Edizioni Leima, quando si produce cultura non c’è competizione. Intervista a Renato Magistro

EdizioniLEIMAGiulia Siena
PALERMO – Da legatoria a casa editrice: questa l’evoluzione che ha portato LEIMA a completare un lungimirante progetto attorno ai libri. Questi ultimi, infatti, da semplice manufatto sono diventati un prodotto culturale veicolo di storie attuali, graffianti e necessarie. Di storie, progetti e nuovi libri abbiamo parlato con Renato Magistro, direttore editoriale della casa editrice palermitana.

Che cos’è LE.I.MA?
LE.I.MA. è l’acronimo di Legatoria Industriale Magistro, l’azienda che è al contempo il cuore e l’origine di tutto il nostro progetto. La legatoria nasce nel 1990 su iniziativa di mio padre, Franco Magistro, che ha sempre considerato il libro come un manufatto pregiato e che ha fatto della puntualità e della qualità il punto di forza dell’azienda, al punto che LE.I.MA. è attualmente l’unica legatoria industriale della Sicilia, che cura le produzioni di tante altre realtà editoriali, non ultima la Sellerio. Da questo amore per il libro come oggetto alla decisione di curare un prodotto che fosse interamente “nostro” il passo è stato breve, e così sono nate le Edizioni Leima.

Fondata nove mesi fa, nel gennaio del 2013, la casa editrice LEIMA è nata per un bisogno di cambiamento in questo momento di crisi. È questo il ruolo della cultura? dare una possibilità, una chance, una speranza per cambiare rotta?
Il ruolo della cultura è stato sempre fondamentale in ogni società, e lo è ancor di più nella nostra, così soggetta a rapidi cambiamenti da necessitare un punto di riferimento forte. I libri servono a dare voce alle opinioni, a ricordarci i nostri legami con il passato, e permetterci di sognare, e a tanto altro. C’è una richiesta costante di ragioni e di emozioni nel nostro tempo, e i libri sono senza dubbio una delle fonti più durature a cui attingere.

I libri LEIMA sono storie forti, romanzi pieni di verità, sofferenza, vita e sfida. Qual è la linea editoriale che perseguite e come scegliete i vostri libri?
Le Edizioni Leima sono una realtà giovane, sia dal punto di vista della nostra esistenza nel mercato editoriale sia per la reale composizione del nostro team aziendale. Abbiamo deciso quindi di non “falsarci”, omologandoci ad altre realtà che sono sicuramente più adatte della nostra a interpretare la tradizione, ma di trasferire questa caratteristica nel nostro lavoro. Siamo giovani e quindi ci appassioniamo per i problemi reali che si affrontano ogni giorno, per le sfide e, diciamolo pure, anche per le trasgressioni. Ci piace anche avere un rapporto franco e creativo con i nostri autori, così è pure vero che molto progetti sono nati, e altri ne nasceranno, davanti a un caffè. La casa editrice ha tre collane: Le stanze ospita la narrativa a 360° gradi senza limitazioni di struttura narrativa, Le mani si occupa di saggistica mentre Le visioni comprende libri fotografici e monografie. Questo ci permette quindi di spaziare nelle nostre scelte editoriali e di ospitare autori con temi e vocazioni molto diversi tra loro.

Renato_Magistro_WEBDa Palermo a tutte le librerie d’Italia, questa la sfida di una casa editrice di “provincia”. Quali sono le difficoltà e i vantaggi di operare fuori dalle grandi rotte editoriali?
La difficoltà è senza dubbio quella comune a tutta la media e piccola editoria, ovvero quella di emergere e di crearsi un proprio spazio in un panorama nazionale ormai popolato da tantissime realtà, tra le quali il lettore spesso si perde e non sempre riesce a scegliere. Il vantaggio è quello di riuscire a creare una rete locale molto forte, fatta di un dialogo costruttivo sia con gli autori e gli operatori del settore, sia con il pubblico, con il quale riusciamo a dialogare a tu per tu, coinvolgendolo nei nostri eventi.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive LEIMA questa continua “lotta”?
Il nostro motto è che, quando si produce cultura, non c’è competizione. Nel nostro settore i prodotti non si annullano a vicenda, ma si sommano per arricchire il lettore e il panorama culturale. Pensiamo che la collaborazione con le altre case editrici possa rappresentare la forza necessaria a creare eventi più grossi che permettano alla cultura di far parlare di sé. La lotta riguarda in realtà il calo delle vendite dovuto al fatto che in Italia si legge meno. La sfida allora si gioca tutta sul terreno dell’approccio al lettore, e soprattutto alle giovani generazioni di lettori. Il coinvolgimento e la partecipazione del pubblico sono la vera sfida da vincere.

