ROMA – Poliedrico, ironico, provocatorio, Carmelo Bene è sempre stato una voce fuori dal coro. Probabilmente, non tutti lo avranno amato. Ma, certamente, di fronte alle sue “sconvolgenti esperienze intellettuali” non si può restare indifferenti.
A dieci anni dalla sua scomparsa, Antonio Zoretti ne ha curato, per Lupo Editore, un articolato saggio dal titolo “Carmelo Bene. Il fenomeno e la voce”. Un lavoro meticoloso e suggestivo, ricco di citazioni e di commenti, per lasciarsi trasportare dalle parole e dalle riflessioni, mai scontate, dell’artista. Il nucleo principale è rappresentato da un insieme di testi, “Quattro conversazioni sul nulla”, giustamente considerati una summa theologica del pensiero di Bene. Linguaggio, conoscenza e coscienza, eros, arte: quattro momenti per approfondire quell’orizzonte così particolare in cui si è sviluppata la sua opera.
Il rapporto tra il senso e il suono, la ricerca sempre più approfondita delle possibilità vocali, l’inestimabile valore della musica. È la voce, secondo Carmelo Bene, il solo strumento in grado di “vincere la rappresentazione” così come la musica è l’unico linguaggio “capace di suggerire ciò che la parola non è in grado di esprimere”. Vocaboli e pensieri sono, infatti, solo delle illustrazioni, delle immagini da cui occorre liberarsi. Perché la verità non esiste, se non all’interno della convenzionalità di un linguaggio in cui si nominano le cose pur senza conoscerle.
L’obiettivo di Carmelo Bene, apertamente dichiarato, è quello di mandare tutto in frantumi, compreso il soggetto, quell’io “così ingannevole”, che può e deve essere cancellato.
E forse non è un caso che l’artista non abbia mai nascosto la sua noia, la sua profonda insofferenza verso quel teatro ancora così fortemente legato ad una verosimile rappresentazione della realtà. La rottura, violenta, con la tradizione si traduce in un recupero della creatività e del valore assoluto del teatro, nella convinzione che sia necessario “uscire da tutto quello che è la convenzione dell’arte (…) perché l’unico, auspicabile riconoscimento di un prodotto estetico è la sensazione, capace di incorporare tutti i sensi”.
Anno: 2013
“Francesca e il cavaliere- La singolare storia della fidanzata di Berlusconi”
Marianna Abbate
ROMA – Su facebook gira una divertente vignetta che rappresenta una donna corrucciata con un foglio in mano, mentre dice “Belèn ha partorito (o qualsiasi altra news del momento) fammelo aggiungere alla lista delle cose di cui non me ne frega un…”. Ora sono convinta che leggendo il titolo di questo articolo, questo pensiero sia balenato nella testa di molti di voi. Allora spiegatemi perché lo state leggendo? E’ un po’ la stessa cosa che è successa a me quando mi sono trovata davanti la copertina di “Francesca e il cavaliere”, con la bella immagine che potete vedere anche voi. La scelta strategica del bianco e nero copre le orribili discrepanze di colore del fondotinta, sul volto della statua di cera in cui si è ultimamente tramutato il Cavaliere, mentre la donna sulla destra assume sembianze familiari. Quella bocca a impostata e lo zigomo pronunciato ricordano vagamente Alba Parietti oltre ad una lunga lista di protagoniste della vita pubblica italiana, tra cui l’onorevole Santanchè. Sarebbe tutto giustissimo, se non fosse che la signora ritratta non ha raggiunto le 50 candeline, ma si aggira intorno alle 27/28, ed è la prescelta ad assumere l’arduo compito di “fidanzata” della statua di cera di cui sopra.
