Attualità: “Dal conclave all’elezione di Benedetto XVI”

Michael Dialley
AOSTA – La notizia choc è arrivata da pochissimo: il 28 febbraio alle ore 20 termina il pontificato di Benedetto XVI. L’annuncio è stato dato tramite la lettura di una lettera in latino dal Pontefice stesso, nella quale si trova anche la motivazione legata all’età avanzata che non gli dà più la forza fisica e psicologica di mantenere tutti gli impegni che il ruolo di Capo della Chiesa chiedono al Papa.

Seguiranno, fin da subito, articoli su articoli, parole su parole e libri, sicuramente, riguardo i possibili motivi nascosti che stanno dietro quest’abdicazione, ma anche sul probabile successore.
Si sta per aprire, quindi, una nuova era per la Chiesa, ma come si è arrivati all’elezione di questo Papa piuttosto controverso? È quello che Alberto Melloni tenta di spiegare nel suo saggio “L’inizio di Papa Ratzinger”, edito da Giulio Einaudi Editore nel 2006, andando a ripercorrere alcune tappe fondamentali di tutta la storia
della Chiesa riguardo ai conclave e, poi, arrivando ai primi passi di Benedetto XVI nell’iter da Pontefice.
Il ritmo del saggio è piuttosto serrato, ricco di dati e di rimembranze sulla storia dell’elezione del Papa nei secoli; vengono analizzate le condizioni nelle quali si è svolto il primo conclave del XXI secolo, quali erano i candidati, quali novità aveva introdotto Giovanni Paolo II nella procedura di elezione del suo successore.
È stato un conclave nuovo, per molti vissuto per la prima volta, che affascina tutti per la sua segretezza e la sua rarità; un’elezione avvenuta in poco tempo, dopo soli 4 scrutini, che ha portato ad un nuovo governo, fatto di continuità ma anche di grandi punti di rottura con il pontificato di Wojtyla durato 27 anni.
Dal conclave, poi, si passa a fare un profilo di questo cardinale, già molto conosciuto da studiosi e religiosi per la sua carica da Prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede, ma che ha stupito e sconcertato spesso. Pontefice conservatore, ligio e fedele ai princìpi su cui la Chiesa cattolica è nata e si è rafforzata nei secoli; pragmatico, molto attento ai problemi politici, oltre che a quelli sociali e religiosi, si rivela, però, una persona timida e permalosa (così lo ha definito un suo amico). Ma non svelo di più, è un saggio che si legge in modo piacevole e che darà, spero, un’immagine più chiara di questo Pontefice che ha, sicuramente, dato spunti di
riflessioni importanti.
Una cosa è certa: mai ci si sarebbe aspettati una simil decisione, ma il riconoscere i propri limiti e scegliere di abdicare (cosa che non succedeva dal 1415 con Gregorio XII) è sicuramente stato un atto di coraggio da cui moltissime personalità di rilievo del mondo laico devono prendere esempio.

“Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, evitarle anche prima di incontrarle

Giulia Siena
ROMA
“Non importa quanto amore ti professano, a un certo punto la voglia di sparlare di te con il gruppo delle seguaci sarà troppo forte, e si mostreranno per quello che realmente sono. Delle api regina in cerca del consenso della folla, sia esso composto da seienni o da dodicenni. Il palco è il loro regno, lo scherno il loro strumento, la maldicenza è la loro arma.” Questa è la descrizione che fa Irene Vella delle stronzamiche. Loro, numerosi esemplari di falsa affettuosità, sono sempre in agguato nella vita di ogni donna: dall’asilo all’università, nascoste nella parentela e sul lavoro, la loro è una seriale escalation nelle vite degli altri.
Per questo nasce “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza” (pubblicato nella collana Dieci! di Laurana Editore), il libro scritto da Irene Vella per mettere in guardia la figlia dodicenne da queste sedicenti figure che indossano i panni dell’amica per ferirti con sempre maggiore astuzia e precisione. E’ questo, infatti, lo scopo delle stronzamiche; sin dalla nascita hanno questa “dote” e, con il tempo, non fanno altro che affilare la tecnica.  Così la giornalista e scrittrice toscana ci porta a scoprire i 10 modi per sopravvivere alle stronzamiche attraverso questo piccolo manuale di salvezza.