Le novità per la prossima stagione autunno/inverno?
Abbiamo in cantiere ben quattro titoli per l’autunno/inverno 2013. A ottobre usciranno due volumi per la collana Le mani: “Suicidi d’onore” indaga da un punto di vista psicologico/antropologico il fenomeno dei boss che hanno infranto uno dei tabù del codice mafioso togliendosi la vita, “PolitikApp” è invece un piccolo saggio che analizza e spiega l’attuale situazione economico/politica nel nostro Paese. A novembre, con le strenne natalizie, si torna alla narrativa de Le stanze: sempre politica, ma stavolta tutta da ridere con “Cronaca dannata”, una divertente satira arricchita da illustrazioni sugli ultimi avvenimenti del Belpaese. Last but not least, uscirà anche il primo volume de Le visioni, una filmografia completa e corredata da una ricca sezione fotografica dedicata al cinema del grande Lucio Fulci, il regista che ha ispirato e ispira Quentin Tarantino.

Tutte persone, titolari di “Fogli di via”

Fogli di viaGiulio Gasperini
AOSTA – Il Vice Questore Gianpaolo Trevisi non è un uomo ‘buono’, né tantomeno un buonista. È un uomo di legge, e come tale la legge deve far rispettare. Ma senza dubbio Gianpaolo Trevisi è un uomo umano: abituato a lavorare sempre al limite, mai dimentico che dietro ogni foto del permesso di soggiorno ci sono un uomo, una donna, dei figli, dei genitori, delle vite intere messe ogni volta in gioco, con scadenza di permesso in permesso, Trevisi capisce che oltre alla legge civile, statale, ci sono anche leggi umane da far rispettare, che meritano la stessa attenzione e la stessa diligenza. I “racconti strani/eri” come lui stesso li definisce di “Fogli di via”, edito da EMI, sono delle vere esperienze, concrete, su cosa significhi avere il potere di firmare con la stessa facilità il rinnovo d’un permesso di soggiorno o il suo diniego. Le persone che affollano l’Ufficio Immigrazione della Questura, che riempiono di voci e rumori i corridoi, che trasportano e squadernano la loro varia umanità sono persone effettive, che hanno volti occhi capelli suoni. Non sono creazioni astruse né piacevoli invenzioni ma concretamente calpestano il suolo, praticamente respirano, oggettivamente pensano. Ma anche i poliziotti che si confrontano con questa tanta umanità sono concreti, reali; primo tra tutti, il capo, coi suoi “occhiali pieni di ditate” e il suo desiderio di riposo (“Lo ringraziai anche io delle belle parole, ma non so se più desideroso di un panino per il pranzo o di aiutarlo veramente”). Il capo è talmente concreto che nel primo racconto declina le sue generalità, senza esitazioni né paure: “Il sottoscritto Dr. Gianpaolo Trevisi, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di Verona, in qualità di Dirigente dell’Ufficio Immigrazione…”. E il capo è anche il primo che non si santifica né si auto-assolve ma all’opposto riconosce i propri limiti, evidenzia le mancanze, si infuria per i suoi limiti.
Il registro narrativo dei racconti è vario: si passa dalla grottesca comicità, neanche troppo celata, di “Il volo sbagliato”, al dolore più profondo e feroce, quello di due genitori che vedono morire il figlio clandestino e sfruttato, in “Il cantiere in un sacco”. Si va dalla narrazione persino un po’ visionaria e simbolista de “L’Africa in un cassonetto” fino a “La mummia” ovvero l’incredula e umanamente dolorosissima vicenda di Mohamed, che voleva essere considerato come Otzi, conteso tra due stati. E poi ci sono i racconti di condanna, di accusa nei confronti di un sistema che, come tutti, ha lacune e problemi, grandi e piccoli da dover affrontare e risolvere, come nel racconto “Almeno quaranta…”.
Uno degli aspetti più sbalorditivi è che, a differenza di tante altre situazioni, Gianpaolo Trevisi la legge la conosce, si orienta nei termini e nelle procedure con sicurezza e lungimiranza. E capisce che la legge ha dei limiti proprio perché è scritta prescindendo dagli uomini e dalle donne e dalle storie che ognuno di loro si porta in sé, con sé. Perché tutti noi siamo narrazioni, siamo un inizio, uno svolgimento e una fine. E nessuna narrazione è un canto solitario, ma si nutre e si sviluppa con le tangenze, gli incontri, le casuali conoscenze. E per arrivare fino in fondo, fino all’ultima riga, serve tanto coraggio.

