ChronicaLibri incontra Barbara Ottaviani

intervista a barbara ottaviani_chronicalibriROMA ChronicaLibri ha incontrato Barbara Ottaviani, autrice di “Acquasanta”. Ci siamo viste in un book bar dalle tonalità femminili, una location perfetta per conoscere meglio una donna forte, decisa e consapevole del proprio bisogno di scrittura.

Barbara Ottaviani, un medico che decide di scrivere un romanzo?
Non è proprio così. L’anima di medico vive con quella intimista della scrittrice forte in me da sempre, anche da prima de “I cortoracconti di Sonja”, la mia prima esperienza letteraria edita da Navarra editore nel 2006. Sono innamorata delle persone e dell’idea di prendermene cura in senso generale; lo esprimo attraverso la medicina per una parte della giornata e attraverso la scrittura per l’altra.
In “Acquasanta” ho percepito una scrittura che voleva affermare la propria sensibilità nonostante il pragmatismo di tutti i giorni, un amore che venisse fuori dalle pagine come risposta al distacco professionale. E’ così? Barbara Ottaviani attraverso “Acquasanta” esprime la sensibilità che nella vita di tutti i giorni deve mettere da parte?
Sì, se mi ci soffermo a pensare, sento di dare, nei miei racconti, molto respiro alla parte sensibile a discapito di quella pragmatica. Mentre quando sono in ospedale, sebbene di partenza dosi in modo equo razionalità e sensibilità, riconosco, alcune volte, di dover sacrificare un po’ la sensibilità per lasciare più spazio al pragmatismo, alla determinazione, che nel mio lavoro di medico devo avere. Sicuramente la scrittura mi bilancia in senso umano, ma trovo la mia definizione nell’essere un medico-scrittore o uno scrittore-medico.
“Acquasanta” è un romanzo che ha la caratteristica di poter estrarre qualsiasi capitolo e trattarlo separatamente come entità autosufficiente. E’ solo una mia impressione?
No, affatto e sono felice che arrivi al lettore. All’inizio non volevo scrivere un romanzo, quindi scrivevo dei pensieri, dei micro mondi, definendo però dei punti di contatto tra di loro. . Sentivo il bisogno di mettere su carta le emozioni, poi, lentamente, come il fluire di un suono o di un odore, la storia ha preso la sua strada esercitando il suo potere catartico su ogni cosa toccasse. Questa è la scrittura, una forza catartica, che nel momento stesso in cui si manifesta e ti cambia, lenisce il tuo dolore per il cambiamento e si prende cura del tuo bisogno di sicurezza. Posso affermare che “Acquasanta” è andato scrivendosi.
Un processo del genere, però, immagino impieghi molto tempo. Quanto è durata la gestazione di “Acquasanta”?
Poco e tanto. Poco perché i pezzi che compongono il romanzo sono stati scritti di getto, quasi insieme, e in meno di un paio di mesi in tutto. Il tempo lungo è stato quello di trasformazione per rendere tanti pezzi un unico corpo. Senza considerare la mia anima di perfezionista: “Acquasanta” è stato un desiderio da limare e modificare continuamente; tagliavo, tagliavo, cercavo la parola giusta, e poi ancora tagliavo. Volevo che restasse solo l’essenziale. Rileggendolo ora taglierei ancora altro, però mi dicono che è meglio che non lo rilegga più, altrimenti resta solo un aforisma.
La protagonista del tuo romanzo è un’infermiera che si lascia coinvolgere nella storia di una bambina in coma. Come mai questa scelta?
Uno dei primi pezzi che ho sentito il bisogno di scrivere riguardava il diario di una bambina. In quel periodo mi capitava spesso di leggere romanzi o storie in cui i bambini che parlavano si esprimevano attraverso una linguistica e una forma mentis da adulto e lo trovavo molto incoerente. Quindi ho pensato di riscattare un po’ questo mio bisogno di leggere delle parole bambine, scrivendo un diario. Poi, come si diceva prima, la scrittura ha preso il sopravvento, e sono comparsi dei pezzi in cui c’era questa donna, che bambina non era stata mai; nel lavoro di unificazione dei pezzi non ho fatto altro che farle conoscere, il resto è venuto da sé. La scelta di non far parlare la bambina se non attraverso l’indagine della donna rappresentava la sublimazione della ricerca e, secondo me, l’anima dell’indagine emotiva: non ci si conosce se c’è qualcuno che ci da già tutte le risposte. Rintracciando le briciole di pane che la bimba ha seminato lungo il suo cammino, la protagonista ritrova sé stessa.
Perché i personaggi di questo romanzo sono descritti minuziosamente ma non hanno nomi?
I nomi non ti permettono di fare completamente tua un’immagine. La madre è madre per chiunque, la bimba potrebbe essere la figlia della tua vicina di casa o tua figlia, il vecchio, affascinante e oscuro, potrebbe essere l’Uomo che esiste nella vita di ognuno di noi.
Ecco, appunto, il vecchio! Guida e amico della bambina, per il quale la protagonista prova subito una forte e strana attrazione, non ha un nome ma viene reso riconoscibile da una descrizione molto attenta del suo odore. Facci capire meglio, per te il vecchio che odore ha?
Un odore rassicurante, carismatico, molto riconoscibile, familiare. Ha un odore di casa.
Scrivi: “Ho pure spiegato le scapole, rudimentale abbozzo d’ali con le quali prima o poi spiccherò il volo”. Come è nata questa immagine?
Un giorno la mia massaggiatrice Mari mi ha letteralmente afferrato le scapole e ha provato a tenderle al limite come a volerle spiegare. A quel punto, mi è come parso che stesse estraendo le mie ali, ecco è stato allora che ho deciso di scrivere delle ali in fieri, della frustrazione che ci consuma già dal ventre materno quando le ali si trasformano in scapole “come a ricordarci che ce la dobbiamo guadagnare la possibilità di volare”! Mi piace cercare nuove dimensioni dell’anima nel corpo, così come  nella mente.
Le tre parole che preferisci?
Non ho parole che preferisco, ma preferisco di massima le parole che mi colpiscono, e cambiano di volta in volta, di contesto in contesto. E’ come nella vita, se non c’è qualcosa che mi colpisce in modo particolare non so decidermi sulle scelte da fare.

(foto di Studio Kiribiri)

“Sa che la maggior parte delle lingue africane non ha il modo condizionale né il periodo ipotetico?”. ChronicaLibri intervista Leo Finzi.

Giulio Gasperini
ROMA –
L’Africa. Ogni aggettivo, al cospetto di codesto nome, è superfluo, gravoso, impacciante. “Mama Africa” (come canta Chico Cesar) è la terra dell’origine, del primigenio, della lenta separazione dell’homo dagli ominidi. Ed è, oggi, anche la terra più in fermento, più vivace, più contraddittoria ma più potenzialmente sorprendente. ChronicaLibri ha intervistato Leo Finzi, l’autore del romanzo “L’Alhaji” (Gaffi editore): lui l’Africa la conosce bene, conosce soprattutto la Nigeria, una delle nazioni che si esagerano come dominanti e guide della riscossa africana. La conversazione che ne è venuta fuori pone degli accenti interessanti sia sul romanzo che sulla situazione geo-politica, accendendo in noi stimolanti curiosità per comprendere questo nostro mondo che dovrà assumersi la responsabilità di scelte importanti.

