Festival Letteratura 2013, al via la cinque giorni di cultura e attualità

festletMANTOVA “La metamorfosi è ormai attesa, ogni anno, si direbbe da sempre:  Mantova si risveglia e sprigiona un’energia che attrae, fonde, mescola e crea. Grandi scrittori, artisti, intellettuali sono un tutt’uno con i loro attenti e fedelissimi lettori; elementi architettonici si confondono con le sagome della gente, cittadini mantovani si mischiano con turisti, affezionati frequentatori con neofiti e curiosi, grandi  temi d’attualità con trame narrative di fantasia. E la città sembra uscire  dalle pagine di un romanzo, con un’atmosfera surreale. Reali sono invece le persone, le piazze, le vie, l’allegria e la pace, reale è la mescolanza di caos e serenità, di movimento e approfondimento, di amore e psiche, di precisa organizzazione e libero pensiero […]” Nicola Sodano, Sindaco di Mantova

Torna puntuale, ormai da diciassette anni, il Festival Letteratura di Mantova. Da oggi, fino a domenica 8 settembre, le piazze, le strade e i luoghi della città lombarda ospiteranno la nuova edizione della kermesse divenuta modello dei tanti – troppi – festival nazionali legati al mondo editoriale. Per cinque giorni, i 239 eventi in programma faranno di Mantova la capitale internazionale della cultura; l’internazionalità, inoltre, sarà il punto di forza dell’edizione 2013. La letteratura europea, latinoamericana e africana si incontreranno a Mantova attraverso libri, scrittori e critici: Emmanuel Carrère, Almudena Grandes e Mathias Énard; poi Margaret Drabble, critica letteraria, tra le più prolifiche e autorevoli narratrici inglesi; l’autore finlandese Tuomas Kyrö, l’ungherese László Krasznahorkai; Dan Lungu, voce tra le più brillanti e pungenti della letteratura romena post-comunista e Clara Usón, esponente della nuova narrativa catalana.

Festivaletteratura2013Oltre ai tanti e interessanti scrittori stranieri tornano al Festival anche molte e note penne italiane: Francesco Abate, Eraldo Affinati, Paolo Cognetti, Paolo Giordano, Carlo Lucarelli, Dacia Maraini, Paola Mastrocola, Melania Mazzucco, Roberto Saviano, Hans Tuzzi e Andrea Vitali.

 

Al Festival Letteratura 2013 la scrittura incontra nuovamente la cucina: dopo il successo delle passate edizioni saranno riproposti gli incontri tra cucina e letteratura (Casa Slow). Tra le proposte di quest’anno un laboratorio di pasticceria per grandi e piccini curato dal maestro siciliano Corrado Assenza, una conversazione sul vino naturale tra Giovanni Bietti e Corrado Dottori, una cena funebre ispirata ad “À rebours” di Huysmans e lo Shabat di tutti, una vera cena di Shabat curata da Miriam Camerini.

 

Festival Letteratura Mantova. Cinque giorni. 239 appuntamenti. Tanta curiosità. Ci auguriamo anche tanti libri.

 

 

“Lo chef è una donna”, da Piemme un romanzo di amore e ricette

LO-CHEF-E-UNA-DONNAROMA “Graciane chiuse gli occhi, assaporando la perfezione di quel momento: un uomo che sapeva di buono e il cui odore si mescolava a quello del caffè, illuminato da un raggio di sole della bruma pungente del primo mattino. Bastava così poco per essere davvero felici”. 

Graciane è una donna, ha quarant’anni ed è uno chef. Nulla di strano se non fosse che ha passato la vita a competere con Florent, il suo ex marito, un famoso chef sempre impegnato a sperimentare nuove ricette e nuove tecniche. Ma per Graciane la cucina è donna e vuole dimostrarlo anche agli altri: divorzia e prende in mano la sua vita. Comincia così “Lo chef è una donna”, il romanzo di Valérie Gans pubblicato da Piemme.

