si riverseranno frenetiche e furiose sugli uomini che rimangono a valle, e che stanchi del cammino non trovan di meglio che ritenersi fortunati d’avere una sedia sulla quale sedere.

“Casanova” e la teoria del non promettere promesse

Giulio Gasperini
ROMA –
Denigrato e ingiustamente svilito da una critica attenta alla falsa morale Giacomo Casanova fu personaggio allietante il secolo XVIII, quando ancora l’Italia dettava una linea culturale e non destava gli scherni e la sfiducia degli altri paesi. Roberto Gervaso, leggera penna biografica, ne tratteggia con una straordinaria limpidezza narrativa la vita, nel volume “Casanova” (Rizzoli, 1974), sottotitolandolo “storia di un filosofo del piacere e dell’avventura”.
Casanova prevedibilmente si nutrì all’aria pura di Venezia. Illuminò il suo essere con le antiche prospettive delle rotte commerciali, degli orizzonti lontani, delle terre remote che la Serenissima possedeva e dalle quali traeva la sua ricchezza e quel prestigio che parve intramontabile. Venezia era una città che viveva più sul suo passato che sul suo futuro, ma “la gioia di vivere era nell’aria e tutti la respiravano”. Il suo carnevale era la concretazione più evidente di questa forza edonistica e l’amore veniva cantato persino dai gondolieri, un vero e proprio esercito che sfilava silenzioso tra le nebbie della laguna e si sfidava a colpi di rime e poemi.
Amò sempre Venezia, Casanova: la sentì claustrofobica per quel governo oligarca che non amava le diserzioni civili e temeva le personalità borderline, ma se ne strusse al ricordo quando, esule e peregrino, cercò tutti gli appoggi possibili per rientrarci o come quando, tra le brume della Boemia, guardava fuori dalle finestre della biblioteca polverosa del castello di Dux, diventata tutto il suo mondo, e scriveva in un francese, istintivo e divertito, la storia non ordinaria della sua vita. Fu città dalle scoperte sorprendenti, dai legami avventurosi, dai rapporti violenti; e nessun’altra ne resse il confronto.
Durante i suoi anni tumultuosi, Casanova sviluppò una propria, indiscutibile e assolutamente personale teoria del piacere. Un piacere che partisse da quello carnale, fisico, portato all’estremo sforzo del corpo, per allacciarsi a quello spirituale, arrivando finanche a una prospettiva di squarcio metafisico. Casanova amò tutte le donne che possedé. Le amò pur abbandonandole, perché non faceva loro mai promesse. E loro ne erano consapevoli e accettavano il gioco. Fu sempre sincero Casanova, sempre cristallino nelle sue richieste e nelle sue pretese. Come scrisse Christina Rossetti, poetessa inglese, promise me no promises / so will I not promise you, / keep we both our liberties, / never false and never true: non promettermi promesse così io non prometterò a te; manteniamo entrambi le nostre libertà: niente di falso niente di vero. Se non riusciamo a mantenerle, le promesse, direbbe Casanova insieme a Christina, meglio non farle. Ma amiamoci lo stesso, finché gli dei ci concederanno il tempo! Sicché non fu certo da biasimare Casanova, perché la libertà è supremamente migliore dell’ipocrisia.
Casanova fu tanti personaggi: difficile distinguere l’uomo dalle varie maschere. Ebbe tante professioni non perché indeciso, eternamente sofferente e insicuro, ma perché sempre arduo da delimitare in una sola auto-definizione.