 

Devo subito confidare una mia simile passione per l’Africa: io son stato in Kenya, nella baraccopoli di Huruma, per una manciata di settimane, ma nonostante la breve permanenza ho sviluppato fin da subito quello che, poeticamente, gli antichi battezzarono il “mal d’Africa”. Io so cos’è, me lo sento sottopelle un po’ tutti i giorni della mia quotidianità: vorrei però che lei lo spiegasse, considerando che, in Africa, ha trascorso molto più tempo di me.
Dunque, il “mal d’Africa”. Credo vi siano diverse componenti che si fondono a comporre questo sentimento di attrazione, fascinazione vagamente malinconica e quasi nostalgica che gli europei hanno chiamato “mal d’Africa”. L’aspetto più interessante e anche più profondo di questo stato d’animo è secondo me quel particolare senso di straniamento che produce in un europeo l’immergersi in un ambiente naturale e umano percepito, a torto o a ragione, come “primitivo” (dando a questa parola una connotazione tutt’altro che negativa). L’Africa, sia nella natura che negli uomini, rappresenta per un europeo uno stato più basilare, meno assoggettato alle regole della civiltà e quindi meno convenzionale, più misterioso e imprevedibile, meno utilitario, più terribile per certi aspetti, ma anche più innocente, meno spiegato e al tempo stesso più vero. L’Africa rappresenta quasi uno stato anteriore e una componente del “mal d’Africa” è una sorta di nostalgia del caos che precede l’ordine umano, e pare più vicino alla verità. Situazioni diversissime contribuiscono a creare questa percezione: dal contatto quotidiano, crudo e quasi brutale, coi problemi basilari, di sopravvivenza umana, in cui ci s’imbatte di continuo, tanto nei minuscoli villaggetti sperduti nel bush quanto nelle terribili bidonville delle metropoli africane; alla natura così poco umanizzata e tanto più presente; alle forme di cultura; al rapporto con il tempo: sa che la maggior parte delle lingue africane non ha il modo condizionale né il periodo ipotetico? Ovvero non ha le forme grammaticale e sintattica attraverso le quali un europeo, tramite il linguaggio, cerca d’introdurre una logica e un ordine nel tempo a venire.

 

Oltre alla cultura, alla storia, a forse, come ha osservato anche lei, un senso di ritorno alla primigenia culla evolutiva che l’uomo sente per le terre dell’“Africa nera”, i tempi si evolvono e anche l’Africa sta evolvendo. La Nigeria è, come ho scritto anche nella mia recensione, una terra dalle potenzialità impressionanti; ma dalla profonda confusione politica e dall’ancora più irrisolvibile intolleranza sociale e religiosa. Lei che la conosce così bene potrebbe magari illustrarci un po’ più chiaramente la situazione di questo stato che potrebbe, realmente, candidarsi a diventare una potenza assoluta?
È vero che l’Africa sta evolvendo. E la Nigeria è, anche in questo – cioè nel contrasto tra i retaggi della civiltà tribale, l’identità culturale originaria africana, la sua “primitività” e, d’altra parte, la giusta aspirazione allo sviluppo economico e sociale, attraverso l’inevitabile e talora traumatico assorbimento di una cultura che non ha prodotto – un paese emblematico dell’Africa post-coloniale. Con i suoi 160 milioni di abitanti, la Nigeria è il paese più popoloso del continente. Una nazione potenzialmente ricca e forte, perché ha il petrolio, e lo sfrutta da molti anni. Non è, quindi, l’Africa povera. È un paese a sua volta pieno di contraddizioni, la cui popolazione è l’amalgama di molte etnie diverse; un paese diviso letteralmente in due tra un nord radicalmente musulmano e un sud fortemente cristiano, periodicamente insanguinato da scontri etnici e religiosi. È uno dei pochi paesi africani ormai dotato di un embrione di economia “moderna” sviluppata, interamente amministrata da neri e che cerca anche di acquisire un ruolo sul piano internazionale, ma dove persistono, al tempo stesso, una fortemente radicata cultura tribale e vastissime aree di povertà e di arretratezza, di economia primitiva. Anche per questi forti contrasti, credo che la Nigeria possa essere considerata un po’ un laboratorio dello sviluppo dell’Africa post-coloniale. Un Paese che da un lato ha già raggiunto un fortissimo grado di urbanizzazione; un Paese in cui, d’altra parte, accanto alla gente povera delle città – le plebi urbane che si ammassano nelle sterminate e atroci bidonville dove si vive senza servizi igienici, ma magari sui tetti in lamiera delle baracche spuntano le parabole satellitari e tutti usano il telefonino – a distanza di pochi chilometri vi sono villaggetti di capanne di paglia e fango che campano d’allevamento brado e di piccola agricoltura, legati a un’economia tribale di sopravvivenza, dove vive ancora buona parte della popolazione. Però, tra queste due fasce ancora largamente maggioritarie della popolazione, si va inserendo il cuneo spingente di una sorta di classe media ormai abbastanza solida, sicuramente la più numerosa e diffusa dell’Africa; la classe di quelli che forse ormai ce l’hanno fatta a uscire dalla povertà, hanno un impiego in qualche banca o ministero o impresa, vivono in una casa decente, posseggono una macchina e magari risparmiano per comperarsene una migliore, o per mandare almeno uno dei figli all’università, magari all’estero.

 

L’ho paragonata a Conrad. E ho accostato il suo “L’Alhaji” a “Cuore di tenebra”. Ovviamente, andrebbero fatte tutte le distinzioni del caso, ma credo che le funzioni dei due libri siano più o meno similari. Ho scritto nella mia recensione che, così come Conrad “denunciò il feroce colonialismo ottocentesco, scarsamente documentabile e, per questo, difficilmente rimproverabile dai suoi contemporanei, ‘L’Alhaji’ illustra, con un piglio giornalistico ma con un’architettura raffinatamente narrativa, il colonialismo dell’oggi, del presente, dei nostri anni Zero”. Mi pare superfluo chiedere se ha letto Conrad, ma più interessante sarebbe sapere se le garba e se, in qualche maniera, la lettura dello scrittore polacco abbia effettivamente influito sulla sua scrittura.
Conrad è uno dei miei autori preferiti e “Cuore di tenebra” uno dei suoi libri che più ho amato. Il solo fatto che lei li menzioni con riferimento a “L’Alhaji” mi fa naturalmente un enorme piacere. Conrad è uno dei grandi scrittori che rileggo di frequente e che più hanno contribuito alla mia formazione letteraria. Se poi devo provare a individuare in cosa, nello specifico, Conrad abbia influito su “L’Alhaji” o più in generale sulla mia scrittura, sarei portato a indicare almeno due aspetti. Il primo è la forma dei conflitti morali e dei contrasti interiori che caratterizzano i grandi personaggi di Conrad, il modo ellittico e mai chiaramente risolto in cui Conrad stesso li descrive, come girandovi ripetutamente intorno, tenendosi a rispettosa e prudente distanza, come un marinaio che circumnavighi coste frastagliate e pericolose, delineando senza pretendere di penetrarlo il nocciolo irrazionale che quei conflitti contengono e che di fatto determina l’azione del racconto e il destino dei personaggi. Il secondo è la corrispondenza intermittente – ora ossessiva, ora catartica e liberatoria – tra la descrizione di quei conflitti e la descrizione della natura (nel caso di Conrad la grande Natura del mare, con le sue forze immense, le sue imperscrutabili tempeste e bonacce). La natura è una componente attiva e determinante nella scrittura di Conrad e fa metaforicamente da specchio, narrativamente da teatro e compositivamente da contrappunto ai conflitti umani raccontati nei suoi libri. Basterebbe, per fare un esempio, la meravigliosa citazione da Baudelaire che Conrad premette alla sua più bella storia di bonaccia, “La linea d’ombra”: “… D’autres fois, calme plat, grand miroir. De mon désespoir”. E visto che siamo in tema, mi permetto un’altra citazione da Conrad, sempre a proposito d’inspiegati conflitti morali; è la conclusione del capitano Giles, ancora dalla “Linea d’ombra”: “…. un uomo proprio deve affrontare la sua cattiva sorte, i suoi errori, la sua coscienza. Perbacco, contro che cosa vorreste lottare altrimenti?”