Graciane allora decide di affrontare “l’uomo che, per oltre dieci anni, l’aveva trattata come una ragazzotta, senza mai perdere l’occasione di sminuirla, possibilmente in pubblico”e si mette alla prova. Apre un ristorante nella sua Parigi, ma lei vuole differenziarsi dai tanti chef della città, nella cucina di Graciane le materie prime e il ruolo della squadra sono fondamentali; poi, un menu che non dimentica le sue origini basche e i segreti culinari di nonna Ama fanno la differenza. Così, la vita della protagonista cambia: oltre agli impegni, alle preoccupazioni e alle gioie per i suoi due figli Timothèe e Elija, nel quotidiano di Graciane trova sempre più spazio la cucina e una nuova e inaspettata sfida. Infatti, la brigata di cucina iscrive Graciane a una competizione per eleggere il miglior chef di Parigi tra i più rappresentativi cuochi delle cucine parigine.

“Lo chef è una donna” è un romanzo leggero composto da pochi e semplici ingredienti: passione, fantasia, amore e avventura. Un perfetto mix che si completa grazie alla tematica culinaria (ormai di gran moda), tanto che ogni capitolo prende il nome di una pietanza e si chiude con la ricetta stessa.

Eccone un esempio:

La ricetta di Graciane
Soufflé al cioccolato

Per 4 persone
135 gr. di cioccolato al 70% di cacao, 30 gr. di burro + burro per stampini, 30 gr. di tuorlo d’uovo, 130 gr. di albume d’uovo, 45 gr. di zucchero + zucchero per gli stampini

1. Scaldare il forno a 180°
2. Far sciogliere a bagnomaria il cioccolato con un po’ di acqua o latte.
Togliere dal fuoco, aggiungere il burro a tocchetti e poi i tuorli d’uovo.
3. Montare gli albumi a neve non troppo ferma con lo zucchero e una presa di sale.
4. Incorporate gli albumi al composto: cioccolato, uova, burro.
5. Distribuire il preparato in 4 stampi da soufflé individuali, imburrati e spolverizzati di zucchero. Infornare per 10 minuti.
6. Servite subito.

“Una frisella sul mare”. Tutti al mare, compreso il menu

una frisella sul mareLECCE“Ognuno di noi ha dei ricordi “ambientati” in spiaggia o al mare, legati alla musica (soprattutto quella dei falò, ormai vietati), a luoghi precisi (le spiagge dove abbiamo passato le nostre infanzie vi fanno sempre sorridere e ricordare le corse pinnate o le prime fidanzatine) e ricette (perché in spiaggia, comunque bisogna pur mangiare)”.

“Una frisella sul mare. Canzoni, ricordi e ricette da spiaggia” racchiude le tre “anime” della vacanza: musica, ricordi e sapori. Il mix di questi tre elementi dà vita a un libro a più voci, curato dal giornalista Pierpaolo Lala (già ideatore del concorso di cucina Fornelli Indecisi e autore del libro “50 sfumature di fritto”) e arricchito dagli scritti di amici, giornalisti e scrittori che attraverso i loro ricordi e aneddoti ripercorrono la costa pugliese da Bari all’estremo Salento. Pubblicato da Lupo Editore, “Una frisella sul mare” è un viaggio sulle spiagge, sotto gli ombrelloni e nelle case pugliesi degli ultimi trent’anni. E’ un viaggio lungo le usanze, i costumi e i sapori di una tradizione gastronomica che non si è mai dimenticata, non si è mai lasciata a casa, anzi. Lo “stanato” – la teglia da forno in acciaio – è sempre stata presente, anche sotto il sole d’agosto in spiaggia. Allora dopo i racconti, ecco le ricette: Cannelloni ripieni, Calamari fritti, Pasta al forno in bianco, Involtini di pollo, Cocule, Zucchine ripiene, Torta di mele e ancora primi, secondi e dolci perché al mare tutto il cibo diventa un ricco e succulento piatto unico.

 

 

“Ricordi.
Così proseguo in questo viaggio in questa Puglia infinita e inizio inevitabilmente a ripensare alla vita”. Daniele Silvestri – Me fece male a chepa

Gli “Ottantatré” anni di Giustino.