Durante un’“Estate al lago” un ragazzo pensa e cresce

Giulio Gasperini
ROMA – È il racconto d’un’esperienza di crescita sentimentale, umana e anagrafica, questa “Estate al mare”, dello scrittore Alberto Vigevani, pubblicata nel 1976 da Mondadori. È una vicenda, un’analisi lucida e nitida, totalmente interiorizzata dalla figura del protagonista, un ragazzo milanese annoiato dalle nebbie e affascinato dalle vele che, leggere, pare volino sull’acqua. Giacomo amava il mare, quello toscano, dove ogni estate trascorreva le vacanze, per cercare riparo dall’umidità e dalla calura della feroce Pianura padana; un anno, però, la mèta delle vacanze cambia: non più il mare ma un suo palliativo, le rive del lago di Como. E il lago diventa lo scenario dell’addio all’età infantile.
Giacomo è un personaggio che pensa troppo; pensa forse inutilmente. Tutto il romanzo, in effetti, si edifica come un percorso senza tempo, durante il quale il sole sorge e tramonta senza marcatori temporali, quasi a sottolineare una natura più partecipante al tempo dell’anima che, piuttosto, a scandire il tempo convenzionale, quello del quadrante. La storia dell’amicizia con un ragazzo di salute cagionevole e dalla libertà limitata si sviluppa arrivando fin a sfiorare la tragedia: una febbre d’entusiasmo che punisce, come sempre, coloro che troppo si sono spinti a varcare i limiti imposti e non hanno ancora la capacità né la forza di contrastare l’imprevisto. Giacomo però si innamora, in maniera sublimata e ideale, della madre del suo amico, la cerca come un sorso d’acqua fresca, in un continuo indagare le ragioni dei propri sentimenti e della sottile sofferenza.
L’amore astratto, quello etereo e immateriale, per la donna si conclude, bruscamente, con la fuga: un mascherato atto d’amore materno, chissà se per evitare una pericolosa risoluzione. Non lo potremmo mai sapere, perché quando Giacomo torna a cercare l’amico trova solo finestre sbarrate e una cameriera che conferma la ritirata. C’è anche l’altro amore, ovviamente, in questo romanzo: se l’estate è la stagione della crescita, non si può diventare adulti senza sperimentare anche le passioni dell’amore più carnale e violento, che lasciano però Giacomo come scosso e perplesso, ancora troppo immaturo per far veramente i conti con sé stesso.
Geno Pampaloni definì il romanzo un “piccolo classico”, proprio in virtù di questo suo merito: l’analisi di Giacomo è senz’appello. Ogni passaggio presuppone il precedente e non ci si può aspettare null’altro rispetto a quello che segue, in un legame talmente stretto e dipendente tra cause ed effetti che è come assistere a un’eclissi: siamo tutti ben consapevoli di quel che avverrà ma ne rimaniamo, ugualmente, col fiato mozzato.

“Lettere di Natale alla madre” e l’appuntamento delle sei.

Giulio Gasperini
ROMA –
Per venticinque anni, dal 1900 al 1925, “fedele di anno in anno”, Rainer Maria Rilke e la madre, Sophia “Phia” Rilke, ebbero un appuntamento: non importa dove fisicamente si trovassero, alle sei di sera della vigilia di Natale si incontravano nel pensiero. E il figlio, così peregrino ma sempre affettuoso, ogni anno rammentava alla madre il loro appuntamento, in lettere di straordinaria delicatezza e premura. Passigli Editori, storica casa editrice fiorentina, nel 1996 pubblicò queste “Lettere di Natale alla madre”, che testimoniano e documentano la visione profondamente cristiana che il poeta de “I sonetti a Orfeo” e delle “Elegie duinesi” nutriva e condivideva con la madre.
Indipendentemente da dove si trovasse, anche in luoghi nei quali sentiva “maturare la arance”, Rilke sa che il Natale non è il trionfo del consumismo, tanto che spesso si lamenta e si scusa con la madre di non poterle inviare bei regali, ricercati ed eleganti, ma costretto spesso a inviare soltanto i suoi pensieri e la sua grafia. Rilke sa che il Natale è una festa “carica di prodigio e carica di mistero”; in ogni Natale – lui stesso ammette – tutto si faceva “per un attimo indescrivibilmente chiaro e prodigiosamente animato”, in un’ansia e in un bisogno di raccoglimento che lo eleva al di sopra della contingenza e gli consente di stabilire con la madre stessa una “comunicazione interiore”, una vera e propria corrispondenza-d’amorosi-sensi per dare significanza e compimento alla festa stessa del Natale, che altrimenti festa non potrebbe definirsi.
Anche attraverso gli anni duri, sofferenti, della prima guerra mondiale, durante i quali il mondo si macchiò di “complicatissima colpevolezza”, il Natale rimane sempre “la festa dell’innocenza”. È soprattutto il giorno che, in tempi di delirio collettivo, di pazzia senza senso apparente né facile possibilità di redenzione, “merita di essere il giorno più fiducioso dell’anno”, il giorno nel quale l’uomo possa riappropriarsi della consapevolezza del proprio limite (e, dunque, della salvezza), accorgendosi che “per quanto avanti possa spingersi, non giungerà mai al confine di Dio ma alla sua stessa fine”. Sicché ecco che la necessità urgente diventa quella di tornare bambini, esattamente come il piccolo Gesù che, nascendo, ha portato lo stupore e la meraviglia nel mondo, quel rispetto per ogni forma del creato e per ogni essere umano. I migliori ricordi del Natale sono, infatti, quelli del Rilke bambino, del futuro poeta che scopre le luci, i doni, la festa e le decorazioni; e che ha al suo fianco gli affetti più forti, che non possono essere altri che quelli familiari. Sicché il Natale probabilmente è soltanto questo, a prescindere dall’altrove che abitiamo: è sapere che “non è triste essere soli quando sono aperte le strade per ogni amore”.