 

Non ci son soltanto la Nigeria e l’economia, nel suo romanzo. Ci sono anche dei rapporti umani, dei legami tra uomini e donne, tra uomini e uomini, tra donne e donne. C’è, insomma, una fitta e densa umanità che si caratterizza per i rapporti burrascosi e per i legami un po’ fragili e un po’ ricattanti, sempre al limite della sopportazione e del collasso. Ha inteso presentare questi personaggi come pura fiction, da collocare nel setting dell’Africa, oppure tali rapporti sono, per così dire, un correlativo oggettivo della difficile situazione della Nigeria stessa?
Il personaggio dell’Alhaji racchiude certamente in sé quel conflitto tra primitività e modernità, tra l’originaria cultura tribale e l’ancestrale comunione con la natura da un lato, e l’aspirazione allo sviluppo e il conseguente assorbimento di una cultura estranea, nonché il rapporto utilitario con l’ambiente dall’altro, di cui si parlava poc’anzi e che sono alla radice delle contraddizioni non solo della Nigeria, ma direi di tutta l’Africa post-coloniale. “Alhaji” è il titolo che in Nigeria prendono i musulmani che si sono recati in pellegrinaggio alla Mecca. Ha finito col diventare una sorta di titolo onorifico di cui si fregiano alcuni esponenti di ricche e potenti famiglie musulmane. L’Alhaji – capo della sua comunità, leader politico legato alle tradizioni della sua terra e della sua gente e, al tempo stesso, moderno business man che ha studiato in Inghilterra e fa affari in giro per il mondo – incarna questi contrasti, questo coacervo di contraddizioni, e mette in mostra le lacerazioni profonde che le due istanze contrapposte di cui parlavamo aprono nell’identità degli africani. Ma vi sono anche altri contrasti forti che caratterizzano i rapporti umani descritti nel libro. Attorno all’Alhaji si svolgono vicende perlopiù interpretate da bianchi, ed è giocoforza dal punto di vista di un bianco che tali vicende vengono narrate. Però i bianchi dell’Alhaji, a cominciare da Nevio, sono tutti dei transfughi, appartengono a una di quelle enclavi straniere che s’impiantano, per breve o lungo tempo, in Africa. È un mondo di frontiera, in cui il tema razziale, il rapporto tra bianchi e neri, fa da sfondo a ogni cosa e l’incontro ravvicinato, spesso abrasivo, tra civiltà e culture molto lontane tra loro, scuote i fondamenti morali dell’una e dell’altra e genera un’atmosfera di valori rarefatti, come una sorta di terra franca in cui è facile perdersi.

 

Proprio sull’Alhaji volevo rivolgerle l’ultima domanda. In parte ha già risposto, ma vorrei un po’ approfondire questa figura, per noi, remota anche nella definizione. L’Alhaji: la figura emblematica del potere, di chi e di come lo detiene. Una figura che imbarazza ma che esiste; e se esiste è per gran parte colpa della società occidentale, quella che, fino a poche settimane fa, pareva invincibile e insostituibile. Il crollo, nemmeno troppo lento e oramai inevitabile dell’anziana Europa e del vecchio modello capitalistico che conseguenze avrà, secondo lei, sul fragile equilibrio dell’Africa e, in particolar modo, dei paesi che, più di altri, avrebbero le risorse per esagerarsi potenze d’un futuro non molto lontano?
Quando ho cominciato a scrivere l’Alhaji, il punto di partenza è stato molto semplice. Noi europei abbiamo una visione pregiudiziale dell’Africa: è il continente che conosciamo meno e ce lo raffiguriamo come una terra di povertà, bisognosa di aiuto, di assistenza sanitaria e alimentare, di guida allo sviluppo, di programmi di aiuti; una terra di popolazioni in fuga, di emigranti e rifugiati che malvolentieri accogliamo in casa nostra, di bambini da adottare a distanza, di popoli affamati cui fare la carità, che hanno bisogno del nostro sostegno perché ancora incapaci di camminare con le proprie gambe. Bene, mi sono detto, proviamo a scrivere la storia di un africano ricco; di un africano potente, autonomo e forte e proviamo a descrivere i meccanismi del potere in Africa, che forse gli europei si illudono ancora di controllare, mentre io credo che ormai da decenni – per fortuna degli africani – non sia più così. E così è nato l’Alhaji. Non ho dovuto inventare molto, perché avevo sotto gli occhi situazioni non troppo diverse da quelle che ho raccontato. È venuto addirittura fuori (ma le assicuro, non per scelta ideologica bensì per rappresentazione realistica ed economia narrativa) un rapporto servo-padrone rovesciato, in cui Nevio (bianco) è assoggettato all’Alhaji (nero). Voglio anche aggiungere che, sotto questo aspetto, mi ha fatto molto piacere scrivere una storia di orgoglio africano. L’Africa ha sempre avuto una sua cultura e una sua organizzazione sociale, e quindi anche una sua propria struttura del potere. È forse una novità per noi europei (ma non credo che lo sia per gli africani) scoprire che da anni ormai, e sempre più, si vanno affrancando dalla tutela bianca. Il fatto che questo vada di pari passo col declino dell’Europa e forse con l’ascesa dell’influenza di altre potenze in Africa (in particolare la Cina, che da tempo penetra sempre più a fondo nel continente africano e ha un gran bisogno delle sue materie prime) secondo me è solo marginale: l’Africa oggi è cambiata, è autonoma; indipendentemente da quello che gli altri (europei, cinesi o americani) fanno attorno a lei, ha ormai una sua economia, che tutti gli indicatori danno in espansione (anche più rapida delle economie asiatiche); inoltre ha una popolazione giovane, che cresce a un tasso che oggi non ha riscontro in nessun’altra area del pianeta. Certo, i paesi africani sono ancora pieni di contraddizioni, di enormi difficoltà, di contrasti violenti; ma le difficoltà sono anche opportunità e c’è effervescenza in numerose nazioni dell’Africa, assai più di quanta ve ne sia mai stata prima. Tornando al libro e alla prima parte della sua domanda, attraverso l’Alhaji ho cercato di dare una rappresentazione del potere in un paese-guida dell’Africa, la Nigeria. Ho tentato di illustrare i suoi meccanismi, con un taglio realistico-oggettivo, provando ad astenermi da qualunque giudizio morale. Credo che il risultato sia stato narrativamente ambiguo: l’Alhaji, pur dando il titolo al libro e pur avendo molte pagine a lui dedicate, come personaggio è forse il meno definito del romanzo (credo che diversi altri personaggi, magari descritti in poche pagine, siano più intensi). D’altra parte, l’Alhaji fa come da veicolo per illustrare alcuni aspetti della società nigeriana e per investigare la forma che prende il potere in un contesto come quello nigeriano, dove i retaggi di una cultura arcaica e tribale (di cui il popolo, e quindi anche necessariamente chi, come l’Alhaji, aspira a guidarlo, è portatore) si mescolano o si scontrano con le esigenze dell’economia di un moderno paese petrolifero e anche con le genuine aspirazioni di quello stesso popolo allo sviluppo, all’uscita dalla povertà, al benessere. I contrasti e le contraddizioni interiori dell’Alhaji sono i contrasti e le contraddizioni del suo popolo e sono un dato storico oggettivo che l’Africa non può evitare di affrontare.

