Le infinite possibilità della vita ne “Il latte versato”


Silvia Notarangelo

ROMA– “Nulla è più vero di una storia inventata”. Con queste parole, Cristiana Bullita si congeda dai lettori al termine del suo nuovo romanzo “Il latte versato” (DEd’A Edizioni). Ed ha ragione. Perché ci sarà anche una buona dose di immaginazione, ma le vicende che descrive non solo sono saldamente ancorate alla realtà, ma la rappresentano senza filtri, così com’è, nei suoi momenti più e meno piacevoli.
Con sensibilità, umorismo e, a tratti, una vena di malinconia, l’autrice delinea il ritratto accorto e delicato di quattro amiche non più giovanissime, consapevoli di un vissuto che non si può cambiare, ma decise a credere nella vita e nelle sue imprevedibili possibilità.
Chiara, Carla, Angela e Francesca sono quattro donne cinquantenni, legate da una profonda amicizia. Hanno personalità diverse, hanno affrontato esperienze diverse, rivelano un modo diverso di approcciarsi alla vita. Eppure, in loro, si avverte una profonda, comune inquietudine che le rende precarie, in bilico tra il desiderio di andare avanti, di proiettarsi nel futuro, e un passato, talvolta doloroso, che continua a farsi sentire sotto forma di ricordi e di rimpianti.
Ma c’è qualcosa, di ancora più forte, che le accomuna: l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Per Chiara, insegnante di storia e filosofia, è un sentimento, mai sopito, per quel suo compagno delle elementari, tale Franco Ruscitelli, la cui ricerca forsennata continua a scandire le sue giornate. Per Francesca, scottata da una precoce relazione finita male, si trasforma in passione, una passione estraniante che la fa “vivere al di fuori del recinto angusto della ragione”. Nell’esistenza di Angela, all’amore inconsolabile per una vita stroncata si unisce un’inarrestabile voglia di riscatto, un desiderio disperato che, non soddisfatto, rischia di farla scivolare in un abisso sempre più profondo. È un sentimento platonico, ma vibrante e adrenalinico, quello di cui non riesce a fare a meno Carla, talmente stordita dal vortice delle emozioni da non rendersi conto che qualcosa non va.
Nell’arco di una giornata apparentemente come tante altre, le quattro protagoniste avranno modo di fare i conti con se stesse, con le proprie debolezze e i propri errori, con un passato che sembra offrire una nuova, inaspettata opportunità, ed un presente che riserva, invece, spiacevoli quanto prevedibili sorprese.

Consigli e gustose ricette in “Verdura e frutta esotica”


Silvia Notarangelo
ROMA – Cos’è il gombo? Il rocoto come si usa? La chutney con cosa la accompagno? Domande legittime in presenza di nomi, forse, ai più, sconosciuti. A questi interrogativi e a tante altre curiosità risponde, con dovizia di particolari, Roberta Ferraris, autrice di un’interessante ed insolita guida dal titolo “verdura e frutta esotica” (Terre di Mezzo). Non semplici schede in ordine alfabetico: di ogni ingrediente viene ricostruita la storia, la diffusione, le sue varietà e gli usi più comuni.
Una guida pratica, arricchita da sessanta gustose ricette, per conoscere e imparare a cucinare la verdura e la frutta esotica che sempre più affollano le bancarelle dei mercati.
Nelle minestre o nelle grigliate, nelle salse o nei dolci, tutti gli ingredienti citati sono preziosi per conferire alla nostra cucina un tocco in più.
La scelta è ampia. Dai palitos de yuca si passa al riso con pak choi o, per chi preferisce un piatto unico, si può optare per il gumbo di gamberetti, uno stufato di carni bianche con molluschi e crostacei. Come secondo, petto di pollo ai litchi o branzino al latte di cocco e, per finire, platano al miele e cannella. Le alternative, davvero, non mancano.
Difficoltà nel reperimento degli ingredienti? Nessun problema. Roberta Ferraris suggerisce anche una serie di utili indirizzi per una spesa esotica doc, senza dimenticare le opportunità offerte dal web.
Un libro originale e piacevole, per tutti i cuochi curiosi, per chi ha assaggiato un piatto insolito in vacanza e vorrebbe riprodurlo a casa, per chi ha voglia di rendere internazionale il suo orto, o semplicemente, per chi ama mangiare e vuole misurarsi con sapori inediti.