Ora noi possiamo anche far finta di credere che Ruby sia la nipote di Moubarak, ma la storia del vero amore è veramente tanto difficile da mandare giù. Spinta da un’immensa curiosità sociale (chiamiamola così) ho guardato una serie infinita di slideshow su internet, che mostravano una elegantissima Pascale vestita turchese dal vestito, al soprabito, alle scarpe che neanche la regina Elisabetta, mentre passeggia allegramente per le vie di Roma e incurante dei mille fotografi, chiacchiera e saluta decine e decine di amici. Che ragazza socievole e disinvolta! Un piacere da guardare su tutti i giornali, mentre ci facciamo la piega dal parrucchiere.
Secondo gli autori di questo saggio pubblicato da Centoautori (a produrre questa perla sono in due, Mariagiovanna Capone e Nico Pirozzi, ma non ce l’ho con loro: il libro è scritto bene e l’argomento attira il pubblico) la scelta di fidanzarsi ufficialmente doveva aiutare Berlusconi a coprire qualcos’altro. Ci sono molte discrepanze nei fatti raccontati, elementi che non coincidono o che sono stati modificati nel tempo.
Ora, sinceramente, la vignetta di cui parlavo all’inizio, torna imperterrita alla mia memoria. Perché che Berlusconi sia fidanzato o meno cambia poco al mio quotidiano. Tuttavia, l’implicazione che l’eventuale fidanzata potesse proteggerlo dai capi d’imputazione la fa scomparire. Effettivamente questo punto potrebbe interessarci.
Il percorso della giustizia ci riguarda tutti, e gli escamotage per sfuggirle sono sempre un argomento molto interessante.
“Un cuore XXL” la taglia più grande che c’è
ROMA – E’ Sara d’Amario, l’autrice del libro “Un cuore XXL” pubblicato da Fanucci. È grande l’amicizia che li lega, sono grandi le loro intelligenze (uno è un campione in matematica e l’altro in italiano), è grande la famiglia in cui vivono (e anche un po’ allargata, come si dice oggi), sono grandi le loro scorpacciate quotidiane (uno ingurgita tutto ciò che sa di dolce e l’altro beve Coca-Cola come fosse acqua) e grande ma proprio grande, direi notevole, è il loro peso. Ma il primo giorno di liceo, il loro mondo diventa più piccolo: Lucrezia sorride a Gas che subito si scioglie, e Zucchero non ha occhi che per Isabella, lunga e sottile e con una serie di tatuaggi da fare invidia a Zayn Malik degli One Direction. E così tra un compito d’inglese e un saggio di danza, tra una gita a Parigi e un sms d’amore, tra un bacio strappato e un fratello che arriva, Gas e Zucchero scopriranno che la cosa più grande che hanno è il loro cuore, tanto grande, ma così grande, da contenere tutti. E il loro corpo, che fine fa? Vabbè, questa è un’altra storia…
“Babel”, ad Aosta la parola celebra la ‘tentazione’
AOSTA – La quarta edizione di Babel, il festival della parola in Valle d’Aosta, si svolgerà nella città alpina dal 19 aprile al 5 maggio e, nonostante i tagli rispetto alle edizioni passate, anche quest’anno si prospetta come un delizioso festival incentrato su autori, testi e performance di varie arti. Quest’anno tema sarà la tentazione. Perché, come proclamò anche Giobbe, “forse che la vita dell’uomo non è una tentazione?”. Tutto si svolge nella piazza principale, Emile Chanoux, dove sarà allestita la Casa di Babel: un centro di culturale propositiva, formato da l’Agorà dei libri, una grande libreria provvisoria aperta da tutti i librai della città, e Spazio Autori, dove si terranno le conferenze e gli incontri previsti in cartellone. Da sempre, Babel è stato animato dalla curiosa ricerca del significato: ogni anno una parola viene sviscerata e declinata in ogni sua accezione, in ogni sua sfumatura. Nelle sue luci e nelle sue ombre. Quest’anno tanti autori si passeranno il testimone discutendo della “tentazione”, perché “la tentazione è l’esperienza. Ma nessuno sa raccontare un’esperienza. Ecco perché mi faccio tentare ancora” (Victor Hugo): il 19 aprile Antonella Boralevi e Dario Argento; Veronica Benini e Marcello Sorgi martedì 20, per proseguire poi con Pupi Avati, Antonio Manzini, Cinzia Tani, Giuseppe Culicchia, Nadia Fusini, Catena Fiorello, Luisella Costamagna, Martino Gozzi, Enrico Ruggeri, Sergio Campailla e Carmine Abate.