“Cronache da un mondo (im)possibile”: intervista a Frank Solitario. Ma davvero, come ti chiami?

intervista Frank SolitarioGiulia Siena
ROMA
–  “Cronache da un mondo (im)possibile” è un romanzo costruito su racconti ironici e a quasi paradossali, un libro nel quale confluiscono ironia, dolcezza e sguardo analitico. Dietro le “Cronache” c’è la penna di Frank Solitario, uno pseudonimo che cela un abile comunicatore/osservatore.
Appena lo incontro, non contenta del nome d’arte, gli chiedo curiosa il suo vero nome… nulla da fare, Frank rimane sul vago. Ma ho l’arma dell’intervista: non potrò scoprire il suo vero nome, ma tutto il resto sì!

 

“Cronache da un mondo (im)possibile” si apre con diversi racconti suddivisi in “venti stanze”, tu quale stanza preferisci?

La ventesima.
Dalle pagine emerge una dolcezza particolare. E’ così?
Si, è tutto così ironicamente e drammaticamente fuori posto in quel racconto (Un futuro remoto): l’editoria ottusa e miope, l’autore tronfio che pensa di fare capolavori d’avanguardia (io stesso), gli stupidi compromessi per diventare qualcuno che non sei.
Un racconto intenso è quello dei due manichini che si innamorano. Come è nato quel racconto, cosa ti ha spinto a dare vita a due esseri inanimati?
I manichini prendono il posto di uomini e donne che smettono di essere vivi poiché perdono la capacità di provare sentimenti. Ho sentito subito che alla deumanizzazione potesse fare da contraltare l’anima profonda e commovente degli oggetti inanimati.
Il tuo romanzo procede per figure, cioè tutti i racconti diventano “visibili” agli occhi del lettore.
Il mio è un approccio visivo; scrivo così come si gira un cortometraggio. Una volta che fisso l’immagine iniziale poi tutto si svolge indipendentemente da me. Quando tutto si è svolto è necessario dargli una forma narrativa, altrimenti non si ottiene qualcosa di significativo. La mia scrittura nasce dall’emotività e poi viene rivista, sviluppata in base al mio stile narrativo.
Quindi il senso fondamentale per te è?
E’ la vista. E’ fondamentale perché con la scrittura doni immagini, sei il regista di un film che il lettore riproduce secondo la sua sensibilità  leggendoti. Con la scrittura puoi far vedere quindi; rispetto alla cinematografia hai il vantaggio di lasciare decidere al lettore come immaginare quello che tu gli stai descrivendo.
Il racconto per me cruciale del tuo libro è quello in cui un vecchio nobile decaduto si alza tutti i giorni per aprire e chiudere a fatica le finestre delle sue venti stanze. Questo personaggio è la personificazione di un’attesa?
Questo personaggio è attesa e lotta. L’uomo nella sua vecchiaia, ormai stremato dalla vita, per me è un personaggio epico. Nonostante la consapevolezza della mancanza di senso dei suoi giorni, ogni mattina lotta con tutte le sue forze per conquistarlo un senso, è un eroe epico che non sa accettare l’ arrivo del buio.
Accanto a te in questo libro c’è stato il lavoro di consulenza di Veruska Armonioso, editor dell’Agenzia Letteraria Verba. Come avete lavorato e in cosa è cambiato “Cronache..” dopo il lavoro con la Armonioso?
Veruska è intervenuta sul testo solamente per perfezionare alcuni dettagli rispettando il mio stile. Credo che l’editing debba essere solo un lavoro di limatura senza snaturare il carattere dell’autore. L’editor è colui che serve anche a tirar fuori, a plasmare il carattere di un autore che ha già in sé molta forza espressiva. L’autore deve riconoscere la piena autorità dell’editor per tutto quanto non ha a che fare con il suo stile di scrittura. Struttura del manoscritto, copertina e molte altre cose che contribuiscono a rendere inattaccabile il tuo lavoro dal punto di vista formale. Veruska in “Cronache da un mondo (im)possibile” mi ha aiutato ad individuare un filo che intrecciasse tutti i racconti in un unico romanzo. Un procedimento fondamentale soprattutto in Italia dove c’è una diffidenza di fondo verso i racconti.
E qual è il fulcro del tuo romanzo?
La presa di coscienza del percorso dell’esistenza. Ogni personaggio affronta le tematiche fondamentali dell’esserci, in fasi della vita diverse. Rimango sempre più colpito dal modo in cui la gente percepisce la realtà. Le persone si lasciano coinvolgere molto di più dalle morbose immagini dei media, dalla fiction costruita intorno alle notizie che dalla propria vita. Vorrei far distogliere lo sguardo dalla realtà rappresentata in modo morboso e riportare l’attenzione su di una finzione narrativa che spera di essere talmente interessante da farci perdere prima e ritrovare poi.
Pretenzioso?
E’ solo il modo in cui si comunica verso l’esterno che può essere pretenzioso. L’ideale espressivo a cui aspiro è quello di comunicare con diversi strati di profondità a seconda dell’interpretazione del lettore, ma di arrivare in qualche modo a più persone possibile. 

Che cos’è la comunicazione per te?
E’ solo un mezzo a disposizione per veicolare un contenuto.
E’ fondamentale non ingannare il lettore come fanno alcuni critici letterari su stimati giornali; qualche giorno fa è stato dato voto 10 all’ultimo libro di Faletti; assegnare 8 sarebbe già stato uno sproposito, ma un 10 significa perdere ogni freno inibitorio.
Non oso pensare a quale voto si potrebbe dare ad una riedizione della Divina Commedia.
Come sei arrivato a pubblicare con Il Foglio Letterario?
Ho conosciuto l’editore, Gordiano Lupi, attraverso il suo libro “Nemici miei” e l’ ho subito amato. Mi sono detto: chi è questo pazzo che si presenta al mondo editoriale facendosi odiare da tutti? Devo conoscerlo.
“Cronache da un mondo (im)possibile” è il secondo libro che pubblico con questa casa editrice toscana dopo “Storie ai minimi termini”.
Loro partendo dalla gavetta sono riusciti a portare due libri in finale al Premio Strega. Speriamo nei detti popolari e nella cabala.
Le tre parole che lo scrittore Frank Solitario ama?
Niente, nulla e zero. Ma non le scrivo mai proprio perché le amo.
Perché, tendi a tutelare ciò che ami?
Oscillo tra due opposti inconciliabili: il Nulla e il Tutto. La scrittura è forse il mio punto d’ equilibrio.