Jovanotti: le emozioni non finiscono, arriva “Ti porto via con me”

jovanotti_ti porto via con me_libroMILANO“Deve essere una grande festa, e il ruolo del pubblico sarà importante. Voglio prenderlo per mano e accompagnarlo via con me sulle montagne russe della musica”. Lorenzo Jovanotti
26 settembre 2013: arriva in libreria “Ti porto via con me. Backup tour Lorenzo negli Stadi“, il volume che racconta la magia dell’ultimo tour di Jovanotti. Con le foto di Michele Lungaresi e i testi di Lorenzo Cherubini Jovanotti, il libro pubblicato da ISBN, è un viaggio unico ed emozionante negli stadi che hanno visto e ascoltato la musica, l’energia e la grinta di Jovanotti.

Lo show dell’estate 2013 è iniziato il 7 giugno allo Stadio del Conero, ad Ancona. Lorenzo Jovanotti e la sua band hanno attraversato l’Italia da Nord a Sud, da San Siro all’Olimpico, dal Dall’Ara di Bologna al Della Vittoria di Bari, per suonare l’accordo conclusivo del BackUp tour allo stadio di Cagliari, il 20 luglio. Più di 300 persone coinvolte nella produzione di un tour che ha registrato il tutto esaurito a ogni tappa, uno spettacolo vissuto da più di mezzo milione di spettatori, una vera e propria festa mobile sulle note dei più grandi successi di Lorenzo, di cui l’album Backup è la raccolta definitiva. Le immagini di questo libro ritraggono l’artista prima, durante e dopo i concerti, l’occhio dietro la macchina è quello del suo fotografo ufficiale, Michele Lugaresi detto Maikid, che il tour l&rs quo;ha vissuto da dietro le quinte. L’obiettivo di Maikid non inquadra solo il palcoscenico, ma anche il pubblico: i volti di chi ha atteso sin dal pomeriggio in prima fila e di chi ha partecipato a questo show, ballando, ridendo, alzando le braccia al cielo, saltando, e qualche volta commovendosi. I testi di Lorenzo, il diario registrato sull’immancabile taccuino che porta sempre con sé, accompagnano le fotografie ripercorrendo i momenti più emozionanti del tour.
Sono venticinque anni che Lorenzo fa ballare l’Italia. Chi se lo ricorda Walking, uscito nel 1987, primo segno musicale d’esistenza dell’entità chiamata Jovanotti? Qualcuno sì, e moltissimi ricordano Gimme Five, tormentone tardo-Eighties che dominò la scena pop italiana l’anno seguente. Ma nessuno di loro avrebbe mai potuto immaginare che oggi, nell’anno di grazia 2013, ancora lui, ancora Jovanotti, sarebbe stato ancora uno degli avvenimenti più interessanti della scena pop italiana.