“Una casa di petali rossi”: un romanzo che profuma di India

Alessia Sità

ROMA – Nulla è più eccitante che cercare la verità e trovarla”.
E’ questa la certezza che anima totalmente “Una casa di petali rossi”, il romanzo di Kamala Nair pubblicato da Editrice Nord. La storia di Rakhee ha inizio da una misteriosa lettera, che la spinge a ritornare in India a distanza di moltissimi anni dal suo primo viaggio. Quello compiuto da Rakhee non è solo un ritorno alle proprie radici, ma è una sorta di catarsi, necessaria per poter intraprendere una nuova vita, accanto all’uomo che sta per sposare. Lentamente la giovane donna rivive, in un lunghissimo flashback, l’estate in cui lei e Amma lasciarono Aba e Plainfield per trasferirsi in India, nel villaggio natale della madre. Il ritorno alle antiche radici segnerà per sempre la vita di Rakhee, stravolgendo completamente anche l’esistenza delle sue ziee e delle sue chiassose cugine. Improvvisamente, quel segreto tenuto nascosto per troppo tempo riemerge, riportando con sè vecchi demoni difficilmente occultati. La scoperta della verità però ha sempre un prezzo da pagare e comporta anche qualche perdita, compreso l’amore. Rakhee ne è consapevole fin da bambina; ma nonostante le terribili conseguenze che la sua sete di conoscenza può avere, persiste tenacemente nella sua ricerca. Il desiderio di vincere la paura la spinge ad addentrarsi oltre l’impenetrabile giardino, che la sua famiglia ha tentato di difendere con tanta ostinazione per molti anni. La casa dei petali rossi non è semplicemente custode di un segreto, ma rappresenta allo stesso tempo l’unica chiave per la libertà. Fra profumi, antiche leggende e intensi sapori dell’India – illuminata da splendidi raggi di sole e talvolta annerita da cortine di pioggia – Rakhee ripercorre la storia della sua misteriosa famiglia. La scoperta di un passato doloroso, difficile da accettare, sarà per la giovane donna un passo fondamentale per spezzare definitivamente il legame con la vita precedente e per aprirsi a un futuro di promesse di gioia e, forse, anche di perdono. Attraverso il racconto delle mille sfumature dell’anima umana, Kamala Nair ci regala una storia intensa, fatta di emozioni, profumi e colori sgargianti.

 

Storia e astrologia in “Gli ebrei di Saturno”


Silvia Notarangelo

ROMAMoshe Idel è uno dei maggiori esperti di mistica e pensiero ebraico. Il suo nuovo saggio, “Gli ebrei di Saturno”, edito da Giuntina, è il risultato di un lavoro lungo e meticoloso che ha l’obiettivo di sviscerare, attraverso un’attenta analisi filologica e semiotica, il suggestivo legame tra il popolo ebraico e il Pianeta di Saturno.
Un rapporto che, nel corso del tempo, è stato oggetto di riflessione da parte di molteplici discipline e che continua, ancora oggi, a suscitare interesse e curiosità. Lo studioso, mediante numerosissime testimonianze sia edite sia inedite, recupera elementi del paganesimo antico e, in particolare, dell’astrologia, riuscendo ad evidenziare magistralmente le loro ripercussioni sulla dottrina ebraica e sulla sua percezione esterna.
Inizialmente le fonti citate pongono l’accento sugli attributi e le caratteristiche negative del dio-pianeta, su quegli aspetti più sinistri in virtù dei quali era attribuita agli ebrei la pratica di forme e rituali magici. Poi si registra un’evoluzione: a partire dal XII secolo viene riconosciuta a Saturno una “struttura concettuale positiva” legata a doti particolari, quali la genialità, la sapienza, la profezia. Tutte qualità che risulteranno decisive nella vicenda personale di Shabbetay Tzvi, il più celebre dei Messia ebrei “nel bene e nel male”. Al centro degli studi più recenti vi è, invece, la peculiare relazione tra il Pianeta e la malinconia, uno stato d’animo che può condurre anche a gesti estremi e che, talvolta, è stato considerato “quasi congenito al giudaismo”.
Pur esprimendo, in alcuni casi, dei giudizi abbastanza definitivi – la presunta correlazione ebraismo-malinconia, ad esempio, è ritenuta da Idel una forzatura connessa a “strutture culturali o all’influenza di determinati testi” – lo studioso si dice comunque convinto della necessità di continuare ad approfondire le tematiche da lui esaminate, in primis attraverso “un’analisi corretta dei materiali ebraici”. Si augura, soprattutto, che sia possibile sviluppare una concezione della storia in grado di ammettere “una varietà di correnti concomitanti diverse, che si sovrappongono e si oppongono simultaneamente”, nell’ottica di “un approccio interdisciplinare che rifletta la dinamica dell’evoluzione storica”.

