La poesia che difende la natura. E la natura che nutre la poesia.

Giulio Gasperini
AOSTA –
Una casualità, o forse no, una mossa premeditata, ha concesso al 21 marzo tre oneri che, al fin fine, paiono allacciati indissolubilmente: arriva la primavera (e chi non ricorda Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena del grande poeta?), e si celebrano due giornate mondiali, quella della poesia e quella delle foreste. In difesa, di entrambe. Ed esiste una donna, una grande donna, che ha coniugato queste due passioni, e utilizza la poesia in difesa delle foreste, dei suoi equilibri naturali, della sua importanza imprescindibile, non tanto per il solo essere umano quanto per la sopravvivenza della Terra tutta. Marcia Theophilo ha individuato nella Foresta Amazzonica il punto focale della sua ricerca poetica, l’altrove migliore da difendere coi versi, col ruolo sociale che la poesia negli ultimi anni ha il terrore di ricoprire. La Foresta è il luogo del parto primigenio, è l’utero del mondo che qui si culla e si nutre, che qui si fa largo verso la luce e la vita, verso il calore e il colore: “Dal corpo contratto, dal pieno del ventre /
dalle viscere, sulle rive tra il fogliame /
sono i profumi della foresta e il sangue /
ad avvolgere il suo corpo: /
l’aiutano, le donne del villaggio /
la selva è una galassia che ascolta il suo vagito /
tra le braccia Kupaùba-albero”.
Ma la foresta è anche il luogo dove tutto muore e tutto torna alla vita, con dolcezza e devozione: “Fiore, tu illumini i miei rami / ai primi ritmi del mattino / canto d’uccelli e di grilli / lontani tamburi – poi cadi e muori / per dare vita al frutto: / la foresta spalanca la sua bocca / nell’umido terreno ti riceve”. La Natura è il luogo per eccellenza della vita, dalla forma più piccola (ma non misera) a quella più grande e complessa: “Non solo gli animali ma tutto in natura ha un’anima, / un’anima alata che lascia il mondo quando sogna. E / sogna sempre luoghi ignoti”.
L’immedesimazione del poeta nella natura diventa completa, un panteismo assoluto e sovrano, che fa del poeta un semplice tramite per i bisogni e le esigenze urlate dalla natura: “Noi alberi viviamo di piogge / di rugiade eterne e delle brume / dei fiumi e degli oceani / di mattutini vapori / e delicate nebbie”. Il poeta è vettore dell’angoscia della foresta; del dolore che troppo patisce a causa degli uomini, della loro fame di ricchezze, della loro bramosia del possedere. Irrispettosi delle esigenze della Terra, devastano e distruggono, estirpano e bruciano, perforano e succhiano: “Albero, da te ho preso il dolore selvaggio / quei lamenti nell’aria, nel fiume / fuggono gli animali dai tuoi rami-rifugio / […] / il tronco annerito dal fuoco cade / […] / Si accende un fuoco che abbaglia, acceca. /
Chi può togliere questa freccia senza punta? / Dove possiamo deporre questo male? / In tutti i luoghi della terra
suoni interferiscono, ricordi di morti. / Il cielo che oggi ti accompagna è senza stelle”. La foresta è anche la Madre Acqua, depositaria della più straordinaria ricchezza della Terra, l’acqua “più preziosa del diamante”; ma anche questa è minacciata, distrutta, devastata insensatamente, per un gioco al massacro che punirà solamente i carnefici: “La pioggia ha sapore amaro / sassi, foglie e nuvole / nuvole carnose / pioggia, perché non sei più dolce come prima?”.

 
Marcia Theophilo ci suggerisce che dovremmo maturare la coscienza dei nostri gesti, anche indiretti. Non tutti abbiamo le asce in mano, le picche strette tra le dita, i fiammiferi pronti nella tasca; ma siamo muti e omertosi complici di ogni ombra che non esisterà più, perché non ci sarà più nessun ramo. Marcia Theophilo ci mette spalle al muro e ci sprona a maturare la coscienza e la consapevolezza che la foresta è l’unico paradiso terrestre, l’unico vero luogo di riposo e di dolcezze: “Respira: è ancora qui la vita / ancora un poco, continua / respira non fermarti / respira, respira, continua / è ancora qui l’inizio della vita”.