Intervista ad un autore “Clandestino”

Marianna Abbate
ROMA – Vi ricordate la recensione del “Clandestino” (Edizioni Sonda) che ho pubblicato a novembre? E’ inutile che annuiate, andate a rinfrescarvi la memoria e poi tornate su questa pagina a leggere la simpatica intervista all’autore, che serve fondamentalmente a dimostrare che io non ho capito nulla delle intenzioni dello scrittore. Ma d’altronde non è forse questo il destino di ogni critico che si rispetti? Chissà cosa ne penserebbero Dante e Leopardi di tutte le dietrologie prodotte sulle loro opere. Allora perché non approfittare del fatto che l’autore possa risponderci di persona e non correre a intervistarlo? Ecco a voi Ferdinando Albertazzi.

Quali sono gli ingredienti di un buon giallo?
Tono, brillanza e purezza son gli “ingredienti” che differenziano qualsivoglia colore dai suoi “gemelli”. Vale dunque anche per il giallo, che sia colore o… genere letterario.

Perché ha scelto di scrivere per i ragazzi?
Non scrivo affatto per i ragazzi. Non in esclusiva, almeno. Il fatto che nelle mie storie ci siano ragazzi in pagina non significa che siano destinate unicamente a loro. Altrimenti là dove in pagina ci sono invece cani, gatti o maiali, dovremmo considerarle storie per cani, gatti e maiali… Scrivo, questo sì, i ragazzi, indagati soprattutto lungo il frastagliato  percorso verso l’adultità e quindi insieme ai “grandi”. Se una storia che “punta” preferenzialmente i ragazzi non ha almeno qualche valenza anche per gli adulti, è una storia da cestinare.

Quali sono le differenze tra un noir per ragazzi e uno per adulti?
Per come si stanno differenziando le generazioni, per certe impensabili disinvolture “guardonesche” e non solo che mostrano i ragazzi, direi che, paradossalmente, un noir anche per ragazzi deve essere assai meno ingenuo di quello che va a infoltire il catalogo “per adulti”.

Lei insegna in un corso di scrittura creativa: quali consigli si sente di dare a chi vuole iniziare a scrivere, in particolare per i ragazzi?
Non aver paura di avere il coraggio di provarsi, di scommettere contro la pagina bianca. Senza smettere, al contempo, di leggere tanto e senza accontentarsi dei risultati che si pensano già raggiunti. Usare insomma molto il cestino della carta straccia, nella consapevolezza che il difficile non è cominciare bensì durare e che  il temperamento e la qualità letteraria sono tra i fattori decisivi della durata.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Le scrivono, vengono alle presentazioni? Come sono, insomma, i giovani lettori?
Durante gli incontri, quelli che hanno la lettura nel DNA sono curiosi e avidi, desiderosi di farsi prendere dalle narrazioni. Quelli che, al contrario, si avvicinano alle storie in pagina con scarso entusiasmo o sono addirittura refrattari,  si lasciano però catturare dai laboratori musicali che Gabriella Perugini ha ideato e realizza per i miei libri. Diversi a seconda delle storie, ovviamente. Sono per lo più proprio quei ragazzi lì, quelli che non leggono volentieri o non leggono affatto, ad apprezzare gli incontri attraverso i laboratori musicali (soltanto così, d’altronde, parlo dei miei libri con i ragazzi), dove sono peraltro artefici. “Ah, ma se si può leggere così, allora…”, commentano stupiti e invogliati. Ed è una conquista davvero promettente, quella che principia dai loro sguardi magari di ironica sufficienza, via via accesi da un incredulo interesse…

 

 

ChronicaLibri intervista Nadia Turriziani

Alessia Sità
ROMA Nadia Turriziani, autrice del romanzo “Gli occhi dell’Amore, pubblicato da Sangel Edizioni, si racconta a ChronicaLibri. In modo vero e sincero, la scrittrice parla della propria esperienza personale, spiegando come essa rappresenti il filo conduttore di tutti i suoi racconti.

Cosa ha ispirato “Gli occhi dell’amore “?
Il libro “Gli occhi dell’amore” è stato ispirato da storie vissute personalmente o da racconti ascoltati con maniacale interesse da amiche e conoscenti. Racconti strazianti che mi hanno colpito direttamente al cuore lacerandolo o, in altri casi, racconti esilaranti o di pura fantasia che mi hanno fatto sorridere e a volte riflettere.

Nel suo libro, lei affronta tematiche molto delicate, che ancora oggi rischiano di essere dei veri tabù sociali. La scrittura può, dunque, essere un modo per esorcizzare la paura, l’ipocrisia, l’indifferenza? Può essere utile nella lotta contro “il male di vivere” che affligge sempre più spesso l’anima e il corpo?
Il vero scopo di questa raccolta di racconti era appunto quello di lasciare un segno.Non sempre è facile parlare di tematiche delicate quali ad esempio l’omosessualità, il tradimento, le sette sataniche, il sesso vissuto dai propri figli, ma farlo e riuscire ad andare oltre quelle barriere psicologiche che la società ha creato attorno a noi è stata una grande soddisfazione.
Lei mi chiede se la scrittura può essere un modo per esorcizzare la paura, l’ipocrisia e l’indifferenza ed io senza ombra di dubbio le rispondo di sì.
Quale arma migliore abbiamo, se non la scrittura, per evidenziare i disagi dell’anima e del cuore non tralasciando ovviamente i disagi del corpo. Da ex anoressica posso confidarle che scrivere un racconto di anoressia mi è stato di grande aiuto per uscire, con sforzi e tante lacrime, da quel periodo bruttissimo in cui, a causa della morte di mio padre, ero caduta.
Mi sono resa conto di aver chiesto aiuto a un’infinità di persone: a mio marito, al mio medico di fiducia, a un bravo psicologo ma un giorno a tavola con la mia famiglia ho guardato in volto i miei tre figli ed ho giurato a me stessa che ce l’avrei fatta da sola.
Così è stato. Un rigatone alla volta, una porzione sempre più abbondante sul piatto, tanti sforzi e tanta pazienza ma alla fine ne sono uscita.
Mi sento una privilegiata però, molte altre ragazze, i cui racconti ho ascoltato con attenzione, o non ce l’hanno fatta o stanno ancora combattendo questo terribile male.

Lei parla dell’amore a 360 gradi, analizzandone i mille volti che esso può avere: da quello fra uomo e donna, a quello di una madre, a quello disperato… Quanto è difficile scrivere di amore? Non ha avuto il timore di scadere nel banale o nel retorico?
Scrivere d’amore può essere difficile solo se non si ama veramente.
Io amo la vita, il mio lavoro, la scrittura, la mia famiglia e in particolare i miei figli, lo sport e tanto altro e scrivere di quello che provo raffrontandomi con queste realtà non mi ha mai spaventata.
Il timore di scadere nel banale o nel retorico l’ho avuto a ogni frase scritta ma ho voluto correre questo rischio perché l’amore non è mai banale e parlarne non deve assolutamente rappresentare un male.