ChronicaLibri ha intervistato Rossella Calabrò, autrice delle “50 sbavature di Gigio: il lato B della trilogia più hot dell’anno”

Alessia Sità

ROMA – Dopo aver letto e recensito “Le 50 sbavature del Gigio” (Sperling&Kupfer editore) non ho potuto fare a meno di scrivere a Rossella Calabrò e ringraziarla personalmente per aver saputo cogliere l’aspetto più ironico e divertente del Gigio nostrano. Certamente Christian Grey è l’uomo che ha fatto innamorare tutte le lettrici delle “50 sfumature”, ma il Gigio ha quel ‘quid pluris’ che lo rende unico (forse) ed eccezionale allo stesso tempo. ChronicaLibri ha intervistato la brillante scrittrice che, con la sua solita ironia, parla del suo ultimo grande successo e della trilogia più famosa dell’anno.
Come è nato ‘Il lato B della trilogia più hot dell’anno’?
E’ nato mentre finivo di leggere l’ultimo volume della trilogia. Sono saltata giù dal divano – il gatto si è offeso moltissimo – e sono corsa davanti al mio Mac. Non ho resistito, avevo bisogno di riderci su, per iscritto.
Per descrivere così accuratamente ogni singola sbavatura del Gigio, ha osservato qualcuno in particolare oppure si è semplicemente basata sull’esemplare maschio presente sul pianeta Terra?
Be’, ho cinquantatré anni, un po’ di Gigi li ho conosciuti. E poi faccio un sacco di aperitivi con le amiche, e ovviamente, di cosa parlano le donne quando sono insieme?
Che cosa pensa della trilogia di E. L. James?
Un’operazione commerciale perfetta, sono stati bravissimi. Dal punto di vista letterario, non va giudicata, secondo me, ma va presa per quello che è, un Harmony molto, molto ben costruito. Chi la prende sul serio, e l’attacca, secondo me fa delle grandi pedalate a vuoto.
Si è parlato moltissimo del personaggio di Mr. Grey e poco della sua amata Anastasia Steele. Cosa pensa di questo esemplare di Gina? Che idea si è fatta a riguardo?
Mah, a dire la vera verità, a me Anastasia non è stata molto simpatica. Prima una specie di talpetta buona, poi diventa più prepotente del Grey.
Il mio motto è: ‘l’ironia ti salva la vita’. Dopo aver letto le “50 sbavature del Gigio” sono pronta a dichiarare che l’ironia salva anche la coppia. E’ stato quasi un sollievo leggere che il Gigio nelle sue molteplici sbavature sia quasi uguale per tutte. Magari tutte le Gine che fino a oggi credevano di aver scelto l’uomo sbagliato – smemorato, disordinato e strampalato – potranno finalmente ricredersi e consolarsi all’idea che l’uomo perfetto esiste solo fino a quando non suona la sveglia. Fra tutte le sfumature descritte, quale rappresenta perfettamente il Gigio universale?
Pensa che ci sono donne (forse giovanissime???) che mi hanno scritto, quasi offese, dicendo che il loro moroso non è come il Gigio, ma assomiglia a Mr Grey. Va be’, fantascienza a parte, il Gigio universale lo si può trovare descritto scientificamente (ops, volevo dire: ironicamente) in un altro mio libro scritto l’anno scorso, un ebook che si intitola “Perché le donne sposano gli opossum?” edito da Emma Book. La questione è che l’opossum, in natura, è un animaletto che in caso di situazione difficile da gestire si finge morto stecchito. Non pensa che anche i nostri Gigi facciano lo stesso?