 

 

Partiamo dalla base: le stronzamiche sono quelle che credevamo  amiche, invece erano stronze. Stronze perché ci hanno fatto credere nell’amicizia, nella condivisione e nella complicità per poi voltarci le spalle e sparlare di noi. E in questo modo ci feriscono perché ci sentiamo prese in giro, sentiamo che la fiducia che abbiamo posto in loro era ingiustificata, diventiamo diffidenti e sole. Questa consapevolezza, però, nelle amiche “tradite” cresce con gli anni e con l’esperienza, ma come si può salvaguardare le fanciulle innocenti dalle stronzamiche? Irene Vella è anche una madre e come tale parla, attraverso questo libro, alle altre madri per proteggere i propri figli da questa strana forma di “bullismo”. Sì, perché le stronzamiche si comportano per avvicinare, ferire ed emarginare le persone più deboli, o semplicemente più buone.

 

“Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, una piccola guida che già si preannuncia un grande successo poiché mai nessuno ci ha insegnato a evitare le stronze prima di incontrarle.

 

Il passato deformato in “Che fine ha fatto Baby Jane?”

Giulio Gasperini
AOSTA – Era il 1962 quando due grandi rivali del grande schermo si ritrovarono a condividere una sceneggiatura. Soltanto un film come “What ever happened to Baby Jane?” poteva avere la suggestione e la potenza di riunire Bette Davis e Joan Crawford in un capolavoro del genere macabro, un capolavoro inquietante e sconvolgente, una metafora ben elaborata di come la solitudine umana possa diventare terrore e di come la gelosia sappia trasformarsi in persecuzione. In una stagione cinematografica in cui i film, molto spesso, radicalizzavano gli ambienti (i loro vizi e le loro virtù) della grande industria hollywoodiana (celebre il noir “Sunset Blvd.” con la grande Gloria Swanson che pone la pietra tombale, finanche grottesca, alla grande stagione del muto), “Che fine ha fatto Baby Jane?” porta all’estremo il fenomeno delle piccole enfant prodige alla Shirley Temple, condannate a una carriere brillante e sfolgorante quanto a un oblio lungo e drammatico. E nel crollo psico-fisico, la piccola Baby Jane trascina anche la sorella, la stella hollywoodiana Blanche Hudson, coinvolgendola in una spirale di tensione psichica che ben presto assume i connotati di una vera e propria patologia. Il film, che ottenne un successo sincero e meritato, fors’anche reso ancor più evidente da una reale antipatia tra le due grandi dive del cinema, era basato sul romanzo di Henry Farrell, edito nel 1960. Le differenze tra i due prodotti sono evidenti e significative: l’escalation alla violenza viene dipanata nello stesso modo, a partire da una proiezione di vecchi film per celebrare la diva Blanche; e le violenze della sorella Jane si scatenano, accelerate dall’omicidio e alimentate dalle fobie, dalle illusioni e dagli inganni di una mente sconvolta e non più salutare. Tutto si consuma all’interno delle mura gelide di una casa antica, simbolo di un passato che non può essere recuperato, che ricorda ancora – per entrambe – i giorni delle felicità più estreme, pieno di reliquie e di rimasugli polverosi e infranti di sogni e avvenire sfioriti. È una casa che imprigiona, che impedisce contatti, che segrega mentre tutto il mondo, fuori, si chiede cosa accada dentro; ma mentre nel libro è dal mondo esterno che parte il moto di rivolta e la chiave di svolta, nel film la solitudine delle due donne si fa sempre più asfissiante, più claustrofobico, mentre il mondo riesce soltanto a sospettare un disagio sorprendente.
Jane tenta di recuperare un passato nel quale era lei la stella brillante, la più luminosa; rasenta il ridicolo cercando di trasformarsi di nuovo in un enfant prodige, riesumando le sue sdolcinate canzoni e riprovandosi gli antichi costumi di scena. Ma inconsapevolmente era stata proprio lei l’anima tiranneggiata e sopraffatta dalla sorella, la cui vendetta era stata più lunga e silenziosa ma fors’anche più crudele e meschina.