Ma Babel è attento da sempre anche alla letteratura del luogo, con una serie di presentazioni che hanno come oggetto gli autori valdostani, chiamati a confrontarsi con il pubblico. In ogni presentazione, inoltre, viene presentato e fatto degustare i vini della regione, che può vantare produzioni estremamente pregiate e di qualità.
“Le parole sono azioni” scrisse Wittgenstein e così recita il primo articolo del manifesto di Babel: un festival dove la parola si tempra di significati.
Il programma completo della manifestazione è disponibile sul sito della Regione Valle d’Aosta.
Fiera del Libro della Romagna: il 13 e 14 aprile Cesena si veste di libri
CESENA – Arriva al Palazzo del Ridotto di Cesena la prima edizione della “Fiera del libro della Romagna”. Sabato 13 e domenica 14 aprile 25 editori provenienti da tutto il territorio nazionale si incontreranno a Cesena per la manifestazione organizzata dalla casa editrice Historica in collaborazione con Scrivendo Volo. Nata dalla volontà di promuovere l’editoria indipendente e la bibliodiversità, la fiera – un evento di cui si sentiva la mancanza in Romagna – sarà un momento per comprare i libri e conoscere gli autori attraverso le circa 40 presentazioni in programma.
Sabato 13 aprile la fiera si aprirà con un corteo storico a cura della “Confraternita della Fenice” con partenza alle ore 9 alla Barriera e arrivo alle 10 al Palazzo del Ridotto. Nel pomeriggio un doppio evento per i più piccoli, alle ore 16 Stefano Bordiglioni presenterà i suoi libri (a cura dell’associazione Barbablù) mentre alle ore 17 Raffaella Candoli (Piccolo Mondo Onlus) svolgerà delle letture animate.
Alle ore 15.30 Lanfranco Mariottini parlerà del suo libro sull’Ipnosi regressiva (Macro editore) e alle ore 18 con Lorenza Ghinelli, autrice Newton&Compton del caso letterario “Il divoratore” presenterà il suo ultimo libro, “La colpa”, con Mari Luisa Pieri (a cura di Confesercenti Cesenate).
Domenica 14 aprile alle 11 si terrà la premiazione del concorso letterario della fiera e dell’antologia “Romagna scrive” e alle ore 15 Massimo Pulini presenterà il suo romanzo “Gli inestimabili” (CartaCanta). Alle ore 16.30 Giovanni Guiducci presenterà “Breve storia del Cesena calcio”, mentre alle 17.15 il Premio Bancarella Marcello Simoni parlerà del suo ultimo libro “La biblioteca perduta dell’alchimista”. Alle 18.15 Pier Luigi Bazzocchi e Maicol Mercuriali presenteranno invece “Cesena segreta. Luoghi, personaggi e storie della città”.
L’evento, patrocinato dal Comune di Cesena, dalla Biblioteca Malatestiana e nato in collaborazione con varie associazioni locali è un’importante occasione per acquistare e leggere libri di qualità che in libreria stentato a trovare spazio, per confrontasi con gli editori e conoscere da vicino gli scrittori.
“Le cose brutte non esistono”: i punti di vista che frantumano lo specchio.