Parlando da Gina a Gina, cosa dovrebbe avere il Gigio del Mr Grey e cosa Mr Grey del Gigio per essere perfettamente in equilibrio con l’ideale maschile sognato da ogni Gina?
Il Gigio dovrebbe rimanere più a lungo come si presenta i primi mesi della relazione con noi Gine, invece di svaccare al terzo mese. Il Mr Grey dovrebbe smetterla di ringhiare (è il verbo che viene usato nella trilogia) e magari farsi scappare qualche risata.
Durante la stesura del libro, ha avuto qualche esitazione o qualche difficoltà?
A parte il fatto che non ho avuto tempo nemmeno per respirare, figurarsi per esitare, scrivere è un amore e un lavoro, da trent’anni. E poi so che, se mi diverto mentre scrivo qualcosa, di solito succede che poi si diverte anche chi legge.
Che effetto fa ritrovarsi al centro del caso letterario dell’anno divenendone, in qualche modo, una delle protagoniste?
Non mi sono ancora ripresa. E soprattutto non so cosa mettermi.
Dal blog alla carta stampata. Come avviene questo passaggio? Chi o cosa determina questa scelta?
In realtà prima di essere una blogger avevo già pubblicato un paio di libri, e comunque avevo alle spalle, come dicevo, anni e anni di scrittura, per la pubblicità, per la musica, per i fumetti, per l’editoria. Cambiano i mezzi, ma il mestiere è lo stesso. Si tratta di sfumature. 😉
La sua scrittura è brillante e ironica. Si può dire che l’ironia sia il Suo tratto distintivo?
Io sopravvivo solo se scherzo. Nella scrittura e nella vita.
Ha altri progetti in cantiere?
Sì, ma mpffnon mmmmposso ancora mmmppfffdirlo.
Tre parole per descrivere le “50 sbavature di Gigio” e tre parole per descrivere le “50 sfumature”.
Sbavature di Gigio: gioco, controinformazione affettiva, realtà.
Sfumature di Grigio: sogno, contenuti retrogradi, romanticismo.
E l’erotismo? Poco.

 

“Asia non esiste”, suicidi con il sorriso

Silvia Notarangelo
ROMA – Il corpo di Giulia fluttua nell’aria e si schianta al suolo. Nessuno la spinge. È lei che deliberatamente si lascia cadere dalle mura del Bastione ponendo fine alla sua breve esistenza. Ma Giulia è solo la prima: la seguono, in ordine di tempo, Emanuela, Marco, Carla e tanti altri. Minimo comune denominatore: giovani, ricchi e felici. Segni particolari: suicidi. Un vero e proprio rompicapo irrompe nella vita di Libero Solinas, il commissario creato dalla penna di Emanuele Cioglia. “Asia non esiste” è il titolo dell’ultima, complessa indagine che vede protagonista il commissario e la sua squadra. Con un ritmo serrato, attenzione ai particolari, una giusta dose di ironia ed inquietudine, Cioglia mischia sapientemente le carte, riuscendo a creare attesa ed incertezza fino alla fine del romanzo.