Prima di tutto voglio parlare di mia moglie. Amare, oltre a molte altre cose, vuol dire trarre diletto dal guardare e osservare la persona amata. E non soltanto trarre questo diletto dalla contemplazione delle sue bellezze ma anche da quella delle sue bruttezze, poche o molte che siano.

“L’AMORE CONIUGALI E ALTRI RACCONTI” di Alberto Moravia – Bompiani 1960

“Soltanto la memoria è bella. Il resto è polvere e vento”

Dalila Sansone
GRAZ – “Nulla potrà riscattarci. Tu saprai cosa fare per serbare il ricordo di quanti meritano di essere salvati dall’oblio. Soltanto la memoria è bella. Il resto è polvere e vento.” Alla fine del libro questa frase suona come un imperativo. Una sorta di obbligo morale a cui ti senti vincolato, tu che tante cose non le sapevi, tu che ti eri fermato distrattamente a pensare che la storia avesse uno spessore diverso da quello del corpo di un uomo e quando l’avevi fatto fisicità e anima, passi per strada non li avevi “sentiti” abbastanza muoversi dietro di te.
“Il club degli incorreggibili ottimisti” di J.M. Guenassia (Salani, 2010) racconta un frammento della Parigi degli anni ’60, sullo sfondo la guerra in Algeria, l’imperversare del rock ‘nd roll, le defezioni da Est, la costruzione di muri invalicabili. Fisicamente, ideologicamente, emotivamente. E’ difficile dare una definizione all’opera di Guenassia: la narrazione si costruisce su più livelli, le vite non si appartengono e forse nemmeno si intrecciano, si incontrano un giorno per strada e si ritrovano a giocare a scacchi al Balto, un bistro. In un pomeriggio distratto potrebbe anche capitare di vederci seduti Kessel e Sastre lì. Insieme. L’unica regola di quello strano club è parlare in francese. Nessuno racconta da dove viene, chi era o cos’era. Se scegli di sopravvivere devi smettere di parlare, reinventare tutto di te e vivere un presente continuo fatto di alcuna altra prospettiva se non la vita e nessuna retrospettiva per non affogarci dentro. La memoria è un fatto privato, una piega interiore che le labbra non scandiscono per paura di ferirsi e ferire. Eccolo il tratto comune tra i membri del club: esistere, esistere adesso e non lasciare spazio a quello che non può farlo più. Al Balto impera la democraticità dell’assurdo, della fredda perfezione con cui si può cancellare l’esistenza, non importa se con la morte o con l’oblio. Solo che i ricordi di cui quelle esistenze sono la somma restano nello stesso modo delle poesie imparate a memoria, rubate ai fogli da bruciare, e vivono anche se in silenzio, rivivono tutte le volte o la volta soltanto in cui vale la pena che lo facciano.
Michel ha dodici anni quando si accorge della tenda verde che copre la porta d’ingresso del club e separa il calcio balilla e gli avventori ai tavoli dagli scacchi; nei quattro anni successivi imparerà che siano le ideologie, le circostanze o le decisioni di chi ci sta intorno, l’unica possibilità di scelta è limitata a cosa fare proprio di ciò che rimane. Non si poteva scegliere quanto sarebbe accaduto e brucia la sensazione che forse nemmeno quello che potrebbe accadere ancora dipenda fino in fondo proprio da noi.
E’ intessuto di umanità questo libro, nonostante qualche piccolo cedimento ai cliché del romanzo, ti sferra colpi allo stomaco improvvisi, netti e rimane capace comunque, sempre, di strapparti un sorriso. D’altra parte è la vita che fa questo gioco, a volte sembra tessere la trama di un lieto fine, altre sa essere spietata e intrisa nell’inspiegabile ma nella sua immediatezza è quella che è, qualunque sia stata e a chiunque sia appartenuta e a Guenassia riesce raccontarla con tocco lieve e la giusta ironia.
Già! Perché proprio “degli incorreggibili ottimisti”? – Michel! Sei vivo, per te tutto è possibile! –