Giulio Gasperini
AOSTA – Ci guardiamo allo specchio e siamo sicuri dell’immagine che ci rimanda. Ci siamo noi: coi nostri inattesi capelli bianchi; con le nostre occhiaie; coi nostri dubbi. E poi capita che guardiamo gli altri riflessi allo specchio e, si sa, che tutto cambia. Tanti ne hanno scritto, tanti ne hanno discettato, tanti ci han speculato. Ognuno di noi ha la sua prospettiva e difficilmente due ritratti indiretti arrivano a combaciare. Anche solo di qualche dettaglio. Riccardo Romani scrive un delizioso romanzo, “Le cose brutte non esistono”, pubblicato in un’edizione raffinata – ne rendiamo merito – dalla 66thand2nd nel 2013, incentrato sul tentativo compiuto da un ragazzo mediocre – detto, anni fa, inetto – nel tentativo di smarcarsi dall’ombra incombente di un padre incomprensibile e ingombrante. Ma la sua ricerca si scontra con l’evidente risultato di un fraintendimento enorme, colossale: il padre è un eroe. Un imperfetto eroe.
Quell’uomo che portava a casa ragazze sempre diverse, che arrivava e ripartiva accompagnato da un uomo altrettanto misterioso ma più comunicativo di nome Alfonso Duro, che ignorava la moglie con una precisione maniacale, che evitava ogni affettuoso approccio col figlio e, anzi, lo puniva anche fisicamente, accusandolo di essere gay, per la sua timidezza e ansia da prestazione. Quell’uomo che in ogni immagine si figura tiranno e dominatore un giorno muore. E la sua morte spalanca un’urgenza di sapere, un bisogno di conoscere che porta il ragazzo a volare dall’altra parte del mondo, all’inseguimento di una ragazza dalle poche parole e dalla storia confusa. Era stata proprio la fuga con lei che aveva sancito la misura più alta di ribellione dal padre: lei, destinata a mandare avanti la tabaccheria di famiglia nel paesino dove vivevano, aveva subito esercitato sul ragazzo un’attrazione irresistibile, per qualche motivo apparentemente ignoto. La verità sarà ricercata in modo anche casuale, randomico, nello scenario degli Stati Uniti del Sud, assolati e aridi. Sarà un libretto del 1995 a fare un po’ di luce, di chiarezza, in una vicenda che è un continuo e altalenante allacciarsi di rapporti, di amicizie e di contrasti.
Il romanzo è tutto in sospensione e sottrazione; nulla è chiaro fino in fondo e non è dato capire appieno la direzione verso cui si sta andando. La luce della risoluzione del mistero è lasciata filtrare a gocce, lentamente, come sabbia in una clessidra. Ma lo sguardo non raggiunge mai l’insieme perché sono i dettagli a stabilire le giuste calibrature. E i dettagli ci suggerisco che, come per gli sguardi, possono sempre rappresentare troppi significati tutte assieme.
Vedi QUI il booktrailer de “Le cose brutte non esistono”
Il Grande Gatsby: Fitzgerald, l’amore e un po’ di Scotch.
Marianna Abbate
ROMA – La cosa più bella dei romanzi di Fitzgerald è che non si capisce proprio dove voglia andare a parare. Stai lì a pagina 1 tra le luci soffuse, a pagina 15 ad un barbecue party, a pagina 50 provi un filo di perle, e ancora non hai capito che cosa stai cercando. A pagina 75 sorseggi whiskey e cominci un pochino ad agitarti perché c’è qualcosa che proprio non quadra. Poi ci ripensi bene e ti ricordi che già a pagina 30 avevi avuto la stessa sensazione, ma era stata offuscata dal desiderio di capire come sarebbe andata a finire quella discussione tra quei due nell’angolo della sala.
E quando succede il patatràc, perché con Fitz è garantito, tu non te lo aspettavi proprio. Perché della narrazione cambia improvvisamente e ti ritrovi intricato in un vortice di avvenimenti incomprensibili e repentini da far girare la testa e pensare: “lo sapevo, lo sapevo”. E invece non sapevi proprio niente.