 

«È un’opera d’arte! Bellissimo fare una raccolta fotografica del mio pubblico! È un’Italia bellissima… Perché non ne facciamo un libro? Titolo possibile: BELLA»

L’estate si chiude nella tana del Lupo

lupo-editoreGiulia Siena

COPERTINO (Le) – Strada provinciale Copertino – Monteroni, a pochi chilometri da Lecce. Queste, più o meno, le coordinate stradali per arrivare al quartier generale della Lupo Editore, la casa editrice salentina che dal 1992 è il punto di riferimento per l’editoria pugliese. Qui “la letteratura è la madre di tutto, la musica e il cinema sono due figlie bellissime e ribelli che donano gioia, completezza e qualche dispiacere alla madre-letteratura”. Da queste parole parte Cosimo Lupo (nella foto in basso), deus ex machina di questa realtà editoriale in continuo fermento, per spiegare il suo progetto che negli anni si è evoluto, cambiato, cresciuto e che con la forza delle idee e dei sogni si sta plasmando.

 

Da qualche mese la Lupo Editore ha spento 20 candeline: quali sono i traguardi, gli obiettivi e le speranze da cui partire e con i quali andare avanti?

Il bilancio di questi venti anni è sicuramente positivo perché, finalmente, posso dire con orgoglio di intravedere la luce in fondo al tunnel! Questo mestiere, il mestiere dell’editore, è un lavoro difficile e allo stesso tempo bellissimo, un mestiere che ti permette di entrare in contatto con le persone, vivere nelle storie, scoprire racconti e personaggi ogni volta diversi. Ma, allo stesso tempo, è un mestiere che ti prosciuga e che richiede sacrifici e, negli ultimi venti anni, di sacrifici ne abbiamo dovuti fare tanti per andare avanti. Come dicevo, comunque, negli ultimi anni siamo riusciti a crescere, a diventare visibili nel panorama nazionale e il punto di riferimento per la cultura salentina perché i libri sono il cibo per la mente e a noi piace essere la mensa da cui attingere.

 

E la mensa Lupo Editore è davvero ricca: 16 collane, oltre 200 scrittori e nuovi progetti che uniscono letteratura, musica e arti visive.

Sì, il nostro catalogo è ormai davvero ampio e comprende tante novità, tra cui romanzi, libri per bambini e ragazzi, una rivista laboratorio (“UnduetreStella”), libri sonori, racconti di cucina (“Una frisella sul mare”) e una nuova collana di letteratura rosa. Quest’ultima, una vera novità, è una collana di “libri intelligenti camuffati dal rosa” scritta solo da autrici donne. Tutte le nostre pubblicazioni, comunque, partono dalla genuinità dei testi – che è forse il punto di forza di un piccolo editore – sulle storie forti, coinvolgenti e molto vere. Da editore, poi, penso che sia indispensabile la capacità di promuovere i libri, comunicando e incuriosendo il lettore con fantasia e idee.

 

Cosimo Lupo_casa editrice_intervista chronicalibriQui siamo in provincia, fuori dalle grandi rotte editoriali e lontano dai colossi che dettano il mercato. Per Cosimo Lupo fare editoria a Copertino è un handicap o un punto di forza?

Partire da qui è sicuramente un vantaggio. Mentre nei grandi centri e nelle metropoli si lotta e si compete per creare la propria vetrina, qui c’è tanto spazio. Il Salento, infatti, offre spazio e visibilità. In questo periodo, poi, si è anche aiutati dal fermento turistico e culturale che sta vivendo la zona; a testimonianza di ciò arriva anche la candidatura della città di Lecce a capitale mondiale della cultura 2019. La forza della sua candidatura è che Lecce è una città fondata sulla persona poiché ogni persona è un racconto, un libro e una storia a se. Il mio sogno, infine, è di costruire qui in Salento una Casa della Cultura, un luogo di commistione tra le arti, una grande masseria con laboratorio a vista in cui la parola, l’arte e la cultura prendono forma per diventare fruibili.