“Nessuna esperienza richiesta”: felici e precari

Marianna Abbate
ROMA  Ho conosciuto un tale di quarant’anni con il posto fisso statale e più di cinquemila euro (!) di stipendio che amava definirsi “precario della vita” (sic!). A nulla è valsa la mia faccia disgustata e il mio tentativo di spiegare che “precariato” non è una condizione dovuta alle scelte personali, all’inettitudine e alla pigrizia, ma uno stato di disagio sociale strutturale. Il precario non si arrende, il precario rema controcorrente, insiste. Se si fosse arreso, quel contratto a breve scadenza non l’avrebbe mai trovato, o sarebbe già scaduto. I precari non sono dei falliti: è il sistema ad essere fallimentare.

Descentio, il protagonista di “Nessuna esperienza richiesta“, edito da Intermezzi, non è un fallito. Nonostante ci si senta fortemente.

Gianluca Comuniello ci ritrae con la tecnica del cubismo pittorico, tutti gli aspetti della sua personalità, tutti gli aspetti della sua vita, senza mai svelarlo completamente. Cambi repentini di narratore aiutano a mostrare quel senso di instabilità, di insoddisfazione e sempre più tangibile disagio che accompagnano Descentio in tutta la sua storia.

Perché Gianluca si sente un po’ Descentio, e forse l’unica cosa che non li accomuna è questo nome parlante, che sembra segnare disgraziatamente il destino dell’uomo di carta. Un nome volutamente altisonante, che invoca una gloria passata in opposizione all’attuale ineluttabile discesa.

Uno stato che non affligge solo il protagonista, ma un po’ tutti i suoi conoscenti, dall’amica sfortunata, all’esule calabrese. Tutti tranne una: Greta, la ex che non sbaglia un colpo. quella che quando dice cosa ha studiato, nessuno le fa le condoglianze.

Bhè io le farei le condoglianze ad uno che ha studiato agraria, non per amore della terra ma per mero calcolo. Ma che ne posso sapere io, che faccio l’impiegata contabile, dopo la mia bellissima e commovente laurea in lettere.

L’ultima nota va all’editore: Intermezzi si conferma un unicum nel panorama editoriale italiano. La capacità di scegliere libri complessi, innovativi anche nella forma e la scelta di scommettere sul “vero” nuovo, dà una piacevole ventata di freschezza e porta la speranza che giovani scrittori capaci esistono. Forse servirebbe un pelino in più di editing.

 

Apprendere, insegnare, gestire: le sfide del “Manager didattico” e dell’uomo di ogni giorno