La pace nel fiume

sidStefano Billi

ROMA – Alcuni sono convinti che esistano libri belli e libri brutti. O meglio, che alcuni libri siano più belli di altri. Come dar loro torto?

E’ innegabile che ci siano dei testi che sanno emozionare ogni uomo nel suo io più profondo, e che inoltre sappiano far aprire gli occhi al lettore. Perché l’individuo del nostro tempo spesso non vede, o vede male. E anche se osserva il mondo, spesso non lo capisce.

Ecco che allora la letteratura – quella che eleva lo spirito – diviene il faro che rischiarai giorni bui, il grimaldello che scardina la volgarità culturale che accompagna questo tempo di crisi di valori.

All’interno di quella letteratura, fulgido esempio è “Siddharta”, insostituibile romanzo di Herman Hesse, edito in Italia da Adelphi.

A voler dare una descrizione sommaria del libro, si potrebbe riassumerlo nella storia di un giovane indiano che fatica a trovare il senso della propria esistenza. Ma questa sarebbe davvero una descrizione sommaria, e sicuramente riduttiva.

“Siddharta” è qualcosa di più: è la narrazione dei profondi travagli interiori di un uomo, che scopre la fragilità della sua purezza giovanile, che sperimenta il dolore provocato dalla perdizione morale.

Adolescente in cerca del sapere profondo, il protagonista della vicenda – il cui nome rispecchia il titolo del racconto – lascia la casa del padre per diventare adulto, ma al passare degli anni non corrisponde una simultanea crescita della coscienza, e così Siddharta assaggia il sapore amarissimo del fallimento, della mancata realizzazione di quello che si sarebbe voluti essere.

Ma proprio sull’orlo del declino, il protagonista ritroverà se stesso, segno che il cammino verso la saggezza è lungo ma raggiungibile, al volenteroso che lo intraprende.

Herman Hesse crea così un romanzo indimenticabile, la cui lettura riesce a forgiare soprattutto gli animi dei giovani. Difatti, attraverso le pagine immortali di “Siddharta”, proprio i ragazzi possono capire tutto il disagio di chi ha smarrito se stesso, in cerca di un’emancipazione che poi si è rivelata soltanto un abbandono della propria purezza. E così “Siddharta” può educare il lettore a comprendere se stesso, ascoltando il rumore del fiume e del mondo, che poi è il senso della rinnovata meditazione del protagonista della storia. Allora davvero si fa chiaro come anche un barcaiolo, un umile personaggio fluviale, possa diventare un maestro che spinge alla profonda meditazione sul senso della vita.

Asciutto nei dettagli, ma chiarissimo nella sua scrittura, questo libro merita comunque di essere letto, a qualunque età, perché ha il grande merito di lasciare una sensazione di appagante serenità. Quella stessa letizia che è cardine delle filosofie orientali e in particolar modo della religione buddista, sottofondo di tutta la vita del protagonista.

“Siddharta” è uno di quei bei libri che andrebbero assolutamente letti, ed auspicabilmente riletti, come una tappa fondamentale nella vita di ogni uomo. Perché non ci si improvvisa adulti, né tantomeno si cresce solo dal punto di vista anagrafico. Proprio per questo Herman Hesse ha regalato all’umanità una storia di crescita interiore. Proprio per questo, tra le tante cianfrusaglie che circondano i vasi degli alberi di Natale, “Siddharta” può rappresentare il dono più straordinario che si possa ricevere.

“L’amore negato” e il presunto diritto alla felicità.