L’interrogativo iniziale è più che legittimo: perché interessarsi al suicidio di ragazzi ricchi e felici? Il reato non sussiste, a meno che non si tratti di ex art. 580, istigazione al suicidio…Solinas sente che qualcosa non torna, ma è in un vicolo cieco e, impotente, osserva crescere, giorno dopo giorno, il numero di vittime che si tolgono la vita “con il sorriso”.
Lui è sempre lo stesso: rude, scorbutico, talvolta un’autentica carogna. Nel tempo, non ha perso il piacere di abbandonarsi ad elucubrazioni linguistiche, fantasticherie, monologhi interiori, né è riuscito a liberarsi di quella dipendenza da alcool e nicotina che, spesso, sembrano inebriarlo fino al punto di farlo cadere in uno stato di incoscienza. A riportarlo con i piedi per terra ci pensa sempre Carla, la sua compagna poliziotta, che non perde occasione di stuzzicarlo: “Purtroppo sei un maschio, così come mangi senza masticare, non cogli le sottigliezze”. Solinas abbozza amaramente, Carla ha ragione e lui lo sa.
In questo caso, però, i dettagli assumono la forma di inconfessabili macigni. Il commissario brancola a lungo nel buio, non ha un appiglio, il tempo passa e niente sembra condurlo nella giusta direzione. Proprio quando sembra aver perso le speranze, rassegnandosi a far archiviare il caso, accade l’imprevedibile. La soluzione di tutto “si presenta”, bussa alla sua porta, chiede aiuto. Solinas inizia a rimettere insieme i pezzi del puzzle. Tra una sbornia, una liberatoria pedalata in bicicletta e un pranzo indigesto con Arquazzi, lo stravagante medico legale, la verità sarà faticosamente portata alla luce. Una storia sconvolgente, raccapricciante, in cui vittima e carnefice si confondono in un gioco torbido, dalle regole precise, in cui uccidere diventa “l’unico modo di vivere”.

“Le nebbie di Vraibourg” il romanzo di esordio di Veronica Elisa Conti

Alessia Sità
ROMA – Durante il tragitto vide la città di sfuggita, ma quel poco bastò a deluderlo: era piccola, poco più di un paese e sembrava non offrire molte occasioni di vita mondana. Addio sogni di cene lussuose, serate all’Opera e nei locali di musica. La campagna era secca, sferzata dal vento, corteggiata dai boschi che infine la conquistavano. La carrozza si introdusse in un viale fiancheggiato da pini secolari. Etienne pensò che sembrava la strada del camposanto. Alla fine del viale si apriva un giardino con una fontana al centro. Al di là il castello e tutto intorno il bosco. Etienne scese dalla carrozza e guardò davanti a sé: il castello della Guyenne si stagliava contro il cielo scuro. Qualcuno lo osservava da dietro una tenda.” È questo lo scenario che si presenta al giovane Etienne Dorin non appena giunge nel piccolo paese normanno di Vraibourg.
Vincitore nel 2011 del Premio Luigi Malerba di Narrativa e Sceneggiatura, il romanzo di esordio di Veronica Elisa Conti – “Le nebbie di Vraiborug” edito da MUPci trasporta in una gelida Normandia dall’atmosfera gotica e misteriosa. Protagonista della storia è un giovanissimo ragazzo di appena diciotto anni, che dopo essere stato chiamato dal nobile Tancrède Des Essarts, per istruire l’enigmatico Dorian -‘volto bianco nell’oscurità’-  decide di trasferirsi nel freddo castello di Guyenne. Ad alimentare il senso di inquietudine che aleggia nei luoghi della piccola cittadina è anche l’atteggiamento ambiguo dei personaggi che la abitano. La tranquillità apparente di Etienne presto è sconvolta dall’incontro con l’indipendente e schietta Ophélie De Clary e la solare fanciulla parigina, Madeleine Muset. Ben presto, il giovane viene coinvolto, suo malgrado, nella ‘nebbia’ che avvolge l’anima e il passato dei vari personaggi che incontra sulla sua strada. Tutti a Vraibourg sembrano nascondere qualcosa ed essere a conoscenza di strane storie sulla famiglia Des Essarts; ma l’ipocrisia della società borghese è difficile da scalfire e questo Etienne lo sa bene. La ricerca della verità per il giovane istitutore diventa sempre più insidiosa. La realtà con la quale dovrà fare i conti è molto diversa da come sembra. Sangue, menzogne e rancore sono al centro di tutte le vicissitudine di Vraiborug.