Luigi Scarcelli
PARMA – Il concetto di didattica viene oggi troppo spesso banalizzato e ricondotto dalla maggior parte di noi al sistema scolastico, ai suoi attuali e numerosi problemi di contenuti e sostenibilità economica, ai ricordi delle spesso (purtroppo) noiose ore passate da piccoli nelle aule a venir riempiti di nozioni.
In realtà essa abbraccia molti aspetti della nostra vita quotidiana. Didattica è teoria e pratica dell’in-segnare, cioè del tracciare un percorso, fatto di conoscenze e metodi, all’interno di chi apprendere. Si può capire quindi come questa attività abbia a che fare con molti aspetti della nostra vita: il lavoro, l’hobby della domenica, la vita famigliare, e più in generale i rapporti tra persone all’interno di sistemi sociali.
Manager Didattico, pubblicato da Editrice La Mandragora, è un libro che si rivolge non solo a chi opera nell’ambito didattico ma più in generale a chi, all’interno della propria attività, è impegnato nella gestione di risorse umane e strumentali.
Gli autori Guido Capraro e Fabio Portella lavorano da diversi anni nel settore della formazione e del management ed hanno sviluppato notevoli competenze,  “riversate” nel libro di cui parliamo.
Il Manager didattico opera nell’ambito della formazione, gestendo e modellando risorse umane e strumentali al fine di raggiungere gli obiettivi didattici prefissati.
Egli opera all’interno di quattro ambiti: CONOSCERE, COMPRENDERE, COLLABORARE, COMUNICARE. Il libro è incentrato su queste quattro tematiche, sviluppando i concetti su una struttura da manuale, schematica chiara e completa anche se non esaustiva data la complessità della materia trattata.
Il libro è interessante in quanto tratta argomenti che vanno oltre la pura didattica: conoscere, comprendere, collaborare e comunicare sono quattro punti alla base del buon svolgimento di qualsiasi attività, partendo da quelle professionali arrivando fino ai rapporti interpersonali di ogni giorno. Per questo motivo è consigliabile ad un pubblico non solo di settore ma che sia interessato più in generale al “saper fare”.

Novità: “La pittura raccontata ai ragazzi”

ROMA –  “La pittura raccontata ai ragazzi. Guida alla comprensione delle opere” di Linda Flora e Pierpaolo Ulcigrai è un interessante volume pubblicato da Asterios.

 

Il libro è una guida per ragazzi alla comprensione della pittura, alla scoperta delle storie, dei segreti nascosti nei dettagli che gli artisti di ogni epoca hanno raccontato nelle loro opere con libertà e fantasia, usando linguaggi differenti. Non si possono capire i tanti significati di un affresco di Giotto o di un dipinto di Leonardo o Picasso, né apprezzare le tecniche utilizzate per produrli senza viaggiare in altre dimensioni dello spazio e del tempo, provando a fare nuove esperienze visive. Solo la curiosità di esplorare diverse abitudini percettive e la voglia di scoprire gli indizi sparsi in ogni opera pittorica permettono di esercitare le capacità personali di ciascuno e di misurarsi con la fantasia, la meraviglia e la libertà creativa. Questa introduzione alla pittura comprende una serie di schede dedicate a numerosi capolavori dell’arte appartenenti a vari periodi, dalla fine del Medioevo al secolo scorso. Il testo è corredato di un glossario illustrato, di mappe di orientamento, le macchie di colore, e di una carta dei musei per offrire più itinerari possibili tra gli spazi, gli oggetti, le figure fino a guardare oltre la realtà.

Librerie: intervista a Paolo Cremisini, Libreria Di Cave

Giulia Siena
ROMA
– Da oltre 100 anni la Libreria Di Cave (via Santa Caterina da Siena, 65) è l’indirizzo storico dei libri antichi e rari. Fondata nel 1908 da Salvatore Di Cave, oggi la libreria è gestita da Paolo Cremisini (nella foto in basso) e conta oltre 12.000 volumi. Qui si possono trovare uscite recenti di seconda mano (scontati al 50%), saggi, romanzi e un’ampia selezione di libri su Roma. In questa libreria nel cuore di Roma la letteratura conserva ancora il suo senso.

