Intervista al fotoreperter romagnolo per l’uscita del suo quindicesimo libro

Le città, i paesi e i piccoli borghi italiani sono ormai accomunati dalla presenza di panchine rosse. Sono una macchia da cui trapela il dolore del ricordo, sono un monito, sono presenza e grido nella più rumorosa delle assenze. Se c’è una panchina rossa, c’è un dolore che riaffiora. Il pensiero va subito a una vita recisa, a una vittima con un nome e un cognome o a tutte quelle donne vittime di violenza. A tutte quelle donne che ogni anno, nella ricorrenza del 25 novembre diventano un numero, una percentuale, una statistica, ma che ogni giorno, nel ricordo di chi resta, sono un respiro, un abbraccio e una presenza che manca. Sono una possibilità fallita. Quello delle Panchine rosse è un progetto che attraversa l’Italia, l’Europa e che negli anni si è esteso al mondo, rappresenta un percorso di memoria e sensibilizzazione riguardo al femminicidio e la violenza fisica, psicologica, economica e sessuale sulle donne. Quando le parole finiscono, i servizi televisivi scemano e le colonne dei giornali modificano i propri contenuti, quello che rimane è la memoria, il rammarico, la rabbia.
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