 

Tu che libro sei?

Il libro che mi rispecchia di più è “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry; amo talmente tanto questo libro che ne colleziono copie in diverse lingue. Io – del resto – vorrei essere un libro per bambini, un libro semplice e allo stesso tempo “saggio”. Un racconto che abbia come protagonista l’ulivo, un albero mite, longevo, tranquillo, determinato e prolifico; una pianta provata dal tempo, ma nonostante le tante prove che deve affrontare l’ulivo si apre, accoglie dentro di se, scava in profondità per cercare l’acqua attraverso le sue radici e regala la vita, l’olio. Per il titolo penserei a “Il lupo e l’ulivo” e lo dedicherei a Michele, Chiara e Rossana, la mia vita vera oltre la carta.

“Fai bei sogni”, un attimo prima di chiudere gli occhi

Fai bei sogniDalila Sansone
AREZZO – Leggiamo di tutto e in quello che leggiamo riflettiamo ciò che siamo, o ci proviamo. Può darsi che ci si costruisca nella lettura o che invece sia lei a costruire qualcosa si noi. Io credo che al di là dell’identità più o meno forte della pila di libri sul comodino o dei volumi sparsi in un qualche angolo di casa, esistano libri per tutti, meglio libri di tutti. “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini (Longanesi, 2012) è uno di quei libri di tutti, perché tutti siamo andati a letto almeno una volta, sempre o quasi, da bambini muovendo i passi dietro la frase ”sogni doro” o “dolci sogni”, accompagnati dal gesto di qualcuno che ci ha amati. O avremmo voluto farlo.
Gramellini mantiene il suo stile, asciutto, ironico soprattutto dove è il cuore che fa male più che la logica a fare difetto. La storia è la sua, personale e privata, la perdita della madre della cui assenza è stata intrisa tutta una esistenza di alibi e fughe da sé stesso, per compensare un vuoto incolmabile e non accettare mai la responsabilità delle proprie paure. Il racconto di una mezza verità che alla fine dei fatti è stato l’atto di amore più grande, che come nella migliore tradizione dell’amore, quello vero, non ha bisogno di farsi conoscere ed è lì, sostiene nell’ombra e sopporta di non essere riconosciuto: non è questo quello che conta!
È dolce, molto dolce, la voce del bambino che compare tra le righe scritte dall’adulto, che tra una manciata di frasi e un inciso, lascia sia quell’altro che era lui a dettare il ritmo…quello delle emozioni e del senso, che non c’era pur essendoci sempre stato.
A questo libro, che si legge d’un fiato e assorbe poche ore dello scorrere della vita di un lettore qualunque, va riconosciuto il merito di parlare a una qualche emozione propria, che può essere stata simile o diametralmente opposta eppure ricordarla, perché nella semplicità e nella profonda complessità di un’esistenza c’è, esiste e dirompe qualcosa di assolutamente universale. Qualcuno la definirà empatia, io preferisco non darle nomi e identificarla con quanto riesce a sciogliersi dentro, quando gli occhi si fermano su una frase, ci ritornano e la sua eco in qualche modo rimane. E se un autore ci riesce, in fondo, è come ci avesse regalato tutto il carico di promesse che si apre nel cuore a sentirsi dire: “fai bei sogni”, un attimo prima di chiudere gli occhi e ritornare a noi stessi. Indefinibile.

“Guida teorico-pratica per soli uomini all’uso del ferro da stiro”: 1992, quando gli uomini volevano ancora stirare