Un’altra cosa bella di Fitzgerald è che da delle indicazioni estremamente precise. Il lettore non ha tanto spazio per l’immaginazione, perché è lo scrittore stesso a dipingere con esattezza quel lampadario, quell’abito, quell’atmosfera. Ogni sorriso e ogni sguardo hanno una loro posizione tanto che sei costretto a visualizzare esattamente quello che l’autore aveva in mente. Probabilmente molti di quelli che andranno a vedere il film in uscita al cinema il 16 maggio, penseranno: “come ha fatto il regista ad entrare nella mia testa?”. Niente di più sbagliato, siamo noi lettori fissi e attenti dentro la geniale e affascinante testa di Fitzgerald.
Ora trovo veramente inutile soffermarmi sulla trama, dal momento che c’è una bella pagina Wikipedia dedicata all’argomento. Vi parlerò invece della caratterizzazione dei personaggi, che trovo essere un altro notevole punto di forza dell’autore.
Qui serve una breve ma indispensabile nota di gossip letterario: Francis Scott era sposato con tale Zelda, donna affascinante e moderna, ma nel contempo molto instabile. I Fitzgerald conducevano una vita festaiola e sregolata, amavano dare scandalo e sconvolgere il pubblico dei grandi party. Sembra che i loro eccessi siano gli stessi descritti dallo stesso Fitgerald in “Belli e dannati”, memorabile romanzo sull’ascesa e sulla caduta di una giovane coppia (riconducibile facilmente all’autore e alla moglie), ai tempi del ragtime.
Sono proprio i coniugi Fitz l’emblema dei Ruggenti Anni Venti. Questa profonda conoscenza della vita sociale dell’epoca, di cui l’autore non fu solo protagonista assoluto, ma spesso regista, porta lo scrittore a restituire diversi piani di interiorità dei suoi protagonisti. Solitamente i suoi uomini e le sue donne sono identificabili attraverso una stratificazione di emozioni, celate dietro maschere cerulee e brillanti, dietro sorrisi e complimenti di circostanza.
Sepolcri imbiancati, lucidati e carichi di brillantina.
E per finire consigli per gli acquisti. Esistono infinite edizioni di questo romanzo, oltre a quella Mondadori in foto: ultimamente lo potete trovare a 0,99 cent. della Newton Compton (per la verità i caratteri sono un po’ piccolo, quindi dotatevi di buoni occhiali).
“A cuore aperto”: la confessione di un uomo tradito da sé stesso.
Giulio Gasperini
AOSTA – Ci sono delle volte in cui è il tuo stesso corpo a tradirti; come se si ribellasse al tuo volere; come se non avesse nessuna remora, nessun pudore di colpirti a tradimento, quando di situazioni ne hai affrontate di ben più gravi e pericolose. E ti senti forse anche più indifeso, in pericolo. Perché oltre alla vita rimetti in gioco la fedeltà a te stesso. Questo “A cuore aperto”, edito da Bompiani nella collana Grandi PasSaggi, è la storia di un uomo che scopre la paura di morire. E si sorprende. La storia di Elie Wiesel è nota: deportato ad Auschwitz e a Buchenwald, autore dello straordinario “La notte”, premiato con il Nobel per la pace nel 1986. Dopo una vita così, si potrebbe anche pretendere di sentirsi al sicuro, oramai, dai colpi della sorte e dalle coincidenze del caso. E invece no, perché a compromettere la sicurezza e la pace questa volta è una parte del proprio corpo: il cuore cede. Quasi d’improvviso; o comunque in maniera sorprendente. I guai si cercano altrove, in altri organi, e invece è la pompa che non funziona bene e che danneggia tutto il resto.