“Confessioni di un gatto killer”, Tuffy Tuffy…

ROMA “Okay, okay. Ho ucciso io quell’uccello. Per amor del cielo, sono un gatto. In fondo è il mio lavoro.”
Il gatto in questione è Tuffy, sagace felino dall’animo irriverente che si diverte a impaurire chi lo circonda. Tuffy è il protagonista della felice penna di Anne Fine, autrice di “Confessioni di un gatto killer” il libro illustrato da Andrea Musso e pubblicato dalle Edizioni Sonda.

 

Tuffy vive in una graziosa casetta insieme alla padroncina Ellie e alla sua famiglia ma, da qualche tempo a questa parte, tutti si rivolgono a lui con un’espressione delusa e con termini quali: “come hai potuto?”, “Perché fai questo?” e continui rimproveri. Ma a Tuffy questo non interessa, lui sa di essere un gatto e sa che Ellie è una personcina ipersensibile: lo difende a spada tratta ma piange per qualsiasi cosa! Non è mica colpa di Tuffy se in una settimana, dopo aver portato in casa un uccellino morto, entra in cucina con Tippete, il coniglio dei vicini. E questa volta non è per un gioco, Tippete è senza vita e quasi irriconoscibile. Cosa sarà successo? Tuffy è così cattivo come sembra?

 

Anne Fine riesce ad architettare una storia davvero divertente in cui l’astuzia di un gatto esalta gli elementi pedagogici di un racconto fatto di amicizia, affetto e sincerità.

ChronicaLibri intervista Corinna Bajocco

Stefano Billi
Roma – ChronicaLibri ha intervistato Corinna Bajocco, autrice del libro “New York. Viaggio nella Grande Mela”. Pubblicato da Polaris, il libro non è solo una guida, è anche l’inizio di un grande viaggio nella metropoli statunitense.

 

 

Come è nato il desiderio di scrivere un libro su New York? 

Dico sempre che la più bella delle routine è comunque sempre una routine. Io per ragioni varie che spaziano dallo studio al lavoro, già da almeno un ventennio ero una aficionada della Grande Mela e la mia vita era scandita da frequenti andirivieni.  Così che mi ero quasi abituata alla città, sembrava non stupirmi più. Poi una mattina, dopo il solito caffè di Starbucks, mi trovo ad osservare una scena di vita comune seduta su una panchina di uno dei tanti community garden dell’East Village e tutto mi è sembrato, ex abrupto, nuovo e diverso. Quel giorno è nata la mia personale e privata New York, quella costruita attorno a me, ai miei avanti e indietro, ai miei amici, alle mie letture, ai libri di altri, alle mie aspettative, al cibo che mi piace mangiare, agli incontri inaspettati, ai volti curiosi,  ai profumi e alle lingue che, pur non essendo genuinamente newyorchesi, per me sono New York. E ho iniziato a pensarla e a scriverla. Qualche mese dopo ero a Firenze a discutere il libro con il mio editore, perché i desideri abbiamo il dovere di realizzarli.

 

Perché un lettore di Chronica Libri dovrebbe assolutamente visitare New York? 

Perché chiunque dovrebbe visitare New York almeno una volta nella vita. Perché con un viaggio se ne fanno in realtà mille. Perché  ad ogni angolo lo attenderebbe una suggestione di pagine che ha amato, di film che ha visto, di piccole scenografie naturali che ha immaginato. Perché il cibo è divino. Perché è incredibilmente veloce, e in continuo cambiamento. Perché è diversa da come ce la immaginiamo prima di arrivare. Perché è marcia, fradicia e affascinante. Perché se fai colazione nell’Upper West, magari mangi seduto allo stesso tavolo di John Berendt, o Yoko Ono.  Perché restituisce la curiosità nelle cose, che un po’ è morta in quest’altra parte del pianeta.

 

Secondo Lei, New York è ancora l’emblema del sogno americano, o sta perdendo la sua magia col tempo?

New York è il posto dove nascono le opportunità.  Certo, c’è la crisi finanziaria. Certo devi lavorare su ritmi tiratissimi che nulla hanno a che fare con la ciclicità del tempo letto alla maniera mediterranea. Certo devi fare il callo ad alcune rigidità dell’uomo americano, e anche ad un po’ di spocchia. Ma se davvero c’è un desiderio da realizzare, quello è il posto dove provarci. Ancora.