 

Con uno stile sobrio ed essenziale, Veronica Elisa conti ci regala una straordinaria storia senza tempo, in cui il mistero permea l’intreccio narrativo, basato sostanzialmente sulla continua dialettica fra verità, mistero e falsità.

 

Chi sono gli “Assassini” dei nuovi anni Dieci?

Giulio Gasperini
ROMA – C’è una fabbrica che inquina, nel romanzo di Philippe Djian; c’è un paese, Hénochville, che vive grazie a codest’industria; c’è un ispettore che sta per decidere di chiudere la fabbrica; ci sono alcuni operai che non vogliono che sia chiusa; ci sono delle mazzette che vengono versate e c’è una donna pagata per convincere l’ispettore. C’è anche un fiume – ovviamente inquinato – che sta per tracimare; c’è una donna, una ragazza, che ignara di tutto si trasferisce in città e prende in affitto un appartamento; c’è il protagonista, Patrick Sheahan che ha una relazione con una donna sposata; e c’è il marito che fa finta di ignorare. Il copione di “Assassini”, romanzo edito nel 2012 dalla romana Voland, è quello che anche alcuni recenti fatti, di questi primi anni Dieci, hanno portato alla ribalta delle cronache. Da una parte la produzione, la creazione di ricchezza; dall’altra il disastro ambientale e umano: quale dei due poli pesi di più e sia più importante è difficile a dirsi, perché l’assunzione di responsabilità della risposta tira in ballo situazioni imbarazzanti e un’accusa di omertà pesante da giustificare.
Il protagonista è perentorio, fin dall’inizio: “Lavoravo per un assassino. Lavoravo per un assassino come molti in città, ma nessuno diceva niente”. Tutti i personaggi corrono su un doppio binario: quello delle proprie vite personali e quello delle proprie vite “pubbliche”, legate indissolubilmente all’andamento della fabbrica e alla sua capacità produttiva. Gli amici si ritrovano tutti assieme, in un piccolo chalet di montagna, assediati dalla pioggia e da una frana che si fa sempre più incombente, fino a quando tutto è travolto e si offre la possibilità di voltare pagina, di affrancarsi dai dolori del passato e di cominciare una nuova vita da qualche altra parte: “La ricerca della felicità è faccenda piuttosto complessa e quasi sempre votata al fallimento, eppure tutti ci provano. Ci vuole tempo, poi, per imboccare un’altra strada”. Il ricatto sentimentale del protagonista, il suo volontario e sadico ostaggio della sua storia e della sua vicenda personale, lo allontanano dalla possibilità di redenzione, che appare preclusa in una città soffocata e oppressa, dall’industria e dalla natura; i suoi tentativi di evadere sono stanchi rimedi inutili, iniziative fallite ancora prima di approdare all’epilogo: su tutto grava un cielo scuro e un annuncio di giudizio universale. Su tutti incombe l’ombra di un fato arcigno e di una casualità ostile. Tutta l’umanità è pareggiata, sullo stesso palcoscenico d’eventi, e tutta l’umanità, al di là di ogni proprio impulso e patimento, si scopre sofferente e sanguinante.
Nello scorrere degli eventi, nell’avanzare impetuoso e inarrestabile della trama, di fronte alle esigenze intime e individuali, quelle della collettività passano in secondo piano, si opacizzano e assumono, sempre più, una dimensione inquietante e carnivora. Non c’è vita che possa essere sprecata, ma ci sono disastri che posson tramutarsi in risorse. Il finale è prevedibile e scontato, persino sdolcinato, ma lascia un’ombra inquieta e inquietante: in tutta questa trita umanità non si capisce bene chi siano i peggiori assassini.

L’educazione finanziaria già a scuola? Perché no?