 

Perché si entra in una libreria come questa?
Perché qui si trovano libri di cui non si parla, magari qui il lettore trova qualcosa di diverso. Si entra per curiosità e poi ci si ferma senza fare caso al tempo che passa. Perché ogni tanto bisogna fermarsi, riflettere: un libro scritto bene ti aiuta a stare da solo, stimola la fantasia e l’intelligenza perché con un libro io sto dove c’è l’azione. È questa la forza della letteratura.
Qual è il cliente tipo della libreria Di Cave?
In questa libreria arrivano lettori di tutti i tipi, c’è anche chi compra un libro in base al rumore che fa la carta sfogliandolo! Ma il cliente tipo è il lettore che frequenta la libreria Di Cave da molto tempo, ha una media di 50 anni ed è un cliente affezionato perché sa che qui può trovare libri antichi e di determinati generi: abbiamo essenzialmente saggistica e molti romanzi classici, un’ampia sezione di libri sulla storia di Roma, moltissimi volumi in lingua francese, poi filosofia, storia e arte (fino all’Ottocento). I clienti della fascia tra i 20 e i 30 anni sono solo il 5% del totale, mentre riusciamo ad arrivare a diversi lettori attraverso la nostra rete di vendita per corrispondenza.
Quanto influiscono le logiche di mercato nelle vendite?
Forse dirò una cosa banale ma penso che i classici non muoiano mai! Poi, questo è un osservatorio particolare perché, essendo una libreria molto specializzata, il cliente viene qui già con le idee chiare su quello che potrà trovare. E qui la narrativa rimane particolarmente invenduta secondo una logica di causa/effetto: io da libraio compro classici perché si vendono e altre proposte editoriali che possiamo benissimo definire classici, come Camilleri.
In base a cosa lei sceglie cosa acquistare e quindi proporre al suo lettore?
Io, da lettore, scelgo in base alla mia sensibilità oppure seleziono in base al titolo, alla casa editrice e all’autore. Naturalmente, in una libreria particolarmente settoriale come questa, bisogna fare delle scelte perché il lettore che entra qui non è disposto a comprare tutto ciò che viene pubblicato dal mercato editoriale. Nelle librerie, poi, la qualità dei libri delle piccole e medie case editrici non riesce ad emergere perché c’è un problema di distribuzione, alcuni libri arrivano al lettore solo se quest’ultimo è già indirizzato verso quei titoli.
In un’epoca in cui il libraio è sempre più raro e la figura viene assorbita dai commessi delle grosse catene, Lei come vive questo ruolo?
Io penso che il libraio debba essere consulente e trasmettere al lettore quello che sa. Spesso in una realtà come questa il libraio conosce i suoi clienti, conosce quello che amano leggere, sa quello che comprano e sa cosa ancora potrebbero acquistare, quindi il rapporto tra le due parti è molto diretto. In una grande catena un rapporto così diretto è difficile e molte volte dettato dalle dinamiche commerciali.
C’è un consiglio che si sentirebbe di dare alle librerie indipendenti?
Il mio suggerimento è quello di specializzarsi; se una libreria vuole sopravvivere deve trovare la sua nicchia di clienti e assicurare loro titoli che nel settore prescelto manterranno nel tempo. Poi è molto importante avere un sito internet efficiente e fare anche vendite per corrispondenza.
Un libro che consiglia ai lettori di ChronicaLibri?
Deve sapere che per mia formazione e provenienza sono molto legato come lettore a Georges Simenon e qui, in questa libreria, si riunisce spesso un “circolo simenoniano”. Ho letto tutte le opere dello scrittore belga, tanto che i miei ricordi legati alla Francia si intrecciano alle ambientazioni dei libri di Simenon e io non riesco più a discernere quello che ho vissuto da quello che ho immaginato leggendo. Dopo aver letto Simenon è quasi impossibile non affezionarsi all’autore e ai suoi protagonisti, in questo caso Marcel. Marcel è infatti il protagonista de “Il Treno”, una delle opere più intense dello scrittore belga. Siamo nel 1939 in un periodo sospeso in cui la vita umana non ha più una propria consapevolezza. La bellezza di questo romanzo sta nell’eccellente descrizione che l’autore fa dello straniamento di Marcel.