 

Qual’è l’aspetto di New York che più l’affascina?

New York è una metropoli, una megalopoli, Gotham. E, come è stato detto di Lei in passato, non una città perfetta, ma un perfetto esempio di città. Eppure questa sua dimensione, dal di dentro, non si percepisce. New York è una trama di villaggi che si intersecano, di lingue che si fondono, di tradizioni che si mescolano e tutto pare tranne che quella proiezione verticale luccicante che affolla l’immaginario del Vecchio Mondo. Di New York mi affascina questa ambivalenza, e le sue crepe. Quelle rughe che se osservate bene sotto ci trovi una città stratificata e meravigliosa.

 

Perché i lettori di Chronica Libri dovrebbero leggere il suo libro?

Ci sono pagine e pagine scritte su New York, e tutte decisamente più autorevoli delle mie. Forse bisognerebbe leggere piuttosto quelle. Però un giorno, un autentico newyorchese di nome Adam Yauch, che era il leader di una band straordinaria (i Beastie Boys), stava bevendo qualcosa in un bar di Brooklyn casualmente seduto al bancone vicino a me. Lo costrinsi ad una breve conversazione, ed ai miei racconti.  Senza conoscerlo, ovviamente. Una mezz’ora dopo mi disse che ero una ficcanaso. Ecco, se a qualcuno dovesse far piacere  leggere una specie di guida turistica scritta da una ficcanaso, allora la mia è quella giusta. E poi sono una appassionata di letteratura, nel libro ne troverete tanta, raccontata proprio negli angoli dove è nata. Infine, se c’è una partenza in programma, prima di fare le valigie, forse fra le mie pagine scoprirete la voglia di un viaggio non preconfezionato.

“La mancanza di gusto”, il racconto di una famiglia

ROMA“Tornerò. Tra un mese o tra un anno, senza una ragione o per un matrimonio, supplicata da mia madre, contrita o contenta di essere qui, per un raduno di famiglia o per un funerale. Tornerò a controllare di chi si tratta. Approderò qui per curare un malessere, una solitudine e mieterne altre. Poserò le valigie, non mi tratterrò a lungo, eh, solo qualche giorno, per ascoltarli, per guardarli vivere. E poi riprenderò il treno, intenerita, irritata o cupa. Un giorno, il mio ultimo giorno qui, sarò confusamente atterrita all’idea di non aver saputo conservare qualche frammento delle loro esistenze per evitare che sfumino, silenziose. Questa casa diventerà il mio paradiso perduto, un po’ nauseante, quello che già sto tessendo. Bello, chimerico e triste. Come quello di un qualsiasi vecchio rimbecillito”.

È la casa del bisnonno, quella che raccoglie quattro generazioni nella settimana di ferragosto. È la casa, un castello, nella quale si cerca rifugio e riposo lontano dalla calura parigina. Ed è tra queste mura sospese nel tempo che Mathilde torna.

Mathilde è la protagonista di “La mancanza di gusto”, il libro di Caroline Lunoir pubblicato da 66thand2nd.
Giovane avvocato parigino, Mathilde arriva nella casa delle vacanze in un caldo giorno di agosto e, ad accoglierla, ci sono i nonni e i prozii, testimonianza fisica di un tempo che è passato e sta finendo. Delle loro vite, così intense di accadimenti, di gioie, dolori e momenti difficili, Mathilde constata che ormai sono ridotte al ricordo. Ma di queste persone, radici del suo albero genealogico, forse non ne ha la stessa forza. Mathilde non è abituata alle sfide dei suoi avi: la guerra è un avvenimento che si completa nei libri di storia, ai suoi occhi – e a quelli della sua generazione – avrebbero dovuto essere tutti partigiani perché a posteriori la vita è semplice, la guerra è semplice. La storia, però, è stata un’altra, la guerra è stata di più di uno scontro armato. La guerra è stata nelle vite di ognuno, nelle scelte e nelle conseguenze. E, a bordo di quella piscina che raccoglie generazioni a confronto, Mathilde pensa alla generosità della vità nei suoi confronti. Lei la storia la guarda dal bordo di una piscina in un castello della Francia, protetta e intrappolata in una famiglia che osserva dalla sdraio un mondo borghese che sta implodendo.