OttantatréGiulio Gasperini
AOSTA – “Ottantatré” sono gli anni che Giustino vive, nel romanzo di Alberto Bracci Testasecca edito da Edizioni e/o. E per ogni anno Giustino ha un attimo, un momento, un frammento di vita da raccontare, quasi da confidarci con la delicatezza di un rapporto amico e fraterno. Sulla falsa riga di “The years” di Virginia Woolf, la storia personale di Giustino si intreccia con un avvenimento della Grande Storia, come a stabilire un legame inscindibile tra l’uomo e l’accadere degli Eventi. In qualche caso più invasiva, in altri meno, la Storia fa accadere qualche evento per ogni anno, scandito cronologicamente, con una cadenza maniacale e ridondante: 1° anno, 2° anno, 3° anno… Dalle Torri Gemelle al delitto Moro, dalla guerra del Vietnam agli scontri intorno a Villa Giulia a Roma, dalla vittoria dei mondiali di calcio ’82 a quella del 2006, tutto si intreccia con lo srotolarsi della vita di una misera pedina nel grande gioco del destino.
Alberto Bracci Testasecca, partendo dal bellissimo borgo di Montalcino, in Toscana, dove tutto principia e finisce in un ritorno circolare, tesse una favola moderna, con una pregevole fluidità narrativa e una discreta capacità di pennellare brevi dialoghi colmi dell’essenziale. Il materiale umano e storico evocato in queste pagine è tanto, abbondante, mastodontico: praticamente non si dimentica di nulla, comprende tutto ciò che ha caratterizzato il “secolo breve”, fino a sconfinare nei più recenti Anni Zero. Testasecca tratteggia certe interpretazioni, fa capire le sue opinioni, certe volte semina dubbi ma al contempo mostra dimesso la direzione dove guardare per decifrarla. La vita di Giustino è una vita semplice, nutrita di sentimenti e di emozioni declinate secondo una comune familiarità. Viene generato, nasce, cresce, ha le prime cotte, si innamora profondamente, si sposa, nascono i figli, arrivano le crisi coniugali, si innamora di nuovo, cresce i figli, accudisce i nipoti: è un copione già visto, una parte che non conosce sorprese né colpi di scena.
Non c’è niente di stra-ordinario nella sua vita. Si innamora, tradisce, si innamora di nuovo, si impegna per non arrendersi, combatte, fa finta di niente. Si comporta come un qualsiasi essere umano alle prese con la sua vita qualsiasi. Ma non è un inetto, Giustino. Perché non subisce passivo l’accadere degli eventi ma cerca di farsi pilota attivo del suo destino; cerca di non subire le casualità feroci con l’arrendevolezza di chi sa già che nessuna difesa può servire contro l’inevitabile: e invece si presta al combattimento, si arrabbia, si infuria, si difende con le armi che conosce. E alla fine, quando il suo corpo decide di averne a sufficienza e lo abbandona in mezzo all’orto familiare, Giustino può ben dire di aver vissuto come meglio – sicuramente – non avrebbe potuto.

“Lost in Austen”: il divertente game book di Emma Campbell Webster

coverlostAlessia Sità

ROMA –E’ una verità universalmente riconosciuta che una giovane eroina di Jane Austen debba cercarsi marito, e tu non fai eccezione alla regola”.
Vi siete mai chiesti come sarebbe stata la vita di Elizabeth Bennet se avesse accettato la prima proposta di Darcy in “Orgoglio e pregiudizio”? O cosa sarebbe accaduto con il Capitano Wentworth di “Persuasione”? Se la curiosità vi sta logorando, non potete non leggere “Lost in Austen. Crea la tua personale avventura dai romanzi di Jane Austen”, il geniale game book di Emma Campbell, pubblicato da Hop Edizioni.
Potrà sembrare alquanto strano e insolito, ma questo straordinario libro non deve essere letto da cima a fondo, come un normalissimo romanzo. A determinare la sorte dei vari personaggi saranno proprio le scelte compiute dal lettore. Inoltre, il successo o il fallimento della storia dipenderanno essenzialmente da cinque fattori: Qualità, Intelligenza, Autostima, Relazioni e Fortuna. Per avere maggiori possibilità di riuscire nella propria missione, ovvero creare il matrimonio perfetto, sarà fondamentale migliorare le proprie dotazioni rispondendo ad alcune domande, che incideranno anche sull’esito della vostra avventura letteraria.
Partendo da“Orgoglio e pregiudizio”, questo singolare game book catapulterà il lettore nel cuore dei romanzi della famosa scrittrice britannica, fra amori, menzogne, tradimenti e seduzione. Il destino della vivace Elizabeth Bennet sarà determinato da una miriade di scelte, che potranno condurre a un matrimonio di “ragione e sentimento” o porteranno a situazioni difficili e talvolta sconvenienti. Non vi resta che mettervi comodi e iniziare a leggere la vostra personalissima storia d’amore, allietata (fra una pagina e l’altra) anche dalle simpatiche illustrazioni di Penelope Bagieu.
Buona lettura!