Stefano Billi
ROMA – Si chiede molto alla scuola contemporanea. Anzitutto, dovrebbe formare gli studenti ad acquisire conoscenze e competenze fondamentali all’ingresso nel mercato del lavoro. Poi, dovrebbe insegnare una coscienza civica, educando a quei valori che talvolta le famiglie omettono di coltivare coi propri ragazzi. C’è addirittura chi ritiene come la scuola abbia il compito di istruire circa una morale laica.

Tra queste esigenze di formazione, tuttavia, oggigiorno si affianca la necessità di approfondimento dell’educazione finanziaria, una disciplina che non può non essere inclusa nel bagaglio di saperi che la scuola dell’obbligo annovera e impartisce.

“Educazione finanziaria a scuola. Per una cittadinanza consapevole” è dunque il testo adatto per comprendere l’importanza dell’insegnamento di una materia la cui conoscenza è divenuta ormai imprescindibile. A cura di Enrico Castrovilli e pubblicato da Guerini e associati, questo libro racchiude al suo interno una serie preziosa di interventi non soltanto sul concetto dell’educazione alla finanza, del suo rapporto con la crisi e al contempo con lo sviluppo economico, ma anche sulla sua diffusione all’interno degli istituti scolastici, e del ruolo fondamentale che rivestono i docenti nel coinvolgimento dei ragazzi all’apprendimento di questa disciplina.

Insomma, non solo greco, latino, chimica o letteratura d’oltralpe: è opportuno che gli studenti siano formati anche sotto un profilo finanziario. Non certo perché divengano traders professionisti. Piuttosto, si vorrebbe che lo studente possedesse gli strumenti necessari per «risparmiare e investire meglio, o perlomeno in maniera consapevole», per usare le parole di Massimo Fracaro. Ed è proprio il responsabile di CorrierEconomia che ci avverte della “nostra arretratezza finanziaria”, provocata anzitutto «dalla nostra matrice culturale, basata su radici classiche-letterarie, che molto poco hanno a che fare con la cultura finanziaria, tipicamente anglosassone». Senza contare l’affidamento che per decenni si è rivolto allo Stato, incaricato di pensare alle questioni finanziarie dei cittadini per soddisfare tutti i bisogni economici, dietro – ed è lapalissiano – il pagamento di generosi interessi.

Ma insegnare l’educazione finanziaria a scuola significa inoltre, sottolinea Carmela Palumbo, «riportare le questioni economiche nel solco più vasto del senso di appartenenza alla comunità sociale», giacché «diffondere la consapevolezza dei meccanismi che presiedono ai processi economici e finanziari significa non subirli, e ridurre i rischi non solo di un default finanziario, ma di un intero default civile e sociale che  potrebbe verificarsi quando non ci sia controllo e partecipazione sociale dal basso». In estrema sintesi, «introdurre l’educazione economico finanziaria nelle scuole significa contribuire a tutelare i diritti e la libertà della persona».

Un saggio, quello del Castrovilli, che per l’ensemble degli interventi e per l’accuratezza del curatore nel selezionare i contenuti da affrontare risulta di spiccato interesse, su una tematica, quella dell’educazione finanziari a scuola, che proprio in queste pagine può trovare l’innesco per una sua diffusione a largo spettro. Tra le pagine sono inserite anche le conclusioni di personaggi insigni quali Elsa Fornero e Ignazio Visco, affiancate dagli scritti incisivi di numerosi altri eccellenti autori degli interventi, dotati di un acume particolare nell’evidenziare, in maniera spesso sintetica ma sicuramente azzeccata, i lidi su cui la tematica dell’educazione finanziaria a scuola può e deve radicarsi.

Vale la pena concludere sottolineando come la materia de quo potrebbe poi giovare ai genitori degli studenti chiamati ad apprendere l’educazione finanziaria, giacché, come argutamente sottolinea il Castrovilli, «la finanza non è come imparare una volta per tutte ad amare Dante, piuttosto una continua ri-educazione». Così, nel confronto tra esperienze scolastiche del giovane discente ed esperienze di vita del genitore, diviene più agevole disegnare i contorni di una futura società che sappia intendere l’economia e la finanza non soltanto come un insieme di concetti quali risparmio, quotazione dei titoli, debiti sovrani o spread, piuttosto come benessere di tutti i cittadini.