 

Vedi qui la video intervista all’autrice realizzata con ITvRome

10 Libri per leggere in cucina

ROMA – E’ sempre una buona occasione per portare con sé un libro. E l’occasione si fa ottima quando lo portiamo in cucina, magari per qualche idea e qualche ricetta, magari solo per farci compagnia mentre siamo ai fornelli o perché abbiamo bisogno di intraprendere un viaggio letterario – culinario anche solo di poche righe. Per questo oggi a quest’ora vi proponiamo i 10 LIBRI PER LEGGERE IN CUCINA 

 

1. “50 sfumature di fritto” di AA VV, a cura di Pierpaolo Lala, Lupo Editore
Perché la frittura oltre la sua pesantezza apparente può rivelarsi sensuale e afrodisiaca.

 

2. “Libera tavola. Ricette d’autore dalle terre confiscate alle mafie. Con contributi di Andrea Camilleri, Rita Borsellino, Roy Paci, Allan Bay, Giulio Cavalli e tanti altri” di Lorenzo Buonomini e Jacopo Manni, Terre di Mezzo Editore
Perché la cucina è un’arte giusta, si devono usare sempre gli ingredienti adatti

 

3. “La cucina di Amélie” di Juliette Nothomb, Voland
Perché curiosare tra quello che mangia una grande scrittrice è sempre un’esperienza golosa

 

4. “Il segreto di Mary la cuoca” di Anthony Bourdain, Donzelli
Perché la cucina è anche suspance quando i fornelli si tingono di tinte fosche

 

5. “La cucina del buongusto” di Simonetta Agnello Hornby e M. Rosaria Niada LAzzati, Feltrinelli
Perché la cucina è un viaggio che sorprende

 

6. “Gola. Storia di un peccato capitale” di Florent Quellier, Dedalo
Perché la qualità della nostra vita dipende anche dal primo peccato commesso sulla terra, la voglia di cibo

 

7. “Happy Food. Tante ricette per vivere sani e felici” di Donna Brown, Gribaudo
Perché cucinare è gioia e si deve fare (quasi) sempre per piacere

 

8. “Il paese dei Ghiottoni” di Michele Marziani, Guido Tommasi editore
Perché il sapore delle cose buone è il sapore delle cose semplici

 

9. “Leggere a tavola è maleducazione” di Daniela Delle Noci, Iacobelli
Perché fare quello che vogliamo non è mai stato così gustoso

 

10. “Quanto pesa la tua salute? Spunti e suggerimenti per una sana e corretta alimentazione” di Maria Giovanna Luini, Trenta Editore
Perché il sapore deve dare benessere

“Destinazione Freetown”: il ritorno all’inizio dell’orizzonte.

Giulio Gasperini
AOSTA – Le persone si spostano, da ogni angolo di mondo sino al prescelto altrove. O anche ad uno casuale. Ma da secoli, da millenni, gli uomini e le donne si incamminano verso altri orizzonti, cercando di indovinare cosa la cura della Terra nasconda al loro sguardo; immaginando per sé stessi, per i propri figli, per le proprie famiglie, una possibilità di cambiare la propria condizione di vita, di migliorare la propria esistenza, di concedere un futuro meno feroce e crudele ai loro discendenti. In “Destinazione Freetown”, l’ennesima pubblicazione nella deliziosa collana “Quartieri” della Becco Giallo, Marta Gerardi e Raul Pantaleo, del progetto Tamassociti, disegnano e narrano la storia di un migrante, Khalid, che deluso dall’Italia, dalla mancanza di lavoro e di prospettive, da una società soffocante e razzista, decide di ripercorrere a ritroso il suo cammino, tornando nella sua terra, coltivando la fiducia e la speranza che soltanto con il lavoro e la presenza sia possibile migliorare una terra e le persone che la calpestano. Decide di affrontare di nuovo quel mare a cui miracolosamente era sopravvissuto, rotta che sempre più spesso, ai giorni nostri, tanti migranti stanno riprendendo, spinti da una crisi irrisolta e da una società che sempre più si rende sorda e cieca ai loro bisogni; decide di lasciare il Vecchio Continente, che sempre più invecchia, e di tornare in un’Africa che si sta svegliando e si sta scoprendo affamata di tutto, dalla cultura al cibo, dal futuro al suo eterno passato.
Ma il cammino di Khalid offre anche la possibilità di incrociare tante umanità eroiche, tanti uomini e tante donne che, nei semplici gesti del quotidiano, rivendicano (più o meno consapevolmente) il loro stato d’esistenza, il loro orgoglio di esser presenti e di poter comunicare qualcosa, di poter imporre un’idea, di poter imprimere una direzione, di poter pretendere di essere – almeno una volta, per un breve istante – ascoltati e considerati ben più del nulla. E nel suo cammino, ancora, Khalid ha modo di incontrare una realtà che riempie d’orgoglio l’Italia: Emergency, con i suoi ospedali, i suoi ambulatori, i suoi centri di alta chirurgia cardiaca in mezzo al deserto furioso e alla devastazione cieca. Khalid ce li spiega, uno per uno: dal Centro Pediatrico di Port Sudan al Centro di cardiochirurgia di Khartoum, dal Centro pediatrico di Nyala al Centro Pediatrico di Bangui al Centro chirurgico di Freetown; sono queste le pietre miliari che accompagnano il cammino contromano di Khalid, e in loro il ragazzo trova la speranza per continuare a sperare in una rinascita dell’Africa e degli africani. Una rinascita che non è assistenzialismo né pietà per assolvere le coscienze e concedere riposi tranquilli e sereni; è un primo passo nella maturazione e nella presa di coscienza di uno stato d’esistenza che nessuna guerra, nessuno sfruttamento, nessun esodo, nessun tiranno potranno mai soffocare. È sempre lì, fremente, palpitante: pronta a rialzare il capo, a risollevarsi e a tentare di rendere l’orizzonte sempre più vicino; così vicino da non sentir più la necessità di partire per non sfiorire.