 

 

INFO
Libreria Di Cave
Al libro ritrovato di Paolo Cremisini

Via Santa Caterina da Siena, 65 – 00186 Roma
06.6780860
info@libreriadicave.com
www.libreriadicave.com

 

“Ritorno al mondo nuovo” e il bisogno della libertà

Dalila Sansone
GRAZ – “Ritorno al mondo nuovo” è una riflessione sulla società incastrata a metà novecento, un’analisi in prospettiva alla luce di un pericoloso avanzare nelle direzione delle distopie di inizio secolo. Nel 1932 Aldous Huxley aveva scritto una favola futuristica, descritto un mondo in cui gli uomini nascono in provetta e il condizionamento riflesso è pratica educativa; dove l’ordine sociale è garantito dalla cancellazione del bisogno e dell’emozione. Non organizzazione ma trasformazione degli individui in organismo, entità unica in cui l’individualità corrompe e viene spinta all’autonegazione. Fratello maggiore meno noto di “1984” di Orwell, il “Mondo nuovo” appare molto più vicino alla realtà moderna. Tra il suo libro più famoso e questa raccolta di saggi passano il secondo conflitto mondiale, genocidi, eugenetica, propagande più o meno totalitarie, l’affermazione del consumo di massa: anno 1958. L’autore mette in evidenza l’inquietante parallelismo tra le dinamiche osservabili nella società contemporanea e la descrizione del suo mondo fantastico, una deriva apparentemente incontrollabile condizionata dall’eccesso di popolazione e dalla tendenza alla super-organizzazione, nella quale si affermano forze tutt’altro che occulte ma estremamente abili nell’utilizzare le conoscenze che derivano dal progresso della scienza nell’imprimere una qualsivoglia data direzione. Huxley dà prova, come consueto nella sua saggistica, di profonda conoscenza della scienza del tempo, cita esperimenti, studi, risultati e coincidenze tra prove di laboratorio e concretizzazioni storiche. L’effetto è quello di un documentario virato seppia, un passo più in là del bianco e nero ma ancora troppo precoce per la definizione dei colori. Huxley è una di quelle menti che ha visto sempre oltre la contemporaneità, di cui aveva imparato a leggere le sfumature e a prevedere ogni implicazione, soprattutto a coglierne dinamiche sottili, apparentemente innocue ma di ferocia inaudita. I poteri forti non si affermano permanentemente con la coercizione e la brutalità: il potere è assoluto solo quando capace di non farsi riconoscere come tale e mimetizzarsi in ordine naturale. L’individuo non si obbliga si educa.
La chiave di volta, esattamente come in natura, sta nella diversità, condicio sine qua non per l’affermazione della libertà. Libertà che è prima individuale poi collettiva: non esiste resistenza che non passi per il riconoscimento di principio della libertà individuale fondata su diversità e unicità. Ma la libertà deve anche essere conquista e difesa costante, incentrata sulla constatazione dei fatti e l’enunciazione di valori. La difesa dell’umanità dalle derive totalitarie dell’educazione (e del consumo) di massa non può che passare attraverso l’educazione (o contro educazione) individuale alla libertà a cui va riconosciuto il rango di valore supremo.
Non c’è spazio per le impressioni, ottimistiche o pessimistiche, conoscenza ed educazione individuale alla libertà equivalgono alla costruzione di spirito critico, l’unico a cui fare appello per osservare circostanze e fatti e trarne le dovute conseguenze. La storia insegna che la categoria dell’assolutismo di giudizio è fondamentalmente sbagliata ma anche che l’unica forza di opposizione alle derive assolutiste è l’osservazione critica. Chi crede nella libertà come valore supremo non si trincera dietro l’enunciazione di un diritto astratto ma rinnova costantemente le condizioni che ne rendendo effettivo il riconoscimento. Per necessità, per dovere e per istinto di sopravvivenza.