“Istemi” e le paranoie della sicurezza nazionale.

IstemiGiulio Gasperini
AOSTA – Cinque studenti universitari, nell’Ucraina della metà degli anni Ottanta, si appassionano a un gioco di ruoli fantastorico. Come ai nostri tempi, quando nelle lunghe sere invernali capitava di mettersi intorno a un tavolino e improvvisare amichevoli guerre con Risiko. “Istemi”, il romanzo dell’ucraino Aleksej Nikitin, edito da Voland nel 2013, è un curioso esperimento di sciarada, un racconto sempre in sottrazione, nel quale la comprensione è tutta a carico del lettore, e dove soltanto il finale getta luci più sicure e salde su tutta la trama e sulla caratura dei personaggi.
Il passatempo dei giovani universitari ben presto diventa un pretesto per cacciarli dall’Università, bandirli dal sapere, estraniarli dalla conoscenza. Niente meno che il Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti (meglio noto come KGB) si insospettisce dei loro nomi in codice, delle loro fittizie mosse, dei loro inventati spostamenti. E comincia un servizio di spionaggio che si dipana tra antiche lettere, telefonate misteriose e ancor più misteriosi pedinamenti. I protagonisti, e soprattutto la figura di Davydov, che come e-mail usa il nome di Istemi, l’ultimo signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e, si muovono in atmosfere oscure, al limite del paranoico. L’ambiguità tra realtà e finzione, tra gioco e vita, tra sospetto è certezza è costantemente portata al limite, estenuata ai limiti del fraintendimento. Anche gli eventi, i fatti che dovrebbero concedere al lettore spiragli di comprensione e di verità non sono così performanti e sicuri. La vicenda cardine accede nel 1984, l’epoca degli studi universitari e delle goliardate tra amici, mentre parallela corre la storia più moderna, di venti anni dopo: siamo nel 2004, e una mail contenente un ultimatum risveglia antichi ricordi e ancor più remote certezze. Questo evento è la causa scatenante una ricerca dettagliata e profonda delle vere ragioni, della realtà più profonda.
La tecnica narrativa di Nikitin è sicuramente interessante, un esperimento coraggioso di racconto in sottrazione: in alcuni punti il lettore si trova spiazzato, in balia dei sospetti e delle domande; ma forse anche questo fa parte dell’accorgimento narrativo. I sospetti, le domande, le incomprensioni si assommano e si sovrappongono, in un’accelerazione al disvelamento che è breve incursione in un mondo parallelo e alternativo, quello dominato dal morboso sospetto e dall’ansia della conoscenza a ogni costo.
Il breve romanzo di Nikitin, in molti punti intensamente ironico, sbeffeggia e critica la paranoia e l’ansia della sicurezza, così tanto affermata nei paesi del blocco sovietico. Tanto da non aver neppure la capacità di distinguere tra un semplice gioco e una minaccia reale.

“Siamo ponti senza saperlo”: come le vite s’intrecciano.

Etica di un amore impuroMichael Dialley
AOSTA – Le vite degli uomini creano reti invisibili che collegano le esistenze e intrecciano i sentimenti e le emozioni. Questo avviene anche a distanza di anni, decenni: vite apparentemente lontane, anche geograficamente, che si incontrano grazie ad altre esistenze. “Etica di un amore impuro”, di Alessandro Savona, edito da Edizioni Leima nel 2013, racconta proprio l’intreccio delle vite di uomini e donne, separate da molti anni, ma che si ricongiungono grazie a questa “corrispondenza di amorosi sensi” che è stata edificata.
Un amore fittizio che ha dato alla luce un bambino abbandonato alla madre e, ben presto, lasciato orfano; un amore forte, che resiste agli anni, alle difficoltà, alla “vita di strada”, ma che veniva (e purtroppo ancora oggi) considerato un “amore impuro”; legami di amicizia, progetti, idee che diventano ponte a collegare tutti questi diversi amori.
Un libro breve, che si legge con leggera scorrevolezza, ma che è davvero intenso e vissuto: molti rimandi geografici, paesaggi e scorci reali, dipinti con le parole cosicché per il lettore è spontaneo vedere nella propria mente le scene che avvengono a Parigi; sentimenti veri, sinceri, potenti che si possono toccare con mano, sentirne la consistenza e il peso.
Perno delle vicende è la figura di Roland Barthes: saggista e semiologo francese che ha vissuto la Parigi di metà Novecento; un uomo che ha avuto moltissimi incarichi e, grazie a questi, ha potuto viaggiare molto; e viaggiando sperimentando e conoscendo.
Savona permette in questo modo al lettore di apprendere e approfondire la consapevolezza di un importante letterato francese, analizzato nel romanzo sotto una luce diversa, nella dimensione più privata e personale della sua vita.
Alla conclusione della lettura, capiamo come le parole siano fondamentali: ma quali sono più giuste per raccontare un amore? Si può esporre con parole perfette l’armonia dell’imperfezione? Sono un po’ le riflessioni suggerite al lettore attento e che legge il romanzo non solo con gli occhi, ma anche con la mente e il cuore.