Itinerari per due, una guida per le mete del cuore

ROMA – Una romantica fuga su un’isola o il relax di una località termale; l’atmosfera di un borgo medievale o l’aria pura di un angolo di natura incontaminata; scoprire le bellezze di una città d’arte girandola in bicicletta, o gustare il dolce far niente sulla spiaggia… Quale che sia il vostro ideale di vacanza a due, in “Itinerari per due
60 mete per vacanze romantiche in Italia tra mare e natura, borghi del cuore, relax e wellness”  (Touring Club) troverete 60 mete romantiche in tutta Italia, originali e uniche, spesso alla scoperta di luoghi fuori dalle rotte turistiche più battute, unite dal fil rouge dell’atmosfera: rigorosamente intima, speciale, colma di fascino. Per rendere il soggiorno davvero indimenticabile, i nostri esperti hanno selezionato per ogni meta il meglio dell’ospitalità e della ristorazione; 300 indirizzi davvero speciali per dormire e per mangiare.

 

Conoscere la “Storia dell’immondizia” per migliorare il mondo.

ROMA – L’immondizia esiste da sempre e sempre esisterà. L’uomo utilizza tanti prodotti e questi devono essere smaltiti in qualche maniera. Durante la storia dell’umanità, la tipologia dei rifiuti è cambiata: dalle prime discariche, rivenute in Cina, e gli avanzi dei mammut alle latrine costruite durante il Medioevo alle nuove frontiere del riciclo dei rifiuti: quello descritto in “Storia dell’immondizia” di Mirco Maselli (autore e illustratore del libro), edito da Editoriale Scienza, è un viaggio che accompagna i giovani lettori alla scoperta di un aspetto interessante e imprescindibile della storia dell’umanità. L’econauta Maurice La Nature e il suo fido Rubby ci accompagnano nel percorso temporale, analizzando usi e costumi di diverse epoche, proiettandoci anche nel futuro, oltre le frontiere dello smaltimento dei rifiuti e dei nuovi utilizzi che se ne possono fare. Perché non si è mai troppo grandi per imparare a prendersi cura del nostro pianeta Terra.

BUK, Festival della Piccola e Media Editoria. A Modena il 23 e 24 marzo

MODENA – Torna BUK, il Festival della Piccola e Media Editoria in programma a Modena il 23 e 24 marzo. Giunto alla sua VI edizione, BUK sarà una intensa due giorni (dalle 9.30 alle 19.30 a ingresso libero) di cultura al Foro Boario organizzata dall’associazione culturale Progettarte, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Modena e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

“Nonostante la crisi abbia colpito duramente il settore editoriale – dichiarano Francesco  Zarzana e Rossella Diaz, curatori della manifestazione – saranno oltre cento gli editori di tutta Italia che parteciperanno al Festival BUK, poiché rimane per i più, un appuntamento da non perdere e di altissimo spessore letterario”.

