Dalila Sansone
GRAZ – Uno dei tratti distintivi delle crisi, crisi come definizione generale, è l’estrema confusione. Quella economica, quella finanziaria con tutto il loro corteggio di effetti-declinazioni non fanno eccezioni. Confusione perché l’effetto crisi è un po’ effetto valanga: travolge, ti travolge e quando stai nel mezzo non distingui più niente e se provi a mettere a fuoco un obiettivo tutto quello che sta nella mischia contribuisce a diluire la comprensione. “Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. FALSO!” di Federico Rampini per Laterza è un bell’esempio di come in mezzo a tanta confusione si possa provare a fare chiarezza. Per punti, tesi e antitesi in maniera semplice. Rampini parla di stato sociale (welfare per chi lo preferisce), lo fa da corrispondente a New York e con un passato da residente in Cina, con un minimo di cognizione di causa del fatto che stato sociale non è ente astratto ma riflesso concreto sul quotidiano e l’effetto di quel riflesso cambia, e molto, a seconda di come lo si intenda o lo si neghi. Certo se si parla di stato sociale si parla anche di economia, di finanza, si parla delle presidenziali degli Stati Uniti in cui il modello europeo è stato messo sul piatto come esanime, concausa del fallimento. Ma appunto le approssimazioni e le generalizzazioni non sortiscono mai grandi risultati e prima di condannare a morte un imputato, meglio valutarne la presunzione di innocenza. Rampini in sei brevi e efficacissimi capitoli mette a confronto il modello americano e quello europeo, analizza le differenze interne allo stato sociale europeo lungi da potersi interpretare sintesi di un caleidoscopio di realtà profondamente diverse. Lo fa fuori dai tecnicismi e ci spiega perché il debito serve in maniera comprensibile a chi non mastica pane e economia, perché le politiche di austerità siano una contraddizione di termini e, proprio in Europa, chi se ne fa portavoce si fondi su uno stato sociale forte e consolidato. Cerca le radici culturali delle discrasie di un Europa che forse in qualcosa ha tradito ma che è stata anche tradita. Tradita da chi si è trovato tra le mani il risultato ancora in divenire di un progetto ambizioso voluto da gente, popoli e governanti, che usciva dal disastro del secondo conflitto mondiale e intendeva opporre la costruzione alla disgregazione dei particolarismi.
Tra una Germania che incarna il modello sociale europeo e si è dimostrata storicamente incapace di esportarlo e l’Italia, la grande malata dell’euro, si sta giocando un rapporto di forza il cui vero senso gli avvoltoi dello spread contribuiscono ad allontanare dalla percezione della gente comune, quella che poi ne paga le conseguenze. Ed è proprio la gente comune che necessita di chiarezza e consapevolezza e non di notizie sulle continue variazioni di differenziale, è una questione culturale, d’identità democratica, di riconoscimento dell’identità democratica dei popoli che si governano. D’altra parte crisi è etimologicamente scelta, questa crisi può essere opportunità di scelta: “La storia non è una gabbia. Il mondo è pieno di nazioni che hanno saputo ‘svoltare’, hanno reagito a decenni o perfino secoli di un declino che sembra irreversibile: dalla Cina all’india al Brasile, abbiamo formidabili esempi di popoli che hanno sconfitto la forze di inerzia, hanno saputo imprimere un corso diverso alla loro storia. A noi l’opzione, a noi decidere quale modello considerare il nostro. È molto più di una scelta politica, è una scelta di civiltà.”