“Lettere da Sodoma”, dove l’amore è feroce.

Lettere da SodomaGiulio Gasperini
AOSTA – “Un reietto, un rifiuto della società costituita, un borghese che è sceso fino al rango fangoso dei pezzenti, dei falliti”. Fallito, soprattutto, nelle sue ispirazioni artistiche e poetiche. È questo il personaggio protagonista del romanzo epistolare “Lettere da Sodoma”, che Dario Bellezza pubblicò per Garzanti nel 1972. Attraverso missive inviate a scontornati destinatari, Marco narra la storia della sua condizione, di questo strazio di vivere che si tesse con un più profondo supplizio d’amore: “Ho orrore della mia condizione di maniacalmente depresso che desidera l’orrore dell’euforia: fra questi due poli oscilla la mia vita”. E la sua vita è una continua lamentazione, un inarrestabile cadere in spazi d’ombra interiori, dove tiranneggia “la tragicità fanatica del quotidiano”. È un continuo ripensare ai suoi fallimenti, affliggersi con legami sadici e furenti: “Vivere di progetti non mi basta più”, ma neanche il sogno ha più spazio nella sua vita, neanche un amore che sia sano e maturo, puro e coraggioso.
Il tiranno per eccellenza, che spadroneggia e infuria, è Luciano, un ragazzino che si prostituisce per capriccio e avidità, che si diverte in un gioco perverso a tormentare e torturare il fragilissimo amante. La soluzione, Marco, l’ha ben chiara: “Mi ripeto che per farlo stare con me lo devo fare mio prigioniero”. È un amore cannibale, un amore tormentoso, una continua violenta prevaricazione e . Le parole di Marco sono velenose frecce, affondi feroci e violenti, ma anche consapevole che l’altro abbia un’armatura resistente e tenace, possegga una capacità innata di difendersi semplicemente con il potere della sua esistenza svagata e indisciplinata: “Lo scandalo di questa solitudine in cui mi costringi mi ucciderà. Attenta al rimorso. Ma tu sei troppo superiore a tutto”.
Marco sceglie la lettera, una forma di lettera poetica, per indagare il proprio scontento e lanciare anatemi e violente requisitorie contro i suoi amici, i suoi amanti, i suoi nemici, i suoi amori tribolati; la lettera gli dà compagnia, gli concede la possibilità di fingere una sciarada, una ricostruzione aleatoria e fittizia di una vita che lui desidererebbe intensamente non fosse la sua: “Ecco perché almeno queste lettere mi fanno un po’ di compagnia: sorelle della mia futura morte. Sono la mia ultima occasione, dove, niente essendo autobiografico, tutto lo sembrerà, senza rimedio”. Ma la lettera è strumento di strenua difesa, l’unica possibilità – fallito il tentativo letterario – per significare il suo io più profondo e concedersi una giustificazione d’esistenza: “Sono attaccato a queste lettere come un naufrago alla sua zattera che forse lo porterà a salvazione. Soprattutto le scrivo per uccidere il tempo, la noia”. La sua è una confessione, un tentativo di espiazione (“Mi sto laicamente confessando”). Ma abita a Sodoma, e pare non esistere per lui nessuna promessa di redenzione.