La sua esperienza personale si riflette in qualche modo sui personaggi da lei descritti?
Indubbiamente sì. Ogni personaggio rispecchia una parte di me e del mio essere donna.La madre che lotta per i figli, la donna moglie e amante, la scrittrice, la mamma che soffre per i propri figli. Ho sofferto nello scrivere il racconto sui gay. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato cosa possa mai provare un genitore nello scoprire la vera natura sessuale del proprio figlio. Ho sofferto anche nell’immaginare come possa essere difficile per un adolescente rendere partecipi i propri genitori delle sofferenze subite a causa della propria natura. Rispetto le scelte di ognuno ma ammiro il coraggio di quei genitori. Sono terrorizzata dall’AIDS e nel racconto “Dagli occhi una sola lacrima” ho parlato di una storia realmente accaduta che mi ha sconvolto molto. Sono spaventata dal futuro e sapere consapevolmente che si invecchia e che i propri figli invece crescono e diventano indipendenti mi ha ispirato nella scrittura di “Amore eterno o sesso?”. Vorrei poterle parlare di tutte le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere ogni racconto ma rischierei di diventare logorroica e quindi posso solo invitare i lettori a leggere e, chiudendo gli occhi per un attimo, a immedesimarsi in quegli scenari e nelle storie descritte.

Come definisce la sua scrittura? Qual è il tratto caratterizzante?
Vera. Mi viene solo questo aggettivo. Quando scrivo di fiabe navigo inventando e sognando, in questo caso con “Gli occhi dell’amore” ho descritto la vita reale e mi sono discostata dalla realtà pochissime volte e solo per evitare di palesare storie vere e facilmente riconoscibili. Il mio tratto caratterizzante? Sono una donna semplice, in primis una mamma, e quando scrivo lo faccio solo per appagare me stessa e soprattutto con una grande speranza nel cuore, colpire il cuore dei lettori e renderli partecipi dei miei racconti senza annoiarli.

Tre aggettivi per definire “Gli occhi dell’amore”.
Toccante: ogni storia ha dietro di sé un vissuto e a volte delle grandi sofferenze.
Autentico: parla di storie vere, genuine, vicine alla realtà.
Esilarante: alcuni racconti sono bizzarri ma divertentissimi.

 

Chronica Libri intervista Matteo Fini, autore de "Non è un paese per bamboccioni"

Stefano Billi

ROMAChronicaLibri ha intervistato Matteo Fini, autore insieme a Alessandra Sestito dell’interessantissimo libro “Non è un paese per bamboccioni” pubblicato da Cairo Editore.
Attraverso risposte sagaci e sincere, il suo libro diventa ancor di più un vademecum essenziale per tutti coloro che, nel centocinquantesimo anniversario dell’Italia, hanno bisogno di riscoprire le eccellenze e i talenti nascosti tra le pieghe del patrio “scarpone”.

Qual è stata l’ispirazione che ti ha portato a raccogliere le storie scritte nel tuo libro?
Più che un’ispirazione, un’esigenza. Personale prima di tutto. Ossia capire se tutti là fuori erano sfigati come noi!
Leggendo i giornali e guardando la tv sembra così e allora ci siamo chiesti se invece in giro non ci fossero ragazzi in gamba che contando sulle proprie forze e nonostante il Paese nel baratro fossero riusciti a trovare una loro strada.

In “Non è un paese per bamboccioni”, certe vicende sono contraddistinte dalla circostanza per cui alcuni traguardi raggiunti dai protagonisti delle storie sono

realizzati attraverso collaborazioni tra giovani.
Sto pensando, per esempio, all’incredibile avventura di Federico Grom e di Guido Martinetti. Ecco, la scrittura a “quattro mani” di questo libro, quanto ha influito sulla riuscita finale del libro?
In realtà il discorso qui è un po’ strano. Poichè io e Ale benchè fossimo rinchiusi sul balconcino di casa mia non abbiamo scritto insieme bensì ognuno aveva le sue storie e infatti se uno avesse voglia di metterci attenzione può notare due stili di scrittura molto differenti. Però ovviamente ce le siamo lette e commentate e non son mancate le stilettate! Io credo di averle cassato completamente una storia che non mi convinceva per nulla e lei più di una vo
lta ha criticato alcune mie scelte stilistiche. Siamo completamente differenti: lei solare, entusiasta, io pessimista, cupo, lei ama l’Italia, io la odio, lei però intanto è a Londra…. e io al Santa Rita a Milano. Lei ama le parole, i colori, io il ritmo e gli accenti. Ma ci stimiamo così profondamente che ogni critica e ogni sfumatura era vista in un’ottica costruttiva e comunque ancora oggi ce ne diciamo di tutti i colori!


Come sono state selezionate le storie di talenti italiani da inserire all’interno di “Non è un paese per bamboccioni”?
Beh, dopo una prima ricerca (non banale visto che nessuno parla di storie se non sei perlomeno reduce dal GF….) tra google, gli amici e qualche magazine non standard, abbiamo selezionato un po’ di ragazzi provenienti da tutta Italia e divisi in vari campi della vita e del lavoro. E siamo andati a conoscerli, ovunque fossero! Volevamo rappresentare il più possibile un ampio spettro di mestieri. Abbiamo dovuto cassare anche qualche storia! Non perchè fosse meno valida dal punto di vista del valore, ma debole dal punto di vista letterario.

Hai già in programma qualche nuovo libro?
Sì, mi sono ripresentato da Cairo con una dozzina di idee. Il direttore dieci le ha cestinate, ma un paio gli son piaciute per cui sto cominciando a metterci la testa. Non posso dire di più però sarà una cosa completamente diversa e, diciamo, legato alla mia vita precedente.
Però l’onda di “Non è un paese per Bamboccioni” non si è ancora fermata e potremmo avere ancora delle sorprese…

Perché i nostri lettori dovrebbero leggere il tuo libro?
Non so se è un buon motivo per leggerlo però io ogni volta che finivo l’intervista con uno dei protagonisti del libro mi dicevo: “Ma cacchio guarda che bravo questo qui! Ma allora ce la posso fare anche io!!” e me ne tornavo a casa con una carica incredibile. Mi è successo anche con ragazzi lontanissimi dal mio mondo lav
orativo, penso a Ruggiero Mango, il cardiologo, o Massimo Fubini, l’informatico, o Laura Torresin, la cuoca trevigiana. E tutti gli altri.
E sai cos’è la cosa bella? Che magari trovi proprio nelle storie più distanti un suggerimento, un input, un flash, un’intuizione che poi ti torna utile nella costruzione del tuo di percorso.

Intervista a Vincenzo Lerro – Lineadaria Editore: dalla provincia il libro come mezzo di confronto


Agnese Cerroni
Roma – Correva l’anno 2005 quando Vincenzo Lerro e Domenico Calvelli raccolsero il guanto di sfida; con l’obiettivo di creare un nuovo polo editoriale nello spazio culturale biellese, avviarono le attività della casa editrice Lineadaria. Agli amici di Chronica Libri, i soci fondatori si raccontano.