Todd Williams_guida teorico pratica per soli uomini_longanesi_chrLGiulia Siena
ROMA “Per prima cosa, restate calmi: il ferro da stiro è uno strumento. Appartiene alla stessa categoria di oggetti di cui fanno parte un trapano o una morsa. Magari lo considerate un lampante emblema di femminilità, la prova tangibile che siete un povero castrato, ma allora forse siete anche quel genere di uomo che giudica la caccia con l’arco un passatempo da femminucce”. Il ferro da stiro è solo un attrezzo, un oggetto di metallo creato per facilitare la vita di chi stira; tra questi ci sono anche gli uomini. A loro, soprattutto a loro, forse solamente a loro (ma utile anche per noi donne), è dedicata la “Guida teorico-pratica per soli uomini all’uso del ferro da stiro”. Pubblicato nel 1992 da Longanesi, questo piccolo e interessante opuscolo di E. Todd Williams è – come dice il titolo – una spassosissima guida all’utilizzo del ferro da stiro. Questo amico/nemico delle massaie viene visto dai maschi della specie umana come una fumante minaccia alla propria virilità: stirare non è da veri uomini, ma le camicie si indossano necessariamente senza pieghe!

 

Allora, cari uomini, smettete di piagnucolare e guardate in faccia la realtà: dovete stirare e nessuno vi aiuta, nessuno lo farò al posto vostro. Dovete – esorta l’autore – rimboccarvi le maniche e imparare ad andare su è giù sull’asse da stiro con un aggeggio ferroso e spesso ingrato a disinnescare e appianare solchi dovuti al lavaggio. Ma non tutto è perduto; il libro dispensa alcuni piccoli accorgimenti da tenere a mente per venirne a capo: 1. non trovate scuse, dovrete farlo voi; 2. scegliete le camicie giuste (tutti sanno che il lino è il peggior tessuto da stirare); 3. istruitevi sul vostro nemico ferro da stiro, spesso ha anche alcuni pregi; 4. capite come lavare e asciugare, vi faciliterà il lavoro; ora comincia il bello… imparare a stirare! Dalla teoria si passa alla pratica, dallo scetticismo alla determinazione per portare a casa (e tenere a casa!) il risultato.

 

Un libro divertente, pratico e geniale; un testo ironico e immediato che purtroppo è tra le pubblicazioni fuori catalogo, un vintage da accaparrarsi al volo.

 

 

“Il Vurricatore” e i mestieri della mafia.

il vurricatoreGiulio Gasperini
AOSTA – Sovente – molto sovente – la realtà sa offrire materiale narrativo più perfetto che se partorito della fantasia stessa. Basta soltanto cambiare qualche nome, fare chiarezza su alcuni snodi, analizzare un po’ più profondamente gli sguardi e i pensieri. Nulla più. E “Il Vurricatore” di I.M.D., sovrintendente della Polizia di Stato, ne è un esempio abbacinante. Il protagonista del romanzo, edito da Edizioni Leima nel 2013 nella collana “Le stanze”, è in realtà Gaspare Pulizzi, un mafioso legato alla famiglia di Carini. Un personaggio storico, pertanto, che non tutti possono ovviamente conoscere ma la cui parabola all’interno della scalata mafiosa è indicativa ed esplicativa di come la mafia si organizzi e funzioni alimentando sé stessa e mai scoraggiandosi.
Il racconto di I.M.D. è sorprendente per la chiarezza, per la fluidità della narrazione. Pare quasi un rapporto di servizio, purgato dei termini del burocratese spinto, ma ugualmente chiaro e lineare, dove ogni parola ha il suo spazio, dove niente è superfluo né estraneo. La semplicità delle azioni descritte, la modestia nell’utilizzo degli aggettivi, la snellezza delle descrizioni, la maestria di pochi dati per giustificarci un sentimento, un pensiero, una reazione: tutto concorre a far deporre l’attenzione del lettore sulle pratiche del fenomeno mafioso, analizzato e descritto con grande precisione e puntualità, fin nei più assurdi rituali d’iniziazione e nella gestione degli affari direttamente sul territorio. Tante vite si muovono in questo che potremmo definire faction novel, ovvero un romanzo di fatti e fiction. Tanti personaggi lo popolano, tante coscienze lo animano: la mafia è un fenomeno corale, che si regge su singole potenti e carismatiche identità ma che coinvolge e avvolge larghe fasce di popolazione, tra chi si dedica all’omertà e chi all’opposto decide la lotta, la resistenza fiera. E nel romanzo c’è spazio anche per la Polizia, per le forze dell’ordine, di cui vengono messi in luce i successi ma anche gli insuccessi, i buchi nell’acqua, le vane difese, i falliti piani. Perché “Il Vurricatore” è una storia “normale”, un racconto che non ha nulla di stra-ordinario, ma che ci trascina in un luogo che potrebbe essere il nostro, in un intenso scambio di favori e privilegi nel quale ciascuno può cogliere un aspetto della sua vita vera. È un “romanzo” che ci fa quanto meno socchiudere gli occhi: proprio perché la mafia è un fenomeno banale; che si basa, ovvero, su semplici legami, su ovvi rapporti. Ed è forse questa la sua più sorprendente caratteristica, quella che le consente di rinnovarsi ogni volta, dopo ogni apparente insuccesso. E sono anche i legami contro cui è più difficile, in nome della legalità, combattere.