Categoria: 2012
“Magma”- una lavina intellettuale
Marianna Abbate
ROMA – Quando parliamo di élite della società di oggi, ci riferiamo sempre meno all’aristocrazia per nascita e alla ricchezza acquisita. Quello che sembra effettivamente differenziare i singoli dalla marmaglia è il sapere e lo status di intellettuale, quel qualcosa che ci fa essere effettivamente superiori. Per questo motivo in molti scelgono di camuffarsi da persone colte vestendo in modo trasandato, facendosi crescere la barba, guidando una bicicletta per le trafficate strade di Roma, citando filosofi e rimatori dialettali nella stessa frase e guardando gli altri dall’alto in basso. Cercano, insomma, di coprire il mancato sapere con un look radical chic o hipster per gli anglofoni, che permetta loro di rientrare in quella tanto anelata élite di nobiltà del nostro tempo.
Ovviamente il goffo tentativo è abbastanza visibile ai più, e i veri intellettuali guardano con ancora più sdegno ed ironia a questa sfera della società. Perché la caratteristica che divide in modo assoluto il vero intellettuale da uno falso è quanto poco gliene freghi al primo di quello che pensa il secondo e di quello che pensano gli altri in generale.
La caratteristica fondamentale è la depressione. Dopo il postmodernismo è arrivato il momento del neodecadentismo, con il suo pessimismo cosmico e l’abuso di sostanze stupefacenti a scopo produttivo.
Lars Iyer, l’autore di “Magma” pubblicato da Meridiano Zero, è un vero intellettuale. Lui di mestiere fa il professore di filosofia, e credo che non esista al mondo sogno proibito più eccitante per gli aspiranti elitari, che fare il professore di filosofia. Il professore di filosofia è il nonplusultra dell’intellettualità: un mestiere che non ti obbliga a produrre assolutamente nulla se non pensieri. Se sei lì a fissare il muro con lo sguardo perso e fai il medico, ti potrebbero dire che stai perdendo tempo. Se invece sei un filosofo e stai fissando lo stesso muro di prima tutti cercheranno di camminare in punta di piedi per non disturbare il tuo lavoro. Ovviamente Lars Iyer queste cose le sa, lui sa tutto. Guarda con ironia quelli che lo guardano mentre lui se ne sta tranquillo a fissare il muro perché aveva visto una crepa.
E decide di aprire un blog: “Spurious”.
Per raccontare l’altra parte, l’altro punto di vista: quello che passa davvero per la testa degli intellettuali 2.0.
Il risultato del seguitissimo blog è il suo primo libro, tradotto in italiano come “Magma”.
Il libro, che non mi sento di chiamare romanzo perché completamente privo di trama, ci porta nei meandri dei pensieri di due accademici britannici. Tra l’alcol e l’insoddisfazione cronica i due viaggiano in quell’Europa che ha visto i successi e la realizzazione del talento di autori e filosofi. L’elemento comune tra Lars e W. è sicuramente la capacità di riconoscere in sé la mancanza di un qualunque talento che potesse portarli all’Olimpo della memoria eterna. Entrambi hanno delle conoscenze molto superiori alla media, e devo riconoscere che a volte ho faticato a seguire il filo dei loro ingarbugliati pensieri. Ma questa conoscenza, questo sapere che li porta ad avere un atteggiamento di saccenza involontaria e congenita, non porta soddisfazioni. I due sono delusi di non avere le capacità letterarie di Kafka e la sua limpidezza nella costruzione della trama.
Il loro raffinato senso critico non grazia nemmeno loro stessi, anzi sono proprio loro i protagonisti assoluti di ogni disapprovazione, costantemente sotto esame del recensore più esigente: l’Io.
E non bastano i giornali, i giochini scaricati sul cellulare a uccidere quell’anelito fremente, quella tensione che dovrebbe essere produttiva, ma non lo è.
Ironico, tagliente, originale questo non-romanzo. Non è un libro facile e sicuramente non vi farà sentire rilassati, ma se siete in cerca di qualcosa di nuovo, eccolo: l’avete trovato.
10 Libri del Natale dei bambini
ROMA – Cosa regalare ai bambini per Natale? Scartare un libro può avere ancora il suo fascino. Allora regaliamo letture ai nostri ragazzi, doneremo loro non solo la gioia di esplorare nuove strade e nuove storie, ma anche la semplicità e il calore che solo le parole sanno offrire. Ecco a voi i 10 Libri del Natale dei bambini.
1. “Buon Natale, Samira” di Bolliger e Manna, Bohem Press Italia (dai 5 anni)
2. “I tre doni del giullare” di Bolliger e De Conno, Bohem Press Italia (dai 5 anni)
3. “Lotje e la Principessa delle befane” di Lieve Baeten, Aer (dai 5 anni)
4. “Una stella nel buio” di Lucia Tumiati e Joanna Concejo, Topipittori (dai 6 anni)
5. “Il pupazzo di neve e le Fate del Natale” di Rachel Williams e Kim Martin Campanila editore (dai 4 anni)
6. “Il mio nome è NO” di Marta Altés, Sinnos (dai 4 anni)
7. “Le avventure di Huckleberry Finn” di Antonio Tettamanti e Lorenzo Mattotti, Orecchio Acerbo (dagli 8 anni)
8. “I racconti di Punteville Ovvero le mirabolanti cronache degli uomini che viaggiarono nelle città della punteggiatura” di Gianluca Caporaso e Rita Petruccioli, Lavieri Piccole Pesti (dai 7 anni)
9. “Il coraggio dei piccoli”, di Graziella Favaro, Carthusia (dai 7 anni)
10.“Gioca e impara. 10 Libri in pila” Sassi Junior (dai 2 anni)
Più Libri Più Liberi: l’XI edizione è ai nastri di partenza
ROMA – 400 espositori, 60mila titoli, 280 appuntamenti in fiera, 140 iniziative in 50 luoghi della città. Autori internazionali, talenti italiani, esplorazioni tra fumetto, musica e arti visive. Più grande, ricca e indipendente che mai, torna Più Libri Più Liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria a Roma, Palazzo dei Congressi, da giovedì 6 a domenica 9 dicembre 2012. E il percorso di avvicinamento quest’anno è stato caratterizzato da un fittissimo network di appuntamenti fuori fiera, che coinvolge università (Più libri più idee), scuole (Più libri più grandi), biblioteche e numerosi altri luoghi cittadini (il circuito off di Più libri più luoghi, grande novità dell’edizione 2012 della fiera). Una rete di eventi – trasversale, pulsante, dinamica – che ha di fatto regalato alla città, ai suoi studenti e agli appassionati di libri un intero mese all’insegna della cultura e dell’editoria indipendente.
A Più libri più liberi quest’anno si esploreranno nuove correnti letterarie internazionali (Russia, Brasile, Grecia e l’immenso continente africano). Si ascolterà la lezione di maestri della narrativa italiana contemporanea e si andrà alla scoperta dei giovani autori della nuova generazione. Si parlerà di mafia, di storia, di società… ma anche di fisco, yoga e calcio, scoprendo il modo in cui queste materie vengono trattate, scritte, raccontate. Ma non ci si limiterà alla parola, esplorando anche i mille modi in cui essa si mescola, fonde e reinventa con le altre discipline creative: il fumetto, la musica, il cinema, l’arte, le nuove suggestioni digitali. Ci si rivolgerà agli addetti ai
lavori, con una serie di iniziative professionali e tavole rotonde sull’editoria; agli studenti, con un progetto che crea un ponte tra scuola e fiera; alla città, con un circuito off che si espande sotto forma di network, coinvolgendo con appuntamenti, incontri e spettacoli decine di luoghi “esterni”: biblioteche, librerie, associazioni.
Più libri più liberi è organizzato dall’Associazione Italiana Editori (AIE) con il sostegno di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i beni librari, gli istituti culturali e il diritto d’autore con il Centro per il Libro e la Lettura, Regione Lazio, Provincia di Roma, Roma Capitale – Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico, Camera di Commercio di Roma e in collaborazione con l’Istituto Biblioteche di Roma, l’ICE ex Istituto per il Commercio con l’Estero, l’azienda per i trasporti capitolina Atac, Radio 3 Fahrenheit e ALI – Associazione Librai Italiani. Contribuiscono inoltre: Sony, Ricoh, Ibs.it, Meta, Liberologico, Argentovivo, Informazioni editoriali, Promedia, Scripta, CSC Grafica.
Per la prima volta in Italia Ştefan Agopian
ROMA – Visionario, poetico, malinconico. Tre aggettivi che ben si addicono al romanzo di Ştefan Agopian. Lo scrittore romeno, tradotto per la prima volta in Italia da Paola Polito per Felici Editore, trasporta il lettore in un’atmosfera surreale, carica di risonanze esistenziali attraverso un racconto sospeso tra realtà ed immaginazione.
Ambientato in Romania nei primi anni dell’Ottocento, “Almanacco degli accidenti” narra la storia di due senzatetto che si tengono compagnia, in attesa che qualcuno o qualcosa scateni la loro fantasia. Sono Ioan Marin e Zadic l’Armeno. Il primo, maestro Geografo della scuola di Colzia, si perde spesso tra i suoi pensieri, vagheggiando “i tempi migliori” in cui poteva abbandonarsi alla lettura nonostante le guerre, la carestia, la peste. Il suo compagno, Zadic, è uno stravagante tuttofare, capace di cimentarsi con le più disparate professioni fino a giungere a un’amara conclusione: “nessuna di queste mi ha dato la ricchezza che vado cercando”.
Insieme, inebriati dall’alcol, si sostengono, si stuzzicano, talvolta mettono in scena delle vere e proprie competizioni a colpi di citazioni erudite: Plinio, Aristofane, Ippocrate sono solo alcuni degli autori classici che irrompono nei loro discorsi. Ricordi, pensieri, storie ed episodi paradossali scandiscono la monotonia delle loro giornate. “Stiamo, è questo che facciamo”. Così Zadic si rivolge all’amico con una considerazione che pare racchiudere l’essenza della loro vite.
Tra scene di guerra e sparatorie, molossi parlanti, diavoli accovacciati, angeli in parata, i due rimangono così, “come due santi senza preoccupazioni terrene, solamente contemplando e scambiandosi parole”, anche durante l’ultimo, incredibile viaggio con la fantasia.
“Nel mare del caso” con la congiura della parola.
Giulio Gasperini
AOSTA – Esplode come un thriller, come un giallo psicologico il nuovo romanzo di Gianni Nuti, “Nel mare del caso” (Mauro Pagliai Editore, 2012). Ma il cadavere che subito si racconta, che si presenta con nome cognome e indirizzo – quasi esigenza di novello battesimo e riconoscimento sociale – non ha fretta di accompagnare il lettore al disvelamento del colpevole. Ci fornisce gli indizi, ma sempre in sottrazione, avanzando alla ricerca non tanto del (presunto) omicida, quanto della sua intima ultimazione personale, frammento su frammento, ricordo dopo ricordo; ammissione su ammissione.
La storia – la cornice più ampia – è una saga familiare: un uomo e una donna, entrambi dai pensieri silenziosi ma dai gesti pratici, si scoprono a dover amare la loro figlia affetta da tetraparesi spastica. La fredda clinicità della diagnosi pare togliere il valore umano della bambina, pare negarlo risolutamente, come se prima di tutto quell’esserino nuovo di zecca fosse un problema da risolvere e non una vita da coltivare. La guerra dei genitori comincia da subito: una guerra contro tutto il mondo. Anche contro sé stessi, auto imputati di non esser stati in grado neppure di concepire un figlio che fosse “normale”. Poi una guerra contro tutti gli altri, in un continuo sentirsi giudicati e compatiti; è un suicida gioco alla ricerca dei motivi di questo naufragio “nel mare del caso”, di questa che pare punizione riservata ai più miserabili tra gli uomini.
Nessuno, però, pare soffermarsi sulla ragazza, su Alma, che vive nei suoi tempi, che gestisce le sue pause, che alimenta le sue ragioni. Alma si fa sentire, urla disperatamente nel romanzo, proprio perché nella vita nessuno l’ha ascoltata, nessuno l’ha sentita, diffidando (e fraintendendo) della sua afasia. Nessuno, realmente, ha capito che la velocità non è la stessa per tutti. In definitiva, nessuno ha capito (o voluto comprendere) tutta la potenza della sua diversità. Forse la sorella, la piccola Paola che, nata dopo, si è trovata troppe responsabilità a gravarla, troppi significati di cui rivestire la sua esistenza. Tanto da maturare una decisione estrema, di privazione del corpo, quasi in un contrappasso che odora di punizione, di crudele inflizione.
La pregevole tessitura di tipologie narrative, dal racconto in terza persona alla lettera, forma ben calibrata di confessione, aumenta il ritmo e lo impasta di attesa, di tensione intima ed emotiva. Lo stile è diretto, scarno, con alte punte di liricità, soprattutto nella descrizione del rapporto biunivoco tra umani e ambiente. Tutto, insomma, dal punto di vista stilistico e tecnico, supporta il pellegrinaggio dell’anima di Alma, la sua significazione che altro non è se non un ultimo, disperato tentativo – ricorrendo alla parola scritta, visto che quella sussurrata, quella spezzata della voce, è stata pressoché inutile – di quantificare la propria vita: un’apologia spietata, una grammaticalizzazione intima che può contare su una consapevolezza feroce, lucida, disarmante.
Alla fine, non importa neppure aver la certezza di chi sia l’assassino, o se un assassino ci sia mai effettivamente stato. Alla fine, ciò che importa è capire la potenza e il ruolo della parola. Perché questo è un romanzo delle poche voci. Le uniche, le più, non per caso, sono quelle dei medici, della scienza: di quanto, insomma, più concreto e risolutivo possa esistere. Ma le vite, le esistenze, ebbene, loro non conoscono una parola che sia esclusiva ed esauriente. E soprattutto una parola che crea fraintendimenti. Perché la parola congiura. Spesso, la sua assenza equivoca. Non c’è possibilità d’appello, per chi non conosce il verbum. Come ci si può difendere? Soltanto gli occhi, soltanto i gesti paiono non esser abbastanza. Paiono non esser quasi nulla. Ma le ultime parole di Alma, rivolte soltanto a noi lettori, sono un testamento lirico, una decisa e risoluta ammissione di consapevolezza; mai tardiva, ma netta, inappellabile. Perché ogni vita ha una meta e non c’è mai indifferenza. Ci può essere distanza, incapacità comunicativa, insofferenza emozionale. Ma mai indifferenza.
Passione vintage: il Salone del Libro Usato
Silvia Notarangelo
MILANO – I tempi non sono dei migliori e anche i numeri dell’editoria, purtroppo, lo confermano. Quasi il 10% in meno di titoli pubblicati, una flessione del 7,5% del numero di editori, un mercato che continua a scendere anche nel terzo trimestre del 2012. Difendere il libro e, con lui, l’intero settore editoriale, sta diventando una priorità imprescindibile. Buone notizie arrivano, per fortuna, da una recente ricerca condotta dalla New York University e della Carnagie Mellon University: la vendita di libri usati non solo non danneggia i nuovi testi in commercio, ma determina, indirettamente, una maggiore propensione alla lettura.
Un (buon) motivo in più per curiosare tra le oltre 500 bancarelle che, anche quest’anno, saranno protagoniste del Salone del Libro Usato. Da venerdì 7 a domenica 9 dicembre, presso Fieramilanocity, sarà possibile riscoprire il valore di testi rari e antichi, volumi pregiati, opere fuori commercio. Determinante e preziosa la collaborazione degli editori, chiamati a riproporre i propri tesori da collezione o quei tanti libri semplicemente dimenticati in un magazzino. Prime edizioni dei grandi classici, volumi autografati, gialli e paperback, fumetti introvabili, e ancora libri fotografici, stampe antiche e locandine cinematografiche: tutti potranno soddisfare i propri interessi.
Giunto alla sua ottava edizione, il Salone introduce quest’anno anche un’importante novità. Per la prima volta l’evento si apre all’intera città di Milano con una particolare quanto gradita iniziativa. Si chiama Libromaggio e prevede la distribuzione gratuita, nei giorni precedenti la manifestazione, di oltre 5000 libri reperibili presso stazioni, piazze, università. Un modo diverso, un omaggio speciale per ricordare l’appuntamento in Fiera e coinvolgere, così, un numero sempre più vasto di lettori.
“Questa mattina è arrivata una lettera”: i racconti inediti di Joseph Roth
Alessia Sità
ROMA – Sono nove i racconti contenuti in “Questa mattina è arrivata una lettera”, gli inediti scritti giovanili di Joseph Roth, editi da Passigli Editori e curati da Vittoria Schweizer.
Il ‘fil rouge’ che accomuna ogni frammento – databile presumibilmente fra il 1918 e il 1928 – sembra essere la grande capacità che l’autore ha nel creare i suoi personaggi. Si ritrovano molto spesso figure grottesche e disperate. Ogni essere umano è caratterizzato da un tormento interiore, che lo rende patetico e avvincente allo stesso tempo. Barbara, Gabriel e il protagonista di “Umanità malata” ne sono un chiaro esempio. La prima è una donna fragile ed estremamente generosa, che senza esitazione sacrifica la propria esistenza per amore del figlio; il secondo è un piccolo funzionario borghese, totalmente devoto a un lavoro che però non sembra gratificarlo abbastanza; mentre l’uomo del terzo racconto, anche egli vittima sociale, è costretto a vivere in una clinica psichiatrica, straziato dalla presenza assidua dei fantasmi del suo passato. Nei suoi scritti, Joseph Roth affronta diverse tematiche che, pur se a distanza di moltissimi anni, risultano ancora oggi molto attuali. Il lettore è spinto a riflettere e a immedesimarsi continuamente con quei personaggi che suscitano nel contempo compassione e simpatia. Racconti come “Questa mattina è arrivata una lettera” o “Giovinezza”, fanno inoltre intravedere il microcosmo personale dell’autore, che in questi frammenti descrive intimi sentimenti e figure legate alle proprie radici passate.
Quella di Joseph Roth è una scrittura elegante e metaforica, che riesce a conquistare proprio per la grande capacità introspettiva che emerge da ogni singola storia.
“Caterina fu gettata”. Vi è mai capitato di differenziare la vostra fidanzata?
Marianna Abbate
ROMA – Siamo nell’epoca della raccolta differenziata, del rispetto dell’ambiente e dei romanzi fatti con lo stampino: tutti uguali e tutti già letti. Viviamo in un mondo in cui tutto è già stato fatto e detto, comprese queste mie banalissime parole.
E allora “Caterina fu gettata” diventa un simpatico momento di astrazione. Ho letto che in internet qualcuno ha definito questo romanzo breve di Carlo Sperduti, edito da Intermezzi, come urban fantasy. Non dico che sia una definizione completamente sbagliata, ma potrebbe risultare deviante per un lettore che non sa di cosa stiamo parlando e si immagina fatine volanti e draghi sputafuoco. Si tratta di un romanzo nonsense, una narrazione sperimentale, che tanto ricorda quella corrente anni ’70 che ha visto come protagonista assoluto Calvino.
Nel mondo di Caterina si muore mille volte, ma questo non influenza in nulla la vita dei protagonisti, che continuano imperterritamente a risorgere in un trionfo di virgole e punti esclamativi, da sconvolgere Manzoni. La sperimentazione non si trova solo nella trama, assurda e decisamente astrusa, ma anche nello schema linguistico, nell’utilizzo della parola come significante, spesso privata del significato.
Un esperimento linguistico e letterario, ma nel contempo narrativo. La costruzione dei personaggi avviene attraverso le loro azioni, e non attraverso la caratterizzazione aprioristica dello scrittore, che influenza al minimo lo svolgimento degli eventi. A volte sembra di trovarsi nella casa di una coppia qualunque, dove la fidanzata sciorina nel sonno tutte le cose che odia del proprio compagno. Ma subito dopo ci ritroviamo nell’incredibile mondo astratto, dove si può buttare in un secchio gatto e fidanzata.
Un losco individuo condisce gli avvenimenti con una delicata suspense che ci fa temere chissà perché, quella morte che nel testo è un avvenimento quotidiano e abitudinario.
Devo riconoscere che la mia fantasia non è riuscita a prevedere gli eventi di questo libricino, che mi ha fatto sorridere e scuotere la testa con allegria.
Bellino, proprio bellino.
“Brezze moderne”: la raccolta poetica di Pietro De Bonis
Alessia Sità
ROMA – “Esiste la poesia/allora esiste Dio!/Come quando non conosci i dolori/Ma vedi lo stesso gente piangere.”
Sono questi i versi che compongono “Continuerò a non morire se Dio vorrà” una delle poesie contenute in “Brezze moderne”, la raccolta poetica di Pietro De Bonis pubblicata da Lupo Editore.
Il volume è suddiviso in tre parti: Poesie, Intermezzi e Aforismi. La prima parte è costituita da liriche dall’estensione e dalle tematiche variabili; mentre nelle ultime due parti, l’Io poetico è continuamente impegnato a indagare non solo su se stesso, ma anche sull’uomo e sulla società attuale. Leggendo “Brezze moderne” non ho potuto fare a meno di ricordare la bellissima “Commiato” di Giuseppe Ungaretti, nella quale il poeta spiegava all’amico Ettore Serra cosa fosse per lui la poesia. “Gentile/Ettore Serra/poesia/è il mondo l’umanità/la propria vita/fioriti dalla parola/la limpida meraviglia/di un delirante fermento/Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/come un abisso.” Come per il grande Giuseppe Ungaretti, la poesia del giovanissimo Pietro De Bonis sembra essere il risultato di una sofferta e profonda operazione di ‘scavo’ nell’’abisso’ della propria anima e del proprio solipsismo esistenziale. Liriche come “Più cresco”, “Invaso”, “Libertà” e molte altre ancora, testimoniano la necessità di far conoscere al mondo le proprie personali emozioni, oltre che la propria percezione della vita quotidiana. L’autore sonda costantemente l’animo umano, scendendo nei meandri più oscuri dell’uomo, per meditare sul vero senso della vita. “Pensavo al cielo, lo vediamo celeste ma in realtà dall’universo è nero. E lo stesso il mare, in riva è azzurrino chiaro e lontano si scurisce. Tutte le cose da vicino sono più chiare e belle, più le avviciniamo e più si fanno vedere. Forse occorre più vicinanza tra gli uomini del mondo”. Proprio in questo bellissimo monito, contenuto nella parte dedicata agli Intermezzi, sembra essere riposto il messaggio della raccolta “Brezze moderne”. Mai fermarsi alle semplici apparenze, soltanto continuando a scandagliare le mille sfaccettature dell’animo umano potremo raggiungere la verità delle cose. Del resto, “I colori veri della vita non sono quelli che si vedono, ma sono quelli che si acquistano amando.” Con grande sensibilità, Pietro De Bonis ci regala una raccolta poetica che ci esorta a meditare attentamente sui nostri attuali tempi e sulle nostre piccole e grandi emozioni che, spesso, mettiamo a tacere per paura di svelarci troppo fragili.