Perché la scelta di far nascere una casa ed. in provincia?

Perché sono convinto che la provincia sia sempre una grande fucina di idee, di esperienze e, in definitiva, di vissuto. Nel piccolo, c’è sempre, anche se in nuce, tutto ciò che avviene anche nelle grandi città e che, però, non ha la minima risonanza.
Perché nella mia provincia, Biella, non esisteva una casa editrice che avesse un settore ragazzi di livello, né tanto meno una distribuzione nazionale. Ma soprattutto perché, arrivando dal mondo del giornalismo ed essendo un lettore onnivoro, fondare una piccola casa editrice era il mio sogno nel cassetto.


Qual è la proprosta editoriale di Lineadaria?

La proposta di Lineadaria è compendiabile nella Qualità, del contenuto e del contenitore: testo, illustrazioni e prodotto complessivo. Per me il libro non è mai un fine, ma sempre un mezzo per creare nuove occasioni di confronto: dai nostri libri nascono incontri con gli autori, laboratori didattici, spettacoli teatrali e tutto ciò che da un libro possa prendere spunto.


Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?
Autori emergenti perché mi piace scommettere sulla novità: uomini e donne nuovi. l’Italia è piena di gente che scrive: tanti non meritano la pubblicazione, qualcuno sì, ma spesso quel qualcuno non riesce a trovare sbocchi possibili per emergere ed in questo senso l’editoria a pagamento non aiuta, anzi: dal mio punto di vista oltre ad inquinare il mercato, rischia di livellarlo verso il basso (oltre a risolversi, troppo spesso, in una becera forma di truffa).



Per Lineadaria come avviene la selezione del materiale presentato dagli scrittori? A quali tematiche si dà precedenza?Lineadaria sono io. Non ho un socio, né dipendenti: solo qualche collaboratore che mi aiuta a titolo di pura amicizia. Quindi la selezione avviene solo ed esclusivamente in base al mio gusto e alla mia sensibilità. Quanto alle tematiche, non ho preferenze particolari, ma occupandomi prevalentemente di letteratura per bambini e ragazzi, le tematiche principali sono quelle legate alla loro crescita e alla loro quotidianità.


Qualora ci fossero, quali sono quali sono i problemi di una piccola casa editrice (distribuzione,
individuazione del target, contributi economici statali) ?
Qualora ci fossero problemi? Ce ne sono una marea. Ci vorrebbero pagine e pagine: indubbiamente la distribuzione è il problema; ma non è solo quello. C’è una pletora di aporie non meno importanti e non meno invalidanti… In questo Paese, le piccole case editrici che investono sulla qualità e sulla continua ricerca non hanno un minimo di spazio. Dobbiamo accontentarci di qualcosa di meno delle briciole del mercato editoriale.



Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive …. questa continua “lotta”?

Esatto è una lotta! E per me è anche una missione!

Due giorni per innamorarsi di Erri

Marianna Abbate

Varsavia – Nella hall dell’albergo io e Silvia, la mia compagna di stage all’Istituto Italiano di Cultura a Varsavia, siamo entrambe imbarazzatissime. Erri de Luca arriva tranquillo e cortese come sempre, ma della fila di taxi davanti all’albergo nemmeno l’ombra. Ecco, penso, il primo disguido della serata! Appena saliti sul taxi già fiumi di parole scorrono dalla mia bocca, un po’ per curiosità e un po’ per l’emozione. Lui risponde pacato, tranquillo- questo aggettivo ricorrerà spesso nel mio racconto. Durante la cena ho l’occasione di scambiarci due parole, ma cerco di rimanere nell’ombra per non stressarlo troppo. Si stanca presto e lo riaccompagno all’albergo in taxi, emozionata più che mai. Lui è sempre gentile e mi saluta.
Il giorno dopo è pienissimo, lo aspettano mille interviste.

Il direttore dell’Istituto ci dice di accompagnarlo a pranzo, e io e Silvia ci avviamo sempre più agitate. Ordina una bruschetta tonno e cipolle di cui mangia solo il tonno, lasciando il pane gommoso.  Sorride e dice che si rifarà a cena.

E risponde paziente alle mie mille domande sulla Bibbia, sulle traduzioni sulla letteratura. E m’illumina di sapere. Così come spiega nel libro “Le sante dello scandalo” ci parla di come,  ad esempio, nella traduzione ufficiale della Bibbia c’è malizia: che la punizione del parto doloroso di Eva è un’invenzione- partorirai con sforzo, dice il testo originale 
Lo riaccompagniamo in albergo a riposare: in serata lo aspetta l’incontro ufficiale con i lettori.
Appena arrivata ne approfitto per farmi fare una dedica sulla versione polacca di In nome della madre. Si ricorda il mio nome senza che gli dica niente. Seduta tra la folla di lettori approfitto per osservarlo, mentre un attore legge frammenti dei suoi testi.
È bello, anche se dimostra più anni di quelli che ha. Forse è il sole e l’aria di quella montagna che ama tanto. I suoi occhi sono magnetici, azzurri e trasparenti.   Poi tocca a lui a parlare, cerco di prendere appunti ma non è tanto semplice.
Si presenta e ci dice che in realtà il suo nome è Harry o qualcosa di simile, ereditato da una nonna americana. Ci chiarisce che a diciott’anni, stufo di dover spiegare a tutti come si scrivesse, lo ha semplificato. E poi racconta della sua Napoli: città spagnola, per sbaglio localizzata in Italia. Per pigrizia chiamata Nea Polis, città nuova, come mille altre, e distinta dalle altre per la peculiarità dei suoi abitanti. Dice che da piccolo lo scambiavano per americano e si stupivano che questo straniero parlasse così bene il napoletano.
A Napoli deve la sua educazione sentimentale, i tratti fondanti della personalità:  compassione, collera e vergogna. Dice che lontano da Napoli è come un dente staccato dalla mascella, senza radici- solamente appoggiato.
Il napoletano è la lingua della fretta, adatto al commercio e al litigio; l’italiano la lingua silenziosa dei libri. Un meritato riposo dopo il chiasso della città. Una città dai muri di tufo, che non separano per nulla, e attraverso le porosità permettono di ascoltare tutto quello che accade intorno.
Scrivere è la sua compagnia, assieme alla lettura e tra i suoi autori preferiti proclama  poeti del Novecento. Quel ‘900, secolo delle rivoluzioni, di cui è stato pienamente parte.
Mentre firma gli autografi io decido di andarmene. Entro in una drogheria per “buttare” qualche soldino e uscendo lo vedo venirmi incontro. Mi abbraccia ridendo e dice “Volevi evitarci, eh?”. Mi ringrazia e io emozionata ringrazio lui. Di essere e di scrivere. Mi bacia e attraverso gli occhi lucidi vedo i suoi, così azzurri, mentre mi dice: “Ci vediamo a Roma”. 
Ci puoi contare Erri. 