“Del giorno e della notte”: il dittico dedicato a Franca Rame

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ROMA – In occasione del IV concorso Nazionale letterario di scrittura narrativa, Diamond Editrice presenta il quarto dittico intitolato “Del giorno e della notte”. Un’imperdibile antologia dedicata alla memoria di una grande donna, attrice straordinaria che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo della cultura e del teatro, l’indimenticabile Franca Rame.
A dispetto degli altri anni, i racconti verranno selezionati fra un novero di volti noti del mondo della televisione, del cinema e della canzone. Non mancheranno,inoltre, anche autori affermati. L’impalcatura dell’opera sarà dunque ben solida, mentre il cuore del volume sarà riservato a due autori scelti tramite concorso. Sono molti i personaggi famosi che hanno aderito al progetto antologico, fra questi Anna Mazzamauro, Ettore Comi, Leandro Castellani, Enzo Salvi, Vincenzo Incenzo, Pino Strabioli, Giancarlo Governi, Sebastian Maulucci, Ivan Cattaneo.
Ancora una volta Diamond Editrice presterà particolare attenzione all’aspetto umanitario della cultura, parte del ricavato delle vendite sarà, infatti, devoluto a Croce Rossa Italiana.
Per avere maggiori informazioni sul regolamento del concorso: www.diamondeditrice.eu/news/concorsi.html

“Il bacio del pane”: il nuovo romanzo di Carmine Abate

libro-bacio-pane-258Alessia Sità

ROMA – “Quel giorno aveva imparato che si può essere cacciati di casa per troppo amore. E la partenza, qualsiasi partenza per forza, è una ferita che brucia a lungo o sempre, anche se non si vede”.
Carmine Abate, vincitore del Premio Campiello 2012, ritorna in libreria con un nuovo toccante romanzo: “Il bacio del pane” edito da Mondadori. A fare da sfondo all’indimenticabile estate di un gruppo di adolescenti è Carfizzi, paese d’origine dell’autore, cui nel libro attribuisce il nome fantastico di Spillace. Fra ruderi, profumi e natura incontaminata, proprio a pochi passi dal piccolo paese, l’allegra comitiva scopre un meraviglioso paradiso che sembra non conoscere tempo. Si tratta del Giglietto, un luogo incantevole che, però, nasconde uno sconvolgente mistero. In uno dei mulini abbandonati, infatti, Francesco e Marta – la sua bellissima compaesana che vive a Firenze e scende in Calabria per l’estate – incontrano un vagabondo armato e poco socievole. Il muro di diffidenza dell’uomo presto, però, verrà scalfito dalla bontà e dall’infinita generosità dei due ragazzi, che scopriranno la terribile ferita che ha costretto Lorenzo a nascondersi nel Giglietto. Ad accompagnare i giorni afosi di un’estate unica e irripetibile non sarà solo il mare scintillante, ma anche vecchi ricordi e antichi sapori, come quello dei fichi maturi, delle olive in salamoia, del pane preparato in casa come si faceva un tempo. “Il bacio del pane” è molto più di un romanzo, è una metafora dei “valori che si incarnano nel gesto antico e attuale di baciare il pane, per celebrarne il dono e il mistero”. Carmine Abate ha ancora una volta il merito di saper raccontare la Calabria in tutti i suoi aspetti: dalla ‘ndrangheta alle grandi emozioni umane che veicolano le scelte dei personaggi.
La voglia di dire no alla mafia, il dolore di dover lasciare la propria terra e i propri affetti fanno da cornice a questo commovente romanzo, che conduce il lettore ad assaporare la fragranza della vita e di una terra che ha ancora tanto da offrire.