Giulio Gasperini
ROMA – Vero o presunto è il diritto alla felicità? È dovuto o supposto? Esigibile o auspicabile? La Dichiarazione d’Indipendenza americana, già nel 1776, sancì, con forza, che gli uomini, creati eguali, sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili “by their Creator”, tra i quali “life, liberty and the pursuit of happiness”; vita-libertà-ricerca-della-felicità. Il diritto alla felicità è anche l’assillante esigenza che muove Severa, la protagonista de “L’amore negato”, l’ultimo romanzo della ahimè dimenticata Maria Messina, edito nel 1928 dall’editore Ceschina. È così urgente la sua pretesa di felicità da soffocare gli altri istinti, da reprimerli inconsciamente, pensando unicamente al fare, all’agire, alla “roba”; proprio quella “roba” di verghiana memoria. Se, infatti, Maria Messina non può iscriversi nell’ambito della letteratura verista, è pur vero che Verga fu l’unico personaggio del mondo letterario col quale la giovane donna ebbe contatti. Maria Messina nacque, guarda caso, a Palermo, fu siciliana: sicché non le fu estranea la “filosofia della roba”, così magistralmente teorizzata soprattutto nelle novelle verghiane. Colpisce, il romanzo, infatti, soprattutto per la spietatezza della vicenda, per l’ineluttabilità dei comportamenti, per il disincanto che la vita oramai pare aver gettato nel cuore di una giovane donna e scrittrice, già consapevole che la sua malattia, la sclerosi multipla, l’avrebbe condotta a una morte attesa e prevedibile; che fu da tutti ignorata.
Severa (che bell’invenzione, il nome!, così altero e austero) disdegna la madre, la sorella, il fratello un po’ picchiato, che finisce per annegare, chissà quanto casualmente, in un fiume tumultuoso. Disdegna la loro vita di povere, le confina nelle stanze che un tempo furon ripostigli, perché il resto della casa le serve per fondare e guidare un’impresa di sartoria: soprattutto di cappellini che, all’inizio, le signore altolocate corron a comprare e farsi fare su misura; poi, virata la sorte, se ne vanno altrove, e a Severa resta l’umiliazione di veder fallire l’impresa nella quale aveva investito ogni più misero soldo di un’eredità ricevuta per grazia d’una vecchia, malata immaginaria ma abbandonata, accudita non per sincero spirito caritatevole, né per mutuo soccorso, ma per gelido tornaconto.
Fallisce, Severa, per causa sua: per la rudezza dei suoi modi, per gli scostanti atti, per una naturale superbia che le derivava dal suo pretendere, senza il minimo dubbio, la felicità. Fu troppo convinta di meritarsela, ché la sua vita era stata indefessa e rigidamente rivolta alla conquista della felicità stessa (che non si può chiamare in altro modo), in un circolo di cause ed effetti che subito, senza troppe illusione, collassò nel dolore. E anche l’amore la stordì: si illuse d’un legame mai allacciato, d’un sentimento mai provato, d’una passione mai esplosa. Si illuse e illudendosi si scoprì fragile, vulnerabile, esposta all’assedio e facile da espugnare: tutto quello che di lei non avrebbe mai voluto né vedere (lei stessa) né rivelare (agli altri).
E per vendetta, nei confronti del mondo, non si concederà la capitolazione, non si accorderà la resa; fuggirà ogni legame, soprattutto quelli familiari, e si negherà ogni altro possibile amore.

“Un uomo finito”- si è un po’ vecchi a trent’anni

Marianna Abbate
ROMA – E’ qualche settimana che mi porto dietro Un uomo finito di Giovanni Papini, tanto da stimolare la curiosità di mia sorella che mi ha chiesto candidamente se trattasse di Berlusconi. No, non tratta di Berlusconi, anche se potrebbe tranquillamente farlo, dal momento che l’argomento principale sono le manie di grandezza. L’edizione Vallecchi in mio possesso rientra pienamente nei canoni della consueta rubrica vintage della domenica di Chronicalibri, in quanto risale al 1958 e l’ho acquistata su una bancarella di Portaportese.

Veniamo dunque a noi. Giovanni Papini fu tra i fondatori della rivista Leonardo nel 1903, con Prezzolini e Vailati. Si distinse per la sua saggistica filosofica e per le polemiche con Croce.

La sua mancata fama letteraria ai nostri tempi, è probabilmente legata alla sua adesione al fascismo- probabilmente più formale che ideale.

Un uomo finito risale al 1913 ed è uno scritto autobiografico. Papini cerca disperatamente di raggiungere le vette artistiche di Shakespeare e Alighieri, per poi rimanere deluso di non essere riuscito a raggiungerle.

Il libro è composto da una miriade di capitoli, che si dipanano in parti, come in una partitura, andante, appassionato, solenne, tempestoso… Una struttura interessante anche dal punto di vista stilistico. Eppure la lettura non è facile, e mi trovo d’accordo con alcune recensioni che lo vedono più vecchio di qualche decennio rispetto agli scritti di Pirandello.

Rimane tuttavia un libro molto interessante, che ci regala un ritratto dell’Italia del primo Novecento, un po’ polemico e deludente, dandy e annoiato.