Esordire con "La Confraternita del Lupo", un thriller a sfondo storico: intervista a Daniele Lombardi

Marco Di Luzio
ROMA – ChronicaLibri ha intervistato l’esordiente Daniele Lombardi, autore del romanzo “La Confraternita del Lupo”
 
La Confraternita del Lupo è il tuo primo libro e come esordio cominci subito con il genere forse più difficile, il “thriller” che deve saper appassionare e non sembrare copiato da altri libri già scritti. Come nasce l’idea di cimentarsi con questo genere e come nasce più in generale il libro?
L’idea di questo libro nasce per gioco, parlando con gli amici dell’associazione archeologica Ad Pyr, per promuovere il territorio molisano, a cui siamo legati e che ha una fortissima vocazione turistica non sfruttata.
Occorreva però rendere digeribili tutte le nozioni sulla storia e sulla geografica dei luoghi descritti. Il genere thriller, giallo o “giallognolo” – come lo definisco per ridimensionarne l’importanza – si prestava perfettamente a raccontare delle vicende ambientate nei boschi, luoghi bui e ancestrali per definizione, che descrivono gli arcaici riti sanniti e celtici, infarcite di superstizioni e riferimenti anche fiabeschi. La scelta è risultata quindi quasi obbligata e se poi sia effettivamente riuscito ad appassionare e a rendere originale la storia, questo dovranno deciderlo i lettori. 
Il libro è molto accurato dal punto di vista della ricostruzione storica e ricco di citazioni archeologiche. Quanto lavoro c’è dietro?
Parecchio, a dir la verità. Mi sono documentato partendo dalle citazioni storiche contenute nei testi di Tito Livio e di Theodor Mommsen per poi occuparmi di tutti i libri e le dispense dei vari studiosi locali, scoprendo anch’io notizie sul territorio molisano e abruzzese che ignoravo completamente. Sul web ho appreso la storia sul popolo dei Sanniti e le nozioni di numerologia e di arti magiche. Il lavoro di ricerca è stato quasi quello di un saggio perché volevo che, al di là della parte narrativa, ci fosse un reale apprendimento da parte del lettore delle notizie storiche e archeologiche. Lavoro che è stato premiato perché La Confraternita del Lupo verrà proposto ad un provveditorato molisano come libro di testo per il biennio di alcuni licei.
La storia è ambientata nella tua terra natale e molti personaggi sembrano quasi reali, come se ti fossi ispirato a persone che vivono lì davvero. E’ un vantaggio o uno svantaggio conoscere così bene un posto? Nel senso, è più facile muoversi all’interno della costruzione delle scene o bisogna stare sempre attenti a non cadere nel “vissuto personale” e trasformala quasi in una autobiografia?
Il rischio dell’autoreferenzialità è sempre presente e anche inevitabile, ma più che raccontare la mia vita ho cercato di descrivere quello che in questi anni ho osservato dal mio punto di vista privilegiato di molisano, sociologo e giornalista. Per quanto riguarda il tessuto narrativo, essendo convinto che sono i dettagli a rendere credibile una storia, il fatto di non dover inventare ma descrivere ha costituito sicuramente un vantaggio. Partendo da luoghi geografici e da una realtà già esistente ho potuto concentrare la fantasia solo sulle vicende immaginarie del romanzo.
Questo è il tuo romanzo di esordio, hai già qualche cosa in cantiere o ti godrai la promozione?
Qualcuno, e mi lusinga moltissimo, già mi chiede una seconda parte della Confraternita. D’altronde alcuni punti del romanzo si prestano a un approfondimento per cui la richiesta non è estemporanea. Nel lungo lasso di tempo tra la fine della scrittura, ad aprile del 2010, e l’uscita del romanzo, il giorno di Pasqua del 2011, volevo in realtà concentrarmi su un progetto completamente diverso: la biografia “romanzata” di un famoso Pubblico Ministero, secondo me un campione di eroismo dei nostri tempi, ritratto attraverso le sue inchieste più famose ma immaginato come un moderno “cavaliere pallido” alla Clint Eastwood. Per ora l’idea giace lì in attesa di fermentare a dovere, mentre mi godo il buon risultato de “La Confraternita del Lupo”.

Intervista a Fabrizio Felici: editoria in provincia, l’offerta culturale per tutti e ovunque

Giulia Siena
San Giuliano Terme (PI) – La cultura deve arrivare ovunque, anche fuori dai grossi circuiti metropolitani. Per questo le piccole realtà editoriali non pubblicano solo libri ma investono sul territorio nel quale si trovano con eventi e promozione della lettura. Di questo e di molto altro ci ha raccontato Fabrizio Felici, direttore della casa editrice fondata a Pisa nel 1930 e operante nel territorio da più di quarant’anni.

Qual è la proposta editoriale di Felici Editore?


Quel che desideriamo è continuare ad essere una casa editrice vera. Ciò significa scommettere sugli autori, sulle storie, sulla ricerca, sulla scuola di ogni ordine e grado. Insomma poter offrire una proposta formativa ad ampio raggio.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

Perché sono una grande risorsa per le loro nuove idee, i loro nuovi stili e gli inediti modi di comunicare. E sono una fucina inesauribile per scoprire nuovi talenti da lanciare nello scaffale della libreria. E’ questo che un editore serio deve fare: dare una mano alla letteratura, individuarla nel mondo informe della quotidianità. In fondo Kafka era un semplice assicuratore, Cesare Pavese, un insegnante di inglese. La letteratura è piena di questi esempi. In questo momento in cui tutte le istituzioni culturali, dalla scuola all’università, soffrono per mancanza di risorse, chi, se non gli editori, possono continuare a far marciare la cultura?

Romanzi, volumi legati al territorio toscano e libri per bambini: una casa editrice per tutti i gusti letterari?

Si, è proprio questo che ci piace: andare incontro a tutti i gusti letterari. E non è solo una mera scelta di marketing, l’obiettivo è più alto. Una persona che non è abituata a leggere (e ora i disabituati alla lettura sono, purtroppo, sempre in aumento) può iniziare ad appassionarsi alla lettura anche grazie a un libro di cucina o di storia locale. Così per i bambini: la cosa più bella che si può regalare a un bambino è proprio un libro perché la lettura è qualcosa che lo accompagnerà tutta la vita.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: Felici Editore come vive questa continua “lotta”?

La nascita di nuove e piccole case editrici non la viviamo come una lotta ma come il moltiplicarsi di presidi culturali sul territorio. La casa editrice oggi deve essere soprattutto un promotore di eventi culturali e, visto che non tutti possono prendere il treno o l’auto per recarsi nelle sedi deputate ai grandi appuntamenti come Roma o Milano, è giusto che ci sia un’offerta alternativa, per tutti e ovunque. Quel che viviamo come una lotta è lo strapotere delle grandi case editrici che ormai i libri se li fanno e se li vendono senza lasciare spazio ai piccoli editori indipendenti. Ormai le piccole e storiche librerie stanno sparendo e si fanno avanti, prepotentemente, le catene dei bookstore legati ai colossi editoriali. Ma di una cosa sono convinto: anche un piccolo editore deve dimostrare professionalità e organizzazione. Non si può inventarsi il mestiere dell’editore senza un’adeguata esperienza sul campo. Spesso le nuove e piccole case editrice non sono altro che una trasformazione di altre attività: da studi grafici o copisterie, in mancanza di lavoro nel proprio settore, si trasformano in editori, senza saperlo fare. Quel che manca è un’adeguata selezione professionale che qualifichi un’azienda come la nostra che investe in personale qualificato e professionalmente preparato.