Sicché il ricovero in ospedale, un’operazione che tutti prospettano con una sicurezza chirurgica ma che si sa quanti rischi comporta (e dalla quale qualcheduno non si è mai più risvegliato), la dolorosa convalescenza sono i pretesti per rimettere tutto in discussione, come se i bilanci non fossero mai definitivi e ci fosse sempre qualcosa su cui riformulare il giudizio e ricalibrare il significato. Elie Wiesel passa così in rassegna tutti gli aspetti della sua vita, tutte le declinazioni del suo impegno, della sua ostilità all’indolenza e all’accidia, con la consapevolezza che “se Auschwitz non ha saputo guarire l’uomo dal razzismo, che cosa potrebbe riuscirci?”: l’insegnamento, che tanto ama e che deve lasciare interrotto; il suo impegno “contro la banalizzazione di Auschwitz”; la rassegna delle sue opere, da “L’oblio” a “Ani Maamin”; il tema della Bufera, chiamata così in montaliana memoria; il rapporto con Dio (“Troverò l’audacia di rimproverarGli il suo incomprensibile silenzio?”); il legame di profondo amore con la moglie e con il figlio che lo assistono indefessi al capezzale.
Elie Wiesel depone l’orgoglio, il pudore virile e affronta quest’ennesima avventura svelando tutte le sue debolezze, i suoi tremori, le sue angosce di avere a che fare con un nemico che lo spaventa, perché non dà certezze; ma soprattutto che disarma proprio perché nemico che proviene dall’interno del sé: “Ritenevo che la morte non mi spaventasse. Non ero vissuto con essa, e anche in essa? Perché temerla adesso?”. Non teme neppure di scadere nel patetico e nello sdolcinato, di virare verso una presunta saggezza strappalacrime. Perché Elie Wiesel è solo un uomo e questa volta deve combattere contro il suo stesso corpo.
Saggio: “Dall’impolitico all’impersonale: conversazioni filosofiche”
ROMA – “Dall’impolitico all’impersonale: conversazioni filosofiche” è il nuovo libro pubblicato da Mimesis Edizioni e scritto da Roberto Esposito. L’autore è uno dei pensatori che negli ultimi anni ha portato la filosofia italiana al centro dell’interesse internazionale. Questo libro, introdotto da un saggio ricostruttivo di Matías Saidel, riunisce quattordici conversazioni con l’autore tenute in otto Paesi diversi. In esse il filosofo percorre le differenti fasi della propria opera, in un dialogo serrato con l’attualità. A partire dalla prospettiva dell’impolitico, rivolta a decostruire le categorie politiche moderne, Esposito è pervenuto alla elaborazione di un pensiero sempre più originale. Inizialmente articolato nella dialettica tra comunità ed immunità, esso ha dato luogo ad una interpretazione della biopolitica particolarmente innovativa.
Nella sua fase più recente l’autore ha avviato una ricerca, ancora in corso, sul concetto di ‘impersonale’. Contro la tendenza immunitaria del Moderno, egli lavora alla costruzione di un lessico filosofico e politico capace di sfuggire alla piega teologico-politica in cui da tempo siamo presi per rendere pensabile una politica della vita.
Novità dalle Edizioni Coccole e Caccole
ROMA – Le Edizioni Coccole e Caccole presentano diverse novità nella collana I Quaderni della Scuola; tra queste c’è “Una bidella per amica”, il libro di Sandro Natalini con le illustrazioni di Antongionata Ferrari. Il racconto è un piccolo universo di personaggi femminili visti con gli occhi curiosi di un bambino nei cinque anni passati alla scuola Giuseppe Mazzini: bionde, brune, basse, magre, più larghe che lunghe, truccate come dive di holliwood, affettuose come nonnine, persino tatuate motocicliste… sono loro, le impavide eroine della scuola: le bidelle!
Invece, dalla penna del bravissimo Antonio Ferrara nasce “La maestra è un capitano” (illustrazioni di Anna Laura Cantone) Il racconto in prima persona di una coraggiosa maestra dei nostri giorni, alle prese con i mille impegni paralleli della professione e della vita privata. La nostra impavida e umanissima maestra, eroicamente, a volte in solitudine, affronta con la stessa intraprendenza i virus influenzali e la carenza di carta igienica, la convivenza e le tabelline… Sempre con entusiasmo, con tenera tenacia. Con un formidabile rispetto per i suoi bambini.