“Valdostani. Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù”.

valdostaniGiulio Gasperini
AOSTA – Le guide non servono solamente per conoscere i luoghi né per scovare le bellezze da non perdere. Le guide servono anche per capire gli abitanti. E probabilmente sono, per questo, anche più utili. Le Edizioni Sonda l’avevano intuito: a loro il merito di aver pubblicato una serie di guide, nella collana “Le Guide Xenofobe”, alle varie popolazioni italiane, dai torinesi ai cuneesi ai triestini ai fiorentini. E ai valdostani, il cui ritratto fu affidato a due che valdostani lo sono per ‘adozione’: Vincenzo Calì e Giulio Cappa. I due giornalisti idearono “Valdostani. Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù” nel 1997, ma quasi dieci anni dopo, nel 2006, l’editore chiese una revisione del materiale, per adeguarlo al passare degli anni e ai cambiamenti socio-culturali. Il giudizio dei giornalisti fu comunque impietoso, né si attualizzò molto: “Pensare i valdostani come un popolo che si trasforma negli anni significa decretarne la fine. La cultura valdostana è definita una volta per tutte, e non si può toccare senza minacciarne la purezza”.
Il titolo della guida è ampiamente esplicativo del suo contenuto: la Valle d’Aosta e i valdostani sono descritti impietosamente, con un’ironia e un’arguzia profonde e calibrate, ma mai offensive né volgari. Si prendono di mira i luoghi comuni, le immagini che automaticamente vengono in mente non appena si sente nominare Aosta e la sua Valle: dalla fontina alla grolla, dalla Fiera di Sant’Orso ai monti più alti d’Europa (anche se i valdostani “con sottile inquietudine attendono il momento in cui le cime degli Urali verranno considerate Europa a tutti gli effetti”). Ne vengono svelati i difetti “migliori”, come il presunto utilizzo del francese, e le virtù “peggiori”, come un legame maniacale con la terra d’origine, anche in caso di trasferimento, in Francia nella maggior parte dei casi (particolarmente divertente il capitolo dedicato a “Quelli che ritornano”, ovvero gli émigrés). Soprattutto se ne prende di mira il loro attaccamento morboso alla welfare Region, ossia alla Mamma Regione, che in virtù dello statuto speciale (la prima regione italiana a vederselo riconosciuto, nel 1946), dispensa e compensa agevolazioni e contributi per ogni genere di necessità: “Nessun aspetto della vita dei valdostani è trascurato”. Anche se adesso, in tempi di crisi, sarebbe meglio correggere con un imperfetto. E poi si analizza la popolazione (“La Valle d’Aosta è piena di calabresi, arrivati a ondate successive a partire dagli anni Quaranta”), il turismo, le bataille des reines, il Casino de la Vallée e la Carte Vallée (oramai passata testimonianza dei buoni benzina). La parte politica è quella decisamente più sfiziosa e divertente, dove i due giornalisti analizzano soprattutto il prototipo valdostano, molto frequente, del “dipendente regionale”. Scritto con uno stile divertente e divertito, il testo colpisce soprattutto chi si avvicina, dall’estero, a questa regione tutta particolare, per la sagacia penetrante e la lucidità sorprendente. Tra un sorriso e una risata soffocata, si riflette e si medita su quanto di naturale e genuino ma anche di contraddittorio e assurdo sopravviva ancora in questa piccola piega di mondo, dove gli abitanti sono appena 127.000 e i consiglieri regionali ben 35.