Dalle “50 sfumature di Grigio” alle “50 sbavature del Gigio” nostrano

Alessia Sità
ROMA – Più di 18 milioni di copie vendute in meno di 10 settimane. Primo posto in classifica sul “New York Times”, “Sunday Times” e “Amazon”. E’ ormai considerato un vero e proprio bestseller mondiale. Ha superato anche Harry Potter. La fortunata trilogia delle “50 sfumature” (Mondadori) scritta da E. L. James – pseudonimo di Erika Leonard – ha travolto letteralmente il mondo intero. Non a caso, il “Time Magazine” ha incluso la quarantottenne scrittrice britannica tra le 100 donne più influenti. Ispirata dalla saga di Twilight, la ‘mummy porn’ ha iniziato cimentandosi sul web con una ‘fan-fiction’ che, in poco tempo e grazie soprattutto al passaparola fra donne, si è diffusa clamorosamente. Romantica, erotica, scandalosa, bollente. Sono solo alcuni degli aggettivi attribuiti all’appassionante storia d’amore e di sesso, che vede protagonisti il bel Christian Grey e la dolce Anastasia Steele. Lui è tenebroso, intrigante, tormentato, intraprendente. Lei è sensibile, ingenua e romantica. Quella che sembrava dovesse essere solo un’impetuosa passione erotica, in breve tempo stravolge completamente la loro esistenza. Fra sottomissione, contratti, amore, libertà si dipana un’elettrizzante storia dalle 150 sfumature cromatiche. Dal grigio degli occhi del bel Chris, al nero che aleggia nel suo animo, per finire in un rosso di emozioni e colpi di scena. Le “50 sfumature” hanno ossessionato il mondo. Tutte le donne ne parlano e tutte sognano l’affascinante Amministratore Delegato. Non tanto per il suo lato dominatore, piuttosto per l’uomo sensibile e protettivo che dimostra di essere in più di un’occasione. Christian Grey non mente, anzi mette subito in chiaro cosa vuole realmente e quale sia la sua vera natura. Lui ricorda tutto, copre di regali e di attenzioni la sua amata. Le fa vivere mille emozioni, la porta in giro in yacht, in aliante, in elicottero … Insomma, con lui non ci si annoia mai. Appurato che uomini così sono più rari che veri, non resta alle lettrici che sognare a occhi aperti, immedesimandosi in Anastasia Steele. Fortunatamente, a riportarci con i piedi per terra ci pensa il nostro Gigio. Vi state domandando chi sia? Per usare le parole di Rossella Calabrò – blogger autrice delle “50 sbavature del Gigio” (Sperling&Kupfer editore) – il Gigio non è altri che “il maschio umano medio”. Il nostro compagno, marito, amante che ci ritroviamo accanto non appena smettiamo di fantasticare sul caso letterario dell’anno. Sicuramente non sarà ricco e bello quanto Christian Grey, ma è molto più divertente. Del resto, è solo una questione di sfumature: Mr Grey è misterioso, ma lo è anche il nostro Gigio, infatti “non ha mai rivelato il motivo per cui è incapace di azionare il tasto ON della lavatrice”. Rossella Calabrò ci regala una brillante e spietata parodia del porno soft che ha incantato il gentil sesso. “Mr Grey è bellissimo. Occhi grigi come il cielo prima di una tempesta ormonale. Mani: grandi come l’amico single che sta sotto la cintura. Capelli: da farci un nido. E il Gigio? Occhi: due. Mani: anche. Capelli: eroici: si possono ammirare presso il monumento dei Caduti eretto in loro onore.” Se siete ‘vittime’ del caso editoriale dell’anno e vi state chiedendo chi sia l’uomo che non pensa sempre alla fellatio, ma vi regala tanta ridatio, “Le 50 sbavature del Gigio” è proprio il libro che fa per voi. “Perché, in fondo, ridere è la cosa più erotica che c’è.”