Numerosissimi gli eventi collaterali, oltre sessanta incontri, presentazioni, approfondimenti, tavole rotonde, premi letterari, reading, convegni. E qualche novità, come lo spazio BIO – BUK, un salotto culturale dedicato al connubio bio – cultura, le sculture “culturali” di Carlo Baldessari, il convegno “Smart Creativity: essere creativi al tempo del tablet e dello smartphone”, ma anche tante anteprime nazionali, (quale l’ultimo successo editoriale di Luciano Garofano, ex comandante dei RIS di Parma)  ed i Premi Letterari (la seconda edizione del Concorso di Giornalismo Scolastico PRIMA PAGINA, con oltre 100 scuole partecipanti provenienti da tutta Italia).

Per omaggiare Modena Città Europea dello Sport 2013, gli organizzatori hanno intitolato le quattro  Sale Presentazioni ad altrettanti grandi campioni emiliani e modenesi, quali  Alberto Braglia, Ondina Valla, Dorando Pietri e Alfonsina Strada.

Il più grande inquisitore di ogni essere umano.

Michael Dialley
AOSTA – “Le guerre vanno e vengono, giovanotto. Vanno e vengono, e noi andiamo e veniamo con loro. Sono come il tempo, come una tempesta o una siccità. E noi non possiamo fare altro che cercare riparo e aspettare che passino”: è una frase che sicuramente identifica appieno il periodo nel quale è ambientato il romanzo: gli anni Sessanta del XIX secolo, a ridosso della Guerra civile americana che coinvolgerà moltissimi uomini, nordisti e sudisti; ma che si può applicare a ogni epoca, anche ai nostri anni.
Il romanzo “Tutte le sere” di Dara Horn, edito da 66thAnd2nd nel 2013, è una lettura molto piacevole che fa conoscere la realtà di quegli anni nella “lontana” America; si conoscono le situazioni familiari di Jacob Rappaport e delle persone a lui legate, ma al contempo grande importanza è data alla società del tempo, alla condizione degli schiavi neri acquistati all’asta come oggetti.
La guerra è al tempo stesso cornice storica che inquadra l’epoca, ma anche motivo scatenante degli eventi della vita del giovane Jacob, che intraprende la carriera militare per evitare un matrimonio ebreo, un vero e proprio contratto firmato prima della cerimonia, e per intraprendere poi missioni segrete contro le spie. Dapprima accetta di assassinare lo zio, poi deve sposare una bellissima ragazza sospettata di essere una tramite tra varie spie e complotti; tutto questo, però, pian piano lo porta a concretare i capricci di altri, più potenti, che rimangono nascosti, commettendo non solo crimini veri e propri, ma anche un crimine, molto peggiore, contro la sua coscienza e la sua libertà di scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato.
È difficile vivere in tempi così tragici e particolari come la più sanguinosa guerra combattuta dall’America: non ci si può fidare di nessuno, anzi, ci si scontra con realtà agghiaccianti, criminalità, menzogne e con la paura, soprattutto, di essere usati come oggetti ed essere, appena possibile, accoltellati alle spalle. Questo è sintetizzato da una frase che colpisce per la sua banalità, per la sua semplicità, ma soprattutto per la sincerità con la quale viene pronunciata: “Io voglio qualcuno che si fidi di me, non ho mai voluto altro”.
Eccolo lì, espresso, concretato, il desiderio più grande di Jeannie: essere amata, creduta, avere accanto a sé qualcuno di cui si possa fidare e a cui possa affidarsi completamente. Ma lei non è altro che portavoce dell’intera umanità: avere una spalla, un pilastro, cui poggiarsi e reggersi in qualsiasi momento, perché l’uomo è un essere estremamente forte, ma al tempo stesso fragile, con un’interiorità colma di paure e debolezze, che da solo non riesce, quasi mai, a vincere. Che sia grazie ad un compagno, ad un amico, ad un familiare, ad uno specialista, tutti hanno bisogno di guardare in faccia la realtà ed affrontare i problemi, ma anche la propria coscienza, il più grande inquisitore con cui si debba fare i conti.