“La vita è un sorso” che si racconta tra un drink e l’altro

la vita è un sorsoROMA – Quando attraverso una manciata di drink si può raccontare la vita, le avventure e gli amori. Questo è “La vita è un sorso, Choosy. Come salvarsi l’anima e dannarsi il fegato in trenta drink”, il libro di David Santoro e Luca Gregorio Patané pubblicato da Ultra; un libro in cui tutto è possibile.

 

È possibile che un gatto suoni la batteria in una jazz band e ascolti il racconto di un week-end romantico del suo convivente umano mentre gli prepara un Negroni? Oppure che discuta con lui di filosofia davanti a due Connemara? O di astronomia sorseggiando un Pink Cardinal? A giudicare da questo curioso libretto, sembrerebbe proprio di sì. I due strani, inseparabili amici – Choosy e Da – sono i protagonisti di una bohéme alcolica e musicale dai contorni planetari, ricca di avventure e di amori (a volte persino fortunati), narrata e illustrata in forma ironica e lapidaria in un divertente breviario: 30 racconti per altrettanti cocktail (con tanto di ricetta) di cui nessun bevitore e nessun poeta, umano o felino, potrà più fare a meno.

“Restare, partire”: quando la vita potrebbe essere ovunque

lupo_restare partire_recensione chrlGiulia Siena
ROMA“La verità è che non esistono puerto escondido. E restare o partire spesso è la stessa cosa. Ci vuole coraggio in entrambi i casi”. Mimmo cerca il coraggio per andare altrove e aspetta motivi o risposte per rimanere. Andare via da Taranto o rimanere a Taranto? Rimanere e intraprendere ogni sabato il forzato tour per i locali insieme a una combriccola di finti amici oppure partire? Sicuramente non rimarrebbe per Carmy, la sua fidanzata dai capelli color arancio, con il pallino per le Y e per le parole abbreviate. Mimmo vorrebbe fuggire da tutto questo ma è sempre stato il codardo; lui non risponde, non sbraita, non alza la voce. Lui, più semplicemente, partirebbe per allontanare lo sguardo deluso della madre e per allontanarsi dai continui rimproveri del padre. Mimmo partirebbe per fotografare il mondo.

 

“Restare, partire”, il romanzo di Massimo Stragapede pubblicato da Lupo Editore parte da un interrogativo arcaico: restare o partire? E’ lo stesso interrogativo che si pone Domenico Cazzato, per tutti Mimmo, un venticinquenne (o quasi) che vive al Sud, a Taranto. Mimmo non ha lavoro, Mimmo non ha niente; deve elemosinare l’auto di suo padre e continuare a scattare foto con una vecchia macchina di ferro e plastica. Mimmo non ha sogni, non ha niente. Mimmo ha un’unica possibilità, accogliere le raccomandazioni dello zio ed entrare al siderurgico. Deve ingoiare le sue perplessità e infilarsi la tuta, timbrare il cartellino e fotocopiare il prospetto turni in tre copie: per lui, per mamma e per Carmy. Mimmo comincia così la sua vita scandita dai turni, dalle rate per la nuova macchina, dalle rate per il telefono di Carmy e dalla voglia crescente di dimenticare tutto e tutti. Tutto o quasi.

Un giorno intercetta lo sguardo e la caparbietà di Miriam, una donna diversa, una donna. E poi quel volantino: concorso fotografico Restare, partire. Tutto cambia. Ora è lui che deve prendere in mano la propria vita e fotografarla e cambiarla.

 

“Restare, partire” è una scommessa e la scommessa – in questo caso – è soprattutto nella storia. Dal titolo non diresti mai che oltre alla tematica sempre un po’ in ombra dei “nuovi nomadi” c’è la storia di un ragazzo – come tanti – che cerca la propria strada. Non diresti mai che così come Mimmo molti di questi ragazzi non parlano mai dei propri dubbi, non conoscono il confronto e il conforto con genitori, amici e conoscenti. Non diresti mai che si sopravvive aspettando, mentre tutto passa. Non diresti che Mimmo sì, è un personaggio silenzioso, remissivo e rassegnato ma quando arriva Miriam la storia prende vita e comincia una lenta e decisa presa di coscienza. Mano mano che la storia prende vita, Mimmo e Miriam diventano gli unici protagonisti, gli altri personaggi sfumano. Quello che rimane e che resta è la